Ljubljana

17 anni fa combatteva per lasciare Belgrado. Oggi la Slovenia, a capo dell'Unione Europea, lavora per una rapida integrazione della Serbia e per la soluzione del rebus kosovaro. La questione dei criminali di guerra diviene più sfumata nell'Europa post-Del Ponte

14/01/2008 -  Rosita Zilli Bruxelles

La Presidenza slovena dell'UE preme per ottenere la firma a breve dell'Accordo di stabilizzazione e di associazione (ASA) con la Serbia, passaggio di fondamentale importanza per accedere alla membership comunitaria. "Sono tra coloro che pensano che l'ASA dovrebbe essere siglato quanto prima e possibilmente entro la fine del mese" ha affermato il ministro degli esteri sloveno, Dimitrij Rupel, l'8 gennaio scorso - "ma alcuni dei nostri colleghi devono convincersi che è una buona idea". Si riferisce in particolare ai Paesi Bassi ed al Belgio, contrari a qualsiasi compromesso al ribasso sulla collaborazione della Serbia con il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY), vero nodo cruciale che presiede il via libera ai negoziati per l'adesione all'UE.

Le trattative per la conclusione dell'ASA sono state infatti congelate dall'UE fino a quando non avverrà la consegna dei criminali di guerra, ivi compresi i due ex-leader serbi di Bosnia Radovan Karadzic e Ratko Mladic, ancora mancanti all'appello. "Accelerare l'integrazione della Serbia nell'UE non significa che quest'ultima rinunci alla piena cooperazione delle autorità di Belgrado con l'ICTY" - ha detto Rupel - "ma spetterà unicamente all'UE, e non al Tribunale, decidere se questa condizione è soddisfatta o meno", ha insistito. In passato, l'UE si è sempre riferita al parere dell'ex procuratore generale del Tribunale, Carla de Ponte, per concludere che la "piena cooperazione" richiesta non era ancora stata realizzata. La Presidenza slovena però ora considera molto meno importante il parere dell'Aja, anche se Rupel ha dichiarato di voler incontrare il successore di Del Ponte, il belga Serge Brammertz, per discutere della questione. La Slovenia sostiene di non voler scavalcare le richieste dell'Aja ma ritiene che l'ASA possa essere firmato con Belgrado anche prima dell'avvenuta consegna dei criminali di guerra, Karadzic e Mladic inclusi. Infatti il Paese è, secondo Lubiana, tecnicamente pienamente preparato ad implementare l'ASA e ritiene che i restanti "problemi politici", L'Aja compresa, possano essere risolti contemporaneamente all'implementazione dell'ASA.

Il commissario all'allargamento, Olli Rehn, condivide la trepidazione slovena in merito alla questione serba ma insiste, molto più di Rupel, sul rispetto rigoroso delle condizioni a cui l'integrazione è subordinata. L'ASA dovrebbe essere firmato "al più presto" e l'UE è "tecnicamente pronta" a farlo subito, "ma è importante che tutti in Serbia si rendano conto del fatto che la condizione della piena cooperazione con il Tribunale dell'Aja rimane. È fondamentale", ha detto Rehn. Ma lui stesso dichiara che l'ultima parola su questo tema non spetterà al Tribunale. "Non abbiamo mai delegato il nostro potere di decisione politica in materia di allargamento ad altre organizzazioni o istituzioni", ha poi affermato il Commissario. Tuttavia, prima di prendere una decisione, l'UE terrà conto anche del parere di Brammertz, che Rehn ha intenzione di consultare quanto prima.

Le dichiarazioni slovene sulla questione serba arrivano poco prima delle elezioni presidenziali previste in Serbia per il 20 gennaio, con un secondo turno atteso per il 3 febbraio. Lubiana spera che l'accelerazione sul cammino dell'integrazione europea aiuti la rielezione del riformista e pro-europeo Boris Tadic. "Speriamo nella continuità, vorremmo veder vincere le forze democratiche di Serbia", ha dichiarato Rupel. Un'integrazione quanto più rapida possibile servirebbe anche a disarmare alcuni candidati presidenziali ultra-nazionalisti che cercano di guadagnare i suffragi degli elettori serbi esprimendo la loro forte opposizione all'indipendenza del Kosovo. "È nostro dovere verso il popolo serbo, le tradizioni, la Costituzione e verso le politiche guidate dai socialisti nel secolo scorso quello di difendere il Kosovo", ha affermato Milutin Mrkonjic, il candidato presidenziale del Partito Socialista Serbo nonché entusiasta del famigerato ex-Presidente della Jugoslavia, Slobodan Milosevic.

Al contrario di Belgrado, la Slovenia interpreta l'indipendenza del Kosovo come inevitabile. "Non è possibile" forzare la gente del Kosovo a vivere con i serbi, ha dichiarato il Primo Ministro sloveno Janez Jansa lo scorso 7 gennaio a Lubiana, citando le atrocità che si sono consumate tra serbi ed albanesi del Kosovo. Jansa ha poi aggiunto che è "meglio iniziare ad intessere nuove relazioni". Ciononostante, Belgrado continua a difendere strenuamente il diritto all'integrità territoriale della Serbia ed il Primo Ministro serbo Vojislav Kostunica ha affermato il 3 gennaio scorso che l'UE avrebbe dovuto scegliere tra legami più stretti con la Serbia ed il sostegno ad un Kosovo indipendente.

La questione serba sembra quindi arricchirsi di ulteriori sfaccettature e si traduce in un rebus diplomatico sempre più composito che al momento non lascia intravedere facili soluzioni. I Balcani sono tornati al centro della scena e, mai come ora, l'Europa dovrà dimostrare la sua abilità a gestire delicati equilibri politici. Dal successo di questa mediazione dipende molto, dalla credibilità dell'UE alla piena stabilità del mosaico sud-orientale europeo.


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