Darijan Matić è il capitano dell'Olimpia Lubiana, squadra di calcio che detiene il titolo nazionale. I suoi inizi nella periferia di Lubiana e il calcio come opportunità di inclusione

24/11/2016 -  Antonio Saccone

(Quest'articolo è realizzato in collaborazione con la rete FARE Europe )

Trentatré anni, lubianese, di professione mediano, Darijan Matić è un centrocampista difensivo, grintoso e leale. Uno di quelli che esce dal campo con la maglia sudata. Segni particolari? E’ il capitano dell’Olimpia Lubiana, squadra ai vertici del campionato sloveno nonché campione in carica. Al pari di molti altri calciatori e campioni sloveni, ha origini serbe: è nato e cresciuto a Fužine, il quartiere narrato da Vojnović in Čefurji Raus, tradizionalmente una fucina di talenti in varie discipline. “La mia infanzia? Bella, giocavamo tutto il giorno, sia a calcio che altri sport. Dalla mattina alla sera, non mangiavamo nemmeno. Essendo di Lubiana, tifavo Olimpia”. 

Mentre la Slovenia si staccava dalla Jugoslavia, avviandosi verso un cammino da nazione indipendente, Darijan era un ragazzino. Le contaminazioni tra processi sociali e politici disegnavano un immaginario collettivo nel quale lo sci e gli sport invernali tendevano a prevalere sul calcio, relegato a “sport Jugoslavo”, da “meridionali”.

Ma era davvero così? “Ai tempi forse lo era - riflette Matić - o forse semplicemente i “meridionali” avevano più talento degli altri. Oggi tutti giocano a pallone, molte persone cosiddette meridionali continuano ad avere tanto talento: e anche se a volte non hanno condizioni buone e sono poveri, spesso hanno più successo di altri che partono da condizioni migliori”. La “fame” quale fattore di successo e la natura dello sport quale strumento di rivalsa sociale e di partecipazione, sembrano vivide anche nelle periferie lubianesi.

Un forte segnale di cambiamento si avvertì nel 2010, quando la Slovenia riuscì nell’impresa di eliminare la Russia negli spareggi di qualificazione per i Mondiali in Sud Africa. Borut Pahor, allora primo ministro, scese negli spogliatoi per lavare le scarpe ai giocatori: il gesto contribuì a sdoganare l’immagine del calcio, riposizionandolo nell’immaginario collettivo sloveno. La squadra fu inserita nel gruppo di Algeria, Stati Uniti e Inghilterra: non si comportò male e racimolò 4 punti, che tuttavia non furono sufficienti per superare la fase a gironi.

Oggi il talento più cristallino del calcio sloveno ha un nome e un cognome che non sembrano indicare alcuna origine non slovena: Jan Oblak, che ha recentemente ereditato i guantoni della porta della nazionale da Samir Handanović, altro ragazzo di Fužine.

Guardando alla Slovenia contemporanea, l’impressione che le tensioni, le ingiustizie e le discriminazioni tra le comunità di qualche decennio fa sembrano essere divenute pregiudizi e stereotipi, più o meno pronunciati. Le generazioni più giovani, dagli anni ‘80 in poi, se nate e cresciute in Slovenia, tendono a considerarsi, e a essere considerate, slovene. Allo stesso tempo, la comunità calcistica sembra allargarsi, tendendo a includere sempre più persone di ogni background culturale. Il paese sta cercando di affermare la propria identità e il proprio ruolo nel mondo contemporaneo, fronteggiando le sfide odierne, al pari dei paesi vicini.

Il calcio è oggi un punto di incontro di fenomeni sociali, culturali, economici, mediatici e politici. Un fenomeno globale (secondo la FIFA, la comunità calcistica mondiale conta oltre un miliardo di persone) che conserva una forte estrazione popolare. Rimane un gioco semplice da giocare e da capire, che nella sua versione più basica e rudimentale richiede semplicemente quattro sassi, una superficie piana e un pallone. Ragion per cui ben si presta a diventare - potenzialmente - un “linguaggio universale”, capace di intercettare e coinvolgere un ampio numero di soggetti, inclusi vari gruppi svantaggiati.

“Io mi sento fortunato - prosegue Matić - noi calciatori siamo privilegiati, ci guadagniamo da vivere giocando. Il calcio è uno sport per tutti, per cui dobbiamo accettare tutti senza porre barriere. Lo sport deve essere aperto e noi dobbiamo avere la mente aperta: non possiamo escludere o bloccare nessuna persona che abbia voglia di giocare e di divertirsi. Il calcio può aiutare a migliorare la società in cui viviamo, ha i suoi lati positivi ma ne ha anche negativi: tutto dipende dalla società circostante e dalle persone coinvolte. Il lato positivo principale è che tanti vengono allo stadio, tifano per la loro squadra, passano del tempo con gli amici: durante le partite ci si dimentica dei problemi. I lati negativi? Forse la corruzione, ma mi viene difficile parlarne. Se però parliamo di razzismo per esempio, negli ultimi anni se ne vede sempre meno: credo che abbiamo fatto grandi passi in avanti e penso che miglioreremo nei prossimi anni”.

Per i paesi di dimensioni relativamente piccole come la Slovenia, rimane tendenzialmente difficile rimanere competitivi in sport di squadra e in sport “di massa”. Mentre è relativamente più agevole affermarsi in sport individuali, specialmente nelle discipline invernali (meno capillari a livello globale per via delle condizioni specifiche che richiedono), vista anche la conformazione del territorio e la posizione geografica. Archiviata la celebre parabola di Tina Maze, al momento l’idolo sportivo più celebrato sembra essere Peter Prevc, probabilmente il migliore saltatore con gli sci contemporaneo.

Ma come sarà la comunità sportiva slovena tra cinque o dieci anni? Sarà un paese di sciatori o di calciatori? Matić sorride: “La Slovenia è già un paese di calciatori”.


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