Vladimir Arsenijević

Vladimir Arsenijević - dal web

E' uno degli scrittori serbi più famosi. Il suo romanzo d'esordio, Sottocoperta, vinse nel 1994 il prestigioso premio NIN. Oggi, Vladimir Arsenijević è un intellettuale che crede nel concetto di jugosfera e lo dimostra in prima persona. Nostra intervista

31/10/2012 -  Giuliano Geri

Tu sei uno dei più attivi e controversi “agit prop” del tuo Paese, senza dubbio un protagonista della scena culturale belgradese. Nel tuo romanzo d’esordio definivi fin dal titolo la tua città d’adozione, Belgrado, un “sottocoperta”, ovvero «il posto dove si ha il minor numero di possibilità di salvarsi quando la nave affonda, e nello stesso tempo quello in cui si riesce a sopravvivere più a lungo, perché passa abbastanza tempo prima che l’acqua vi arrivi». Erano gli anni bui della guerra in Slavonia e dei nazionalisti al potere. Come è cambiata oggi la tua città? È ancora un sottocoperta? Si può ancora considerare una piccola patria di artisti e intellettuali underground?

Mi piace l’aggettivo “controverso” [ride]. Io penso che la società in cui vivo sia più controversa di quanto lo sia io, ma su questo si può certamente discutere. A ogni modo, in merito alla questione se Belgrado sia o meno un “sottocoperta”, giusto mentre rispondo alla tua domanda leggo la notizia che la sfilata del Belgrade Pride, organizzata dalla comunità LGBT, è stata ancora una volta vietata dalle autorità statali. La motivazione ufficiale chiama in causa più problemi di sicurezza che non questioni di carattere etico, ma fa lo stesso. Lo Stato, è ovvio, non ha la forza o la volontà di affrontare la violenza che scoppia puntualmente ogni volta che vengono fatti simili tentativi di rottura da consolidati modelli morali e culturali. Tuttavia Belgrado è una città che cambia in continuazione, una città ingannevole. È un luogo abbastanza dinamico, ha dentro di sé una gran quantità di energia e produce altrettanta creatività. Mi piace molto vivere qui, nonostante i problemi e le difficoltà, perché incontro ogni giorno persone straordinarie, con cui riesco a tenere le conversazioni più interessanti, accese e bizzarre. Era così persino nei momenti più bui. Vivo un rapporto di continuo amore-odio con la mia città, dunque è probabile che la mia percezione sia un poco distorta, o meno accurata di quella che un normale visitatore sarebbe in grado di riportarti.

Recentemente, durante un incontro con i suoi lettori italiani al festival PordenoneLegge, il tuo celebre collega Dragan Velikić ha detto che in Serbia gli scrittori non sono più letti come una volta, ma la loro opinione su fatti politici, sociali e di costume è tuttora tenuta in massima considerazione. Sei d’accordo con questa affermazione?

Voglio bene a Dragan Velikić, ma non sono del tutto d’accordo con lui, anzi. Io penso che alla stragrande maggioranza dei miei compaesani non gliene può fregare di meno di quel che ha da dire un qualunque scrittore su un qualunque argomento. Una volta gli scrittori avevano un ruolo di assoluta importanza, ma adesso ho la sensazione che stiamo entrando in una fase in cui si può tranquillamente affermare che ciò che facciamo in realtà appartiene al passato e ciò che diciamo sembra non avere più alcuna rilevanza. Molto presto i malloppi di romanzi che pubblichiamo saranno destinati a nessuno, allo stesso modo in cui oggi qualcuno mette ancora in scena balletti classici o scrive operette. Out of habit…

Tra gli intellettuali serbi tu sei tra i più attenti e sensibili alla ricostituzione di scambi culturali con gli altri Paesi della ex Jugoslavia. Collabori con il quotidiano zagabrese “Jutarnij List”, sei editor di una casa editrice con sede a Zagabria che ha aperto una filiale a Belgrado, hai sostenuto, non senza scatenare polemiche, il legittimo diritto degli albanesi del Kosovo ad avere uno Stato indipendente e democratico. La cosiddetta “Jugosfera” può diventare nel futuro uno spazio comune, non solo culturale ma anche politico ed economico?

Credo che il concetto di “Jugosfera” non esprima tanto una previsione quanto una diagnosi. Ha ragione Tim Judah: volenti o nolenti, la Jugosfera esiste. E non mi riferisco soltanto alla dimensione economica, ma a tutto il resto, alla nostra vita. Il suo sviluppo, com’è ovvio, procede lentamente ed è pieno di ostacoli imprevedibili, ma la regione si sta ricreando, sta come rinculando intorno a se stessa, sta prendendo una nuova forma. Un’unica “regione”: mi piace definirla così. Non abbiamo bisogno di vivere in un singolo Stato per essere consapevoli che le nostre similitudini in quanto nazioni sono molto più forti delle nostre differenze. Per me, dunque, è stato del tutto naturale, non appena le guerre si sono concluse in un modo o nell’altro, andare alla ricerca di contatti con i miei simili, guardare oltre. A partire da quell’anno di grazia che è stato il 2000 ho voluto conoscere la maggior parte degli scrittori della mia e di altre generazioni in Croazia e in Bosnia Erzegovina, diventare loro amico. Ho partecipato a quello che è diventato ormai un evento leggendario in Croazia, il FAK [Festival della Letteratura Alternativa, ndr], la prima rassegna che ha coinvolto periodicamente scrittori da tutti i paesi della regione. Il festival che organizzo da tre anni, il Krokodil, è esso stesso un evento “regionale” per definizione, e ha accolto e rilanciato l’eredità del FAK. E successivamente il Polip, il festival di poesia che si tiene a Pristina, si è modellato sulla stessa falsariga del Krokodil, che a sua volta si è ispirato al FAK. Come vedi sono tutti una chiara espressione delle influenze reciproche e interazioni che animano la “regione”. E che cos’è questo, se non Jugosfera allo stato puro?

Dopo le recenti elezioni politiche e parlamentari in Serbia si è riproposto in un certo senso un ritorno al passato. Nikolić e Dacić rappresentano la riconsegna del potere alle stesse forze che un tempo sostennero il regime di Milošević. Il futuro prossimo del tuo paese lo vedi in Europa o altrove? I “sociopatici” à la Momo Kapor (come hai avuto modo di definirlo recentemente) hanno di nuovo un ruolo determinante nel dibattito culturale del tuo Paese?

No, mi sento di dire che dal 2000 tutti i partiti, nessuno escluso, sono diventati realtà sempre più squallide, e in questo senso sono simili l’uno all’altro. La vecchia opposizione democratica, nella quale riponemmo molte delle nostre speranze durante gli anni novanta, è fallita miseramente nel momento in cui alcuni suoi protagonisti di allora si sono legati a doppio filo alle strutture di potere. Improvvisamente si sono trasformati negli stessi arroganti, autocratici, gretti businessmen che dettavano legge prima di loro. Sto parlando degli otto anni di governo del Partito democratico, durante i quali abbiamo dovuto ingoiare una pillola amara, cosa di cui all’esterno forse nessuno si è accorto. Mi riferisco al fatto che i democratici, l’ultimo barlume di speranza che ci rimaneva, hanno cinicamente tradito ogni nostra legittima aspettativa, togliendosi la maschera una volta per tutte. Quindi è bene che se ne siano andati a casa. E una situazione in cui virtualmente non c’è più alcuna possibilità di scelta dal momento che tutti i protagonisti dell’arena politica sono abbietti, corrotti e marci fino al midollo – finisce per generare una sensazione liberatoria. Sono sicuro che anche chi non vive qui possa facilmente capire questo stato d’animo. Ebbene sì, in un modo o nell’altro ci troviamo in un contesto di “ritorno al passato”.

Non pensi che questo ritorno al passato sia una sconfitta per tutti quegli intellettuali della tua generazione che furono la coscienza critica del paese e contribuirono alla caduta di Milošević? Guardando al recente passato, si può dire che in Serbia si è riprodotto un fenomeno simile ai paesi dell’ex blocco socialista, nei quali gli intellettuali ebbero un ruolo fondamentale nella caduta dei regimi ma non nella formazione di una società autenticamente democratica e di una nuova classe dirigente?

Gli intellettuali che furono la coscienza critica della nostra società negli anni bui sono stati sconfitti dalla classe politica che saltò sul carro dei vincitori dopo la rivolta anti-Milošević del 2000, quella che viene comunemente chiamata Oktobar 5. Il sentimento di totale alienazione dall’establishment politico non è cosa di oggi, ma si è sviluppato nel tempo e in certo modo ha prodotto il risultato che abbiamo davanti, perché quest’anno molta gente che per sua natura avrebbe sostenuto il Partito democratico ha preferito non andare a votare e gli esiti sfavorevoli delle recenti elezioni sono dunque da attribuirsi all’astensionismo. È ridicolo che i democratici se la siano presa proprio con gli intellettuali. Sono stati loro, così hanno detto, la causa della sconfitta. Sì, hai ragione, la maggior parte degli intellettuali si è ritirata dal terreno della politica reale e rimane tuttora ai margini della società. Per molti di loro, così anche per me, è una scelta consapevole. Preferisco mantenere questa posizione e non nutrire più alcun desiderio o aspettativa piuttosto che prendere parte alla politica attiva. È un gioco sporco, un ambiente ormai zeppo di individui che hanno fatto della politica una professione. Sono degli umanoidi, non c’è dubbio, ci sono toccati in sorte, è vero, ma che almeno siano diversi da me e te!

So che stai ultimando il tuo nuovo romanzo in uscita nella primavera del 2013. Puoi darci qualche anticipazione?

Tanto per cominciare, nel bene o nel male, è il primo romanzo ancora senza titolo, la prima creatura cui non riesco ancora a dare un nome, anche se lentamente sto arrivando alla fine. A parte questo piccolo incidente di percorso, direi che si tratta di una sorta di romanzo storico. È ambientato nel periodo tra il 1927 e il 1937 principalmente nella città di Veliki Bečkerek, l’odierna Zrenjanin, situata in quella parte di Banato che appartiene alla Vojvodina, nella vasta pianura della Pannonia. Amo molto quel periodo, e a maggior ragione amo scriverne. In generale in questo momento amo lavorare solo su del materiale che sia in grado di appassionarmi, che riesca dunque a stimolare la mia scrittura, che mi induca a pensare e a studiare a fondo, e questo romanzo mi sta restituendo il piacere di lavorare, forse il più intenso da due anni a questa parte. Uscirà nel 2013, questo è sicuro.

Quando ti aggiudicasti il Premio NIN, nel 1994, ti definisti un “ottimista confuso”. Lo sei tuttora?

Oh sì, certo. Che strano, me lo ero dimenticato! Un ottimista confuso – è vero, sono io. Nonostante tutto ci sono cose che non cambiano mai!


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