Nataša Kandić (foto OBC)

Nataša Kandić durante un convegno di OBC (foto OBC)

Ora che Ratko Mladić è stato arrestato ed estradato all'Aja si tratta di fare i conti col passato. Che la Serbia non ha ancora avuto il coraggio d'affrontare. Un'intervista a Nataša Kandić, direttrice del Centro per il diritto umanitario di Belgrado

01/06/2011 -  Cecilia Ferrara Belgrado

“È l'avvenimento storico-politico più importante dalla fine della guerra”, così Nataša Kandić, direttrice del “Centro per il diritto umanitario ” di Belgrado accoglie la notizia della cattura del generale serbo bosniaco Ratko Mladić ricercato da oltre 16 anni da quando il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPI), dopo gli eventi di Srebrenica, emise un mandato di cattura contro di lui. La Kandić è un'attivista per i diritti umani di lungo corso e non è donna amata nel proprio Paese, per il suo ruolo nella denuncia di crimini di guerra dell'esercito serbo, vedi il video che le fu consegnato degli Scorpioni un'unità speciale di “liquidatori” di Srebrenica, e per le sue opinioni fuori dal coro in merito al Kosovo. Negli anni Novanta, assieme ad altre attiviste per i diritti umani, era una delle “streghe di Belgrado”. OBC l'ha incontrata dopo l'arresto di Mladić.

Come si è sentita quando ha saputo la notizia dell'arresto?

Sono rimasta molto sorpresa. Pochi giorni fa c'era stato un incontro tra il procuratore del Tribunale internazionale dell'Aja e le istituzioni serbe che era stato molto negativo. Serge Brammertz, il procuratore Onu, aveva annunciato un rapporto duro sulla Serbia. Ero molto pessimista. E improvvisamente giovedì tutto cambia, il presidente serbo Boris Tadić annuncia che Ratko Mladić è stato arrestato. Si tratta di un evento importante. Le vittime aspettavano da più di 16 anni e non pensavano che la Serbia lo avrebbe catturato davvero e invece eccolo là, arrestato. È stato un sollievo. Inoltre aveva sempre detto che piuttosto che lasciarsi catturare si sarebbe sparato un colpo in testa, mentre tutto è stato molto tranquillo, nessuna guardia del corpo, nessuna resistenza.

Si potrà scoprire secondo lei chi ha coperto Mladić?

Non penso che si potrà fare una discussione pubblica su questo punto, ma sarà fondamentale per il governo e per la polizia capire chi erano i gruppi che lo proteggevano e dove si trovano ora. Le informazioni che abbiamo ora, cioè che era solo con il cugino, non ci danno elementi per pensare che fosse protetto da gruppi di professionisti. Ma non credo sia possibile trovare un rifugio sicuro senza il sostegno di parte delle istituzioni.

Cosa cambierà adesso per la Serbia?

Per la Serbia l'arresto di Mladić è la prova che c'è la volontà di adempiere agli obblighi internazionali. Si dimostra che l'adesione all'Ue è molto importante per la leadership politica, ma spero che si colga l'occasione per aprire un dibattito sul passato, perché i processi per i crimini di guerra altrimenti non possono avere un impatto serio sulla società. Il timore è che i nostri politici diranno che hanno fatto il loro dovere per la giustizia internazionale e aspetteranno un premio dall'Unione Europea. E nessuno farà le domande fondamentali: perché Mladić è accusato? Quali delitti gli sono imputati?

Come si può invertire questa resistenza al dibattito?

Il problema è che questo succede in tutta la regione anche perché l'UE non ha alcuna strategia su come gestire il dopoguerra nei Balcani. L'unica richiesta per l'adesione all'UE è la cooperazione con il TPI e ora, essendo rimasto un solo latitante, qual è la strategia? In Croazia sono stati obbligati ad affrontare il passato dopo la sentenza dell'Aja su Gotovina. La Croazia era scioccata quando il Tribunale dell'Aja ha emesso il verdetto di condanna. Giornalisti e politici hanno rigettato la sentenza ma quello che è importante è che si sono comunque dovuti confrontare sui fatti. 

Tadić ha parlato di un passo importante per la riconciliazione nella regione.

Ha anche detto una cosa importante, che è orgoglioso dell'arresto. Ma ha anche aggiunto che siamo vicini alla fine della collaborazione con il Tribunale dell'Aja, fatto tecnicamente vero ma che non può portare ad una semplice chiusura del “libro” del passato. La riconciliazione regionale dipende molto dall'approccio serbo. Sono stati fatti buoni passi avanti: la risoluzione su Srebrenica e l'arresto di Mladić sono due, ora il terzo passo è promuovere il dibattito. Bisogna che le autorità politiche mostrino un sostegno reale alla costituzione di una commissione per la verità e la giustizia, parlo dell'iniziativa di Rekom.

Qual è la differenza tra il tribunale e Rekom?

Rekom darà voce alle vittime in un contesto più ampio, creerà empatia con tutte le vittime. I processi sono importanti perché producono fatti, ma non producono dibattito. Il dibattito lo apre una commissione come Rekom. È un passo fondamentale. Nella regione abbiamo raccolto circa 250.000 firme per la sua istituzione anche se non arriviamo ad un milione di firme entro la fine di giugno, continueremo a fare pressione finché i governi non ci ascolteranno.

Non è stanca la gente di parlare del passato?

È vero, la maggioranza delle persone pensa alla propria vita, perché non c'è lavoro, i salari sono bassi. Sanno della guerra, sanno dei crimini che sono stati commessi e sanno che questa è la ragione principale della povertà delle loro vite. Ma non ci riflettono perché non c'è nessun messaggio politico in questa direzione. La guerra ha fatto 130.000 vittime nella regione, ma la popolazione è di 25 milioni: è molto difficile portare la loro attenzione e compassione per le vittime perché sono stanchi di vedere crimini. Ma, ripeto, nessuno manda messaggi politici che vadano in questa direzione.

Come mettere in relazione l'arresto di Karadžić di tre anni fa e quello di Mladić oggi?

Karadžić era ritenuto il creatore della Republika Srpska (una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina), ma quando è stato arrestato ha deluso i suoi seguaci. Ha iniziato a dire che la comunità internazionale era ingiusta nei suoi confronti perché Holbrooke (mediatore Onu ai tempi degli accordi di pace) gli aveva promesso che se fosse sparito dalla vita pubblica sarebbe potuto rimanere in libertà. Per mesi ha ripetuto questo pur di non affrontare il processo. Mladić sembrava invece il soldato fedele alla patria, il soldato che teneva al primo posto l’interesse dei serbi e forse ad alcuni sembrava per questo migliore di Karadžić. Ma ora tutti si rendono conto che Mladić preferiva vivere senza luce, senza comunicazione, piuttosto che finire in un tribunale e difendere la causa serba, come fece invece Milošević negli anni passati all'Aja. Nel caso di Mladić e Karadžić la loro priorità è stata quella di scappare.


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