L'apertura del processo a carico di Ratko Mladić rappresenta un successo del Tribunale dell'Aja. Il compito di fare i conti con il nostro recente passato non può tuttavia essere demandato ai soli giudici, in assenza di un intervento della politica e della società civile a livello europeo. Un commento

17/05/2012 -  Andrea Oskari Rossini

Questo articolo è uscito in contemporanea sul quotidiano il Manifesto

Ieri all'Aja, nell'aula 1 del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, si è aperto il processo contro Ratko Mladić. L'ex comandante dell'esercito serbo bosniaco è comparso di fronte ai giudici dopo 16 anni di latitanza, per rispondere dei crimini gravissimi di cui è accusato. Poco distante da lui, separati da una lastra di vetro, c'erano numerosi familiari e rappresentanti delle associazioni delle vittime. Si sono verificate alcune schermaglie (gesti) tra l'imputato e i presenti, che hanno richiesto l'intervento della Corte, a sottolineare la tensione con cui una parte dell'opinione pubblica bosniaca segue questo evento. L'aspettativa è molto alta. Per anni le immagini di Mladić a Srebrenica, o mentre dirige i bombardamenti dalle colline sopra Sarajevo, hanno rappresentato il male assoluto. Ora tre giudici internazionali hanno il compito di fare i conti con quel passato, di cancellare con il rito giudiziario quelle immagini oscure che provengono dal cuore dell'Europa.

Il primo mandato d'accusa nei suoi confronti era stato emesso nel 1995, quando la guerra in Bosnia Erzegovina era ancora in corso. L'arresto è avvenuto però solo il 26 maggio 2011, nel villaggio di Lazarevo presso Zrenjanin, a nord di Belgrado, al termine di una lunga scia di complicità e connivenze. Le accuse contro di lui sono di genocidio, crimini contro l'umanità e violazione delle leggi e delle usanze di guerra. Il dossier preparato dalla Procura internazionale dell'Aja è stato recentemente semplificato, per rendere possibile uno svolgimento più rapido del processo. I crimini che gli vengono ascritti sono 106, al posto dei precedenti 196, in 15 e non più 23 municipalità.

Mladić è accusato, tra le altre cose, di aver fatto parte di un'associazione criminale il cui obiettivo era quello di eliminare i bosniaco musulmani e i croato bosniaci dalle aree della Bosnia Erzegovina dichiarate territorio serbo. È inoltre accusato di genocidio per l'uccisione di oltre 8.000 bosniaco musulmani a Srebrenica nel luglio del 1995 e di persecuzione, sterminio e deportazione relativamente alle altre 15 municipalità. È infine accusato di aver organizzato una campagna di terrore contro la popolazione civile di Sarajevo durante i quasi 4 anni di assedio della città.

La Corte è presieduta dal giudice Alphons Orie, olandese, e ne fanno parte il sudafricano Balkone Justice Moloto e il tedesco Christoph Fligge. Nei giorni scorsi la difesa di Mladić ha richiesto la sostituzione di Orie, sostenendo tra l'altro che la sua nazionalità olandese creava un conflitto di interesse, essendo stati olandesi anche i caschi blu presenti a Srebrenica. La richiesta è stata tuttavia respinta dal presidente del tribunale, Theodor Meron. Nella sua dichiarazione d'apertura, il procuratore Dermot Groome ha sostenuto che la Procura presenterà prove che mostreranno “al di là di ogni ragionevole dubbio la responsabilità di Mladić in ognuno dei crimini a lui ascritti”. I procuratori hanno inoltre annunciato che presenteranno dichiarazioni di oltre 400 testimoni, di cui 148 saranno fisicamente in aula, oltre a video e altro materiale probatorio.

In Bosnia Erzegovina i media dedicano una grande attenzione al processo, anche se l'atteggiamento è notevolmente diverso tra quelli della Federazione (croato-musulmana), che danno ampio spazio ai racconti e alle prese di posizione delle vittime, e quelli della Republika Srpska. La Bosnia oggi è infatti un Paese fondamentalmente diviso in tre diverse regioni, territori, spazi pubblici. Anche città che in Europa rappresentavano il simbolo dell'incontro, della capacità di accogliere diverse religioni, tradizioni, racconti, come Sarajevo, Banja Luka, Mostar, sono oggi al 90% monoetniche o perfettamente divise. L'associazione criminale di cui faceva parte Mladić infatti, che oggi viene messa in stato d'accusa per i propri obiettivi razzisti e genocidari, è stata a lungo premiata, o tollerata, da un'Europa incapace di riconoscere se stessa nei Balcani. La crisi che stiamo vivendo, però, ci ripropone la stessa questione: o l'Europa è il superamento della divisione e del razzismo, oppure non è. Per fare i conti con il nostro recente passato non è sufficiente un'aula di tribunale.


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