Alti ufficiali serbi verificano la situazione di prigionieri austriaci durante la Prima guerra mondiale

Da Belgrado sino alle coste dell'Albania, per poi finire all'Asinara dove 7.000 di loro morirono di malattie e stenti nei primi tre mesi dal loro arrivo. La vicenda poco nota delle migliaia di prigionieri austro-ungarici catturati in Serbia e poi trasportati in Italia durante la Prima guerra mondiale. Una recensione

23/06/2014 -  Stefania Salvadori*

Una storia dimenticata da un fronte dimenticato della Prima guerra mondiale è quella restituitaci dall’affascinante libro dello storico italiano Luca Gorgolini, che con un lavoro di analisi dettagliato eppure di ampio respiro ridà voce all’odissea di un gruppo di soldati austroungarici imprigionati nei Balcani e poi deportati all’Asinara, una piccola isola di fronte alla costa nordoccidentale della Sardegna. Ma partiamo dall’inizio.

Siamo nell’autunno del 1915. L’esercito tedesco e austroungarico da nord, da est quello bulgaro appena entrato in guerra lanciano una feroce offensiva contro la Serbia che viene infine occupata. I precedenti tentativi di aggressione, all’inizio della Grande Guerra, non solo erano falliti, ma avevano visto anche la cattura di un gran numero di soldati. Secondo alcune stime alla fine del 1914 si contavano oltre 60.000 prigionieri tedeschi e austroungarici: un numero impressionante per un piccolo stato come la Serbia già in condizioni normali, tanto più drammatico dopo sei mesi di conflitto, quando lo sforzo bellico ininterrotto e il progressivo isolamento di Belgrado avevano ormai sfinito l’intero paese. Fin da subito i campi di prigionia si mostrarono infatti inadeguati ad accogliere un numero simile di soldati e le risorse per organizzare soluzioni alternative si fecero col passare del tempo sempre più carenti. Agli episodi di maltrattamento e violenza, alle ruberie e alla fame, al duro lavoro in opere civili e militari, si sommarono ben presto le epidemie di tifo, colera e dissenteria, che decimarono velocemente i prigionieri.

Poi l’invasione e la ritirata. Quando Belgrado venne occupata nell’ottobre 1915, l’esercito, il governo e la popolazione serba furono messi in fuga. Non solo la letteratura successiva, già i testimoni oculari parlarono di questa “grande ritirata” come di una catastrofe umanitaria. Era la tragedia di una marea di persone costrette ad abbandonare improvvisamente le loro case, ad accatastarsi lungo le strade fangose e spesso quasi impraticabili con le povere masserizie; di un’umanità impaurita e confusa, disperatamente tesa a trovare un primo rifugio nei vicini Montenegro ed Albania. Anche i soldati tedeschi e austroungarici furono costretti ad unirsi alla marcia collettiva onde evitare che, dopo un adeguato periodo di riposo, potessero tornare ad ingrossare le fila dei rispettivi eserciti patri. I prigionieri sfiancati dalle epidemie furono trascinati perciò nella fuga e sottoposti a marce estenuanti e a privazioni di ogni sorta. Molti di essi morirono durante la ritirata per la fame, il freddo e la malattia. I sopravvissuti si riversarono invece dopo innumerevoli patimenti sulle coste albanesi.

Ma la loro odissea non era ancora giunta alla conclusione. Quando gli eserciti degli Imperi centrali cominciarono a dirigersi verso il Montenegro e i confini dell’Albania, lo sgombero degli esuli divenne urgente. Le marine italiane, francesi e inglesi organizzarono il trasporto dei civili e militari serbi e dell’intero governo di Belgrado verso sud, nelle isole greche e soprattutto a Corfù. I prigionieri costituivano invece un problema per la comunità internazionale: dovevano essere trasferiti il prima possibile, ma Italia e Francia si contendevano il controllo sull’operazione. L’Italia, che mirava ad assicurarsi un ruolo guida nei Balcani, ebbe infine la meglio e si vide riconoscere il diritto di gestire l’emergenza, salvo poi dimostrarsi del tutto impreparata a garantire la dovuta assistenza ai prigionieri.

A metà dicembre 1915 cominciò il trasferimento del primo gruppo di soldati all’isola dell’Asinara, dove un centro di isolamento per malati infettivi era stato approntato già nel 1885. Alle autorità italiane era evidente, infatti, che i prigionieri rappresentavano in primo luogo un’emergenza sanitaria. Dal momento che gran parte di loro mostrava chiaramente i sintomi del colera, secondo i piani originari i prigionieri dovevano essere visitati prima dell’imbarco e successivamente trasferiti in piccolo gruppi all’Asinara, il cui complesso poteva ospitare un migliaio di pazienti alla volta. Dopo le necessarie procedure di disinfezione e un periodo di quarantena, i prigionieri sottoposti alle cure necessarie e ristabiliti in salute sarebbero stati smistati infine in altri campi in Italia, permettendo così l’arrivo di un nuovo gruppo di soldati all’Asinara. Ma la situazione nei Balcani precipitò velocemente, come pure le condizioni sanitarie dei prigionieri ammassati sul molo di Valona con un alto rischio di epidemia. Lo sgombero non poteva più essere rimandato. Tralasciando quindi tutte le procedure mediche, fra il 16 e il 30 dicembre 1915, 21.388 prigionieri vennero trasferiti con 10 piroscafi all’Asinara; altri 2.618 soldati furono trasportati fra il 2 gennaio e l’8 marzo 1916.

In solo 8 settimane 24.000 uomini raggiunsero la piccola isola nei pressi della costa sarda. È forse sufficiente richiamare questa cifra per intuire il successivo decorso tragico degli eventi. Più di 1.500 uomini, già colpiti dall’epidemia a Valona, perirono durante il viaggio in mare oppure a bordo dei piroscafi costretti a sostare lungamente in rada, poiché la mancanza di strutture, equipaggiamenti e personale medico adeguati rallentava le operazioni di sbarco. Gli spazi ristretti delle imbarcazioni, le fatiche del viaggio e soprattutto le condizioni igieniche precarie fornirono le ideali condizioni per il diffondersi delle malattie, soprattutto del colera, tanto che i comandanti dei piroscafi si videro costretti a prendere più volte il largo per abbandonare in mare i cadaveri. L’epidemia di colera non dava scampo però nemmeno in terra ferma: dal 7 al 14 gennaio 1916 perirono più di 1.300 prigionieri. Le condizioni sull’isola erano d’altronde drammatiche: una penuria costante di acqua e rifornimenti rendeva l’inverno ancora più insopportabile per i soldati austroungarici che, anche se malati, vennero distribuiti negli accampamenti di tende. A ciò si aggiungeva la già ricordata insufficienza di personale e materiale medico. Tutti questi elementi contribuirono a quello che possiamo oggi definire un vero e proprio massacro: 7.000 prigionieri morirono nei primi 3 mesi.

Questa tragica vicenda è oggi narrata fedelmente dal libro dello storico Luca Gorgolini intitolato I dannati dell’Asinara, uscito per UTET nel 2011 (traduzione tedesca a cura di Günther Gerlach: Kriegsgefangenschaft auf Asinara, Innsbruck 2012; a breve disponibile anche la versione in serbo: Проклети са Азинаре, Prometej, Novi Sad, 2014). Una ricerca attenta e minuziosa che non si limita però alla descrizione del contesto storico e alla ricostruzione dell’odissea di questi soldati all’interno del più ampio e complesso tema della prigionia durante la Grande Guerra – aspetti questi che pur rappresentano un contributo importante dello studio –, ma riesce anche a trasmettere con efficacia la vicenda umana dei protagonisti. L’ampia gamma di fonti utilizzate e soprattutto la valorizzazione delle testimonianze autobiografiche raccolte nei diari e nei documenti privati dei prigionieri (in particolare del soldato ceco Josef Šrámek o dell’austriaco Josef Robinau) permette all’autore di tratteggiare negli ultimi capitoli del libro l’inferno in cui questi uomini sono stati trascinati. L’Asinara assume agli occhi del lettore – e prima ancora dei prigionieri austroungarici – i contorni di un girone dantesco: una città di tende, di rifugi improvvisati in cui si raccolgono uomini stremati dalla fame, dalla sete, dagli stenti fisici (soprattutto dal colera) e psicologici (viene prestata attenzione anche agli episodi di disordine mentale e depressione fra i detenuti), ma anche un campo di conflitto e rivalità fra i diversi gruppi etnici e nazionali, di mera lotta per l’esistenza. E al tempo stesso, pur in questo microcosmo di disperati, Gorgolini non tralascia i segni di umana quotidianità e condivisione, i tentativi di ingannare la sterile attesa creando giornali di campo – per giunta di contenuto satirico – o dedicandosi alla corrispondenza con i famigliari lontani.

In breve, molti sono i pregi di questo studio che testimonia l’importanza insostituibile della buona ricerca storica per ricostruire i singoli pezzi del complesso mosaico della prima guerra mondiale, anche e soprattutto in quei fronti ancora oggi purtroppo considerati minori.

 

* Stefania Salvadori è tra le animatrici dell'iniziativa www.worldwarone.it .


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