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La scorsa settimana è stata votata la fiducia al governo di Ivica Dačić. Il neo premier serbo ha subito dichiarato di volersi concentrare sul futuro della Serbia, fatto di molte difficoltà, soprattutto economiche. Un futuro però che non potrà prescindere dal passato. Un commento

30/07/2012 -  Luka Zanoni

Venerdì scorso all’ora di pranzo è stato votata la fiducia al nuovo governo serbo che come da programma sarà guidato da Ivica Dačić. Tra le primissime dichiarazioni del neo capo dell’esecutivo la seguente: “Il mio governo sarà un governo rivolto al futuro, non un governo che guarda al passato”. Che la “Serbia forte” che vuole Dačić debba guardare al futuro è fuori di dubbio ma cementare nell'oblio lo scomodo e pesante passato della Serbia con qualche parola in un discorso pubblico è preoccupante.

Ivica Dačić sa bene da dove proviene, sa bene che viene chiamato il “piccolo Slobo”, con evidente riferimento al suo defunto padrino politico, sa bene cosa faceva negli anni ‘90, richiamati con timore in questi giorni dall’opposizione (che dimentica che il “piccolo Slobo” era ministro degli Interni fino all’altro giorno nel loro governo, che anche grazie a lui è stato organizzato il primo Gay pride di Belgrado e che grazie ai voti dei socialisti è stata votata in parlamento la risoluzione, che pur non menzionando la parola “genocidio”, condanna i fatti di Srebrenica).

Ivica Dačić però non ha voglia di guardare al passato, morto Milošević, neutralizzato Šešelj all’Aja, ora è il tempo dei “nuovi” riformatori. Nuovi per modo di dire: tra i ministri del governo Dačić compaiono l'ex portavoce dello JUL, lo storico partito di Mira Marković, Aleksandar Vulin, che diviene il nuovo segretario per il Kosovo, e il ministro degli Esteri Ivan Mrkić che oltre ad essere stato ambasciatore a Cipro è stato consigliere del presidente Dobrica Ćosić nel 1992-1993, per non dimenticare il ministro della Difesa, Aleksandar Vučić, che guiderà i servizi segreti, un ex radicale e tra gli esponenti più oltranzisti del riformato SNS.

Ivica Dačić non può quindi fare i conti col passato, perché il passato è il suo presente e quello del suo governo. Per riprendere una battuta del noto etnologo serbo Ivan Čolović: “Non torneranno gli anni Novanta. A dirlo sono gli anni Novanta!”.

A più riprese infatti il neo premier, eletto con 142 voti a favore, 72 contrari (e 26 assenti), si è affrettato a dichiarare che non torneranno gli anni Novanta, che la Serbia che “sogna” è rivolta al futuro, un futuro fatto di investimenti, che servono per “accendere la miccia dello sviluppo”.

Dačić pensa soprattutto ai finanziamenti che sarebbero stati promessi dalla Cina e dalla Russia destinati alle infrastrutture, oppure all’Azerbaijan. Con gli 800 milioni di dollari che la Russia dovrebbe dare alla Serbia per rimettere in sesto le disastrate ferrovie (i treni serbi in media viaggiano a meno di 50 km/h) il neo ministro delle Finanze, Mlađan Dinkić, già pensa di colmare il magro bilancio statale.

Soldi infatti attualmente ce ne sono pochi e la Serbia nell'immediato futuro sarà costretta ad indebitarsi ulteriormente. Dačić dopo aver fatto la voce grossa con l’FMI e con l’intero sistema bancario serbo, dicendo di non aver bisogno del primo e accusando di ruberie il secondo, ha fatto ora marcia indietro affermando che un accordo con l’FMI ci sarà. Occorrerà verificare come il neo premier riuscirà a conciliare la promesse di non congelare stipendi e pensioni con le strette del FMI e le richieste di risparmio che arrivano da quest'ultimo.

La Serbia si trova con il 25% di disoccupazione, con il tasso di crescita più basso della regione (persino dietro alla Bosnia secondo la BERS), con un debito estero di oltre 24 miliardi di euro, mentre il debito pubblico è al 51% del PIL e il dinaro si trova ai minimi storici. Lo stipendio medio è sceso di cento euro rispetto all'anno scorso, e come se non bastasse il neo ministro delle Finanze ha dichiarato che le casse dello Stato sono in pessime condizioni e quindi i soldi per gli stipendi pubblici e le pensioni ci sono solo fino ad agosto. Non sorprende che l’agenzia di informazione Deutsche Welle, richiamandosi ad esperti di economia, abbia definito la Serbia un paese sull’orlo della bancarotta.

Inoltre, annunciano le principali organizzazioni sindacali del paese, il primo autunno di questo esecutivo sarà senz'altro “caldo”. Tra i più bellicosi il sindacato della polizia, settore ben noto al neo premier dato l’incarico ricoperto fino a poco fa, che ha annunciato scioperi e proteste se le condizioni materiali dei dipendenti non miglioreranno a breve.

Si capisce quindi perché con un presente tanto drammatico il governo Dačić pensi al futuro. Tuttavia per realizzare quello che è anche per questo governo un obiettivo primario, cioè l’integrazione europea e l'ottenimento di una data di avvio dei negoziati (che si vorrebbe entro la fine dell’anno), Dačić non potrà solo guardare al futuro ma dovrà anche fare i conti con quel passato che non passa così facilmente. Sulla sua strada ci sono le buone relazioni coi vicini e il nodo del Kosovo. Fattori che a fatica potranno prescindere dall’elaborazione del passato, per quanto scomodo possa essere.


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