A 14 anni dall’assassinio del noto giornalista serbo Slavko Ćuruvija non vi sono ancora i nomi di mandanti e assassini. E ci si divide sul concedere o meno ad alcuni testimoni la "protezione" ed un conseguente sconto di pena

15/04/2013 -  Dragan Janjić Belgrado

Lo scorso 11 aprile alcune decine di persone, per lo più giornalisti, si sono accalcati sul marciapiede davanti al palazzo dove abitava il giornalista Slavko Ćuruvija, proprietario dell’allora quotidiano “Dnevni telegraf”, lì brutalmente ucciso proprio quel giorno di 14 anni fa. Ci si aspettava quest’anno di scoprire qualcosa di più sui retroscena dell’omicidio visto che è stata creata una Commissione d’indagine di cui fanno parte quattro famosi giornalisti serbi. Ma si è rimasti delusi: il giorno precedente alla commemorazione dell’anniversario sono sorti disaccordi all’interno della stessa commissione.

Il presidente dell’Associazione dei giornalisti indipendenti (NUNS) della Serbia Vukašin Obradović ha riferito di aver abbandonato la commissione perché ritiene inaccettabile la tendenza a risolvere il caso offrendo lo status di testimoni protetti ad alcuni dei più alti funzionari dell’ex regime di Slobodan Milošević, durante il quale è stato commesso il crimine. La NUNS tra l’altro ha sempre affermato che Ćuruvija ed altri due giornalisti serbi sono stati uccisi dal regime, cioè dalla polizia segreta di Milošević. Convinzione che è condivisa anche da gran parte dell’opinione pubblica.

Veran Matić, presidente della commissione e direttore della TV B92, la pensa diversamente. Ha affermato che potenzialmente lo status di testimone protetto potrebbe essere assegnato addirittura a cinque persone, che alcuni di questi non sono mai stati alti funzionari dell’ex regime e che l’introduzione dei testimoni protetti è soltanto un modo per iniziare infine a risolvere il caso. Obradović, invece, sostiene che si tratta in generale di "operativi" non a conoscenza di chi siano gli assassini o il mandante, quindi difficilmente potrebbero essere testimoni di rilievo in grado di determinare il retroscena del crimine.

Ad essere informati su quello che stava avvenendo potevano essere soltanto alcuni tra i più alti funzionari, tra i quali anche l’ex capo della polizia segreta serba Radomir Marković. Marković è stato condannato in appello a 40 anni di reclusione per l’omicidio di quattro membri di quello che un tempo era il maggiore partito d’opposizione il Movimento serbo di rinnovamento (SPO) e a 15 anni per l’omicidio di Ivan Stambolić, presidente della Serbia durante gli anni ottanta.

Marchio di fabbrica

Alla fine degli anni ottanta Milošević arrivò al potere sostituendo Stambolić dopo una brutale campagna populista. La polizia segreta uccise Stambolić nell’agosto del 2000, soltanto alcuni mesi prima delle elezioni alle quali Milošević fu sconfitto con la conseguente fine del suo regime. La motivazione possibile è che l’allora divisa opposizione, prima delle elezioni, si fosse accordata con Stambolić per candidarlo alle elezioni presidenziali, cosa che fece preoccupare Milošević. L’omicidio dei funzionari del SPO, e poi di Ćuruvija e di Stambolić, probabilmente fanno parte della stessa azione della polizia segreta la quale verso la fine del governo Milošević, quando il regime incominciò a indebolirsi, iniziò a togliere di mezzo gli avversari potenzialmente pericolosi.

L’omicidio di Ćuruvija sarebbe stato organizzato secondo una ricetta "di fabbrica" dei servizi segreti: gli agenti dei servizi, per giorni e settimane seguono la potenziale vittima, e di ora in ora fanno sapere alla centrale tutte le informazioni sugli spostamenti della vittima. Gli agenti, dunque, non conoscono l’operazione nella sua globalità, ma soltanto la parte relativa al loro incarico. Per l’omicidio vengono incaricati o assassini professionisti, provenienti dal reparto speciale che, presumibilmente, esisteva in quel periodo nella polizia segreta, oppure semplici criminali. Nel momento in cui gli assassini si dirigono verso la vittima localizzata, la centrale della polizia segreta dà l’ordine ai suoi agenti di ritirarsi dalla zona. È stato accertato in modo inconfutabile che gli agenti dei servizi segreti da giorni seguivano Ćuruvija e fornivano informazioni sui suoi spostamenti. Sorveglianza interrotta alcuni attimi prima dell’omicidio.

Perché una commissione

Le indagini sull’omicidio di Ćuruvija sono in corso da anni e la procura ha ascoltato un numero enorme di potenziali testimoni. Fonti vicine all’indagine sostengono che la Commissione d’indagine sugli omicidi dei giornalisti, in sostanza, non può nemmeno arrivare a nuovi elementi i quali non siano stati già oggetto di indagine della polizia e degli investigatori del tribunale. L’aspetto più importante della commissione è però che, per la prima volta, potrebbe raccogliere in un unico luogo tutti i risultati delle indagini e tutte le fonti e metterli a confronto.

“Finora il problema principale è stata la volontà politica. Sono entrato nella commissione perché voglio contribuire alla soluzione dell'omicidio e sostenere l’intenzione del governo di portare i colpevoli davanti alla giustizia. Da quello che abbiamo sentito finora è certo che, nel caso di una chiara volontà politica, possiamo arrivare alla verità senza fornire ai capi dell’ex regime lo status di testimoni protetti. Ho abbandonato la commissione perché non sono state accolte le mie richieste di rifiutare la possibilità che quelle persone comunque diventino testimoni protetti, cosa che sottintenderebbe la riduzione delle condanne già inflitte”, ha ribadito Obradović.

Criminali

Anche la vedova di Ćuruvija, Branka Prpa crede che assegnare lo status di testimone protetto a Rade Marković significherebbe violare il concetto stesso di giustizia. “È mostruoso che coloro i quali hanno guidato tutte quelle azioni e che dal 1998 stanno dietro gli omicidi politici e di stato, oggi possono ottenere lo status di testimone protetto”, ha precisato Branka Prpa ai giornalisti durante la commemorazione dell’anniversario dell’omicidio del marito.

Il caso Ćuruvija è paradigmatico del rapporto del governo, salito al potere dopo la caduta del regime di Milošević, con gli ambienti legati alla polizia segreta. Non c’è mai stata una rapida e profonda riforma dei servizi segreti e tanto meno la lustrazione delle persone sospettate di essere coinvolte nei crimini in questione. Così è accaduto che i comandanti dell’Unità per le operazioni speciali, potente formazione di professionisti sotto il comando diretto della polizia segreta, nel 2003, in congiunta con la malavita, abbiano assassinato Zoran Đinđić. Questo omicidio, come è emerso negli ultimi anni e come oggi è ben evidente, ha bloccato la riforma dell'intera società serba.

L’Unità che ha ucciso Đinđić è stata smantellata, e i capobanda dell’omicidio sono stati arrestati o condannati, ma l’omicidio di Slavko Ćuruvija, come anche l’omicidio di altri due giornalisti, Dada Vujasinović e Milan Pantić, non sono stati mai chiariti.

Nell’ambiente dei giornalisti c’è la convinzione che i nomi degli assassini e dei mandanti si sarebbero saputi da tempo se i servizi segreti, il “cuore di tenebra” del passato regime, fossero stati veramente riformati. E sembrerebbe che dietro le quinte siano ancora attivi vecchi interessi e vecchie relazioni. Per quanto l’ambizione della commissione di entrare nella sostanza e giungere alle prove degli omicidi dei giornalisti siano di tutto rispetto, i suoi conseguimenti rimangono incerti.

Le cose potrebbero smuoversi se il nuovo esecutivo volesse andare fino in fondo alla questione e che un’eventuale irritazione dei vari centri di potere colpiti non sia in grado di indebolirlo. Per il governo non ha molta importanza se Marković, oppure qualche altro alto funzionario responsabile di omicidi politicamente motivati compiuti dalla polizia segreta, otterrà lo status di testimone protetto e una conseguente riduzione di pena. Ma per Obradović e la sua associazione, come per la maggior parte dell’opinione pubblica orientata in modo liberale o filoeuropeo, una cosa del genere sarebbe oscena e significherebbe l'ennesimo scendere a patti con i rimasugli del regime di Milošević.

 

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