Nel sud della Serbia arrivano chiamate ai riservisti. Secondo il ministero della Difesa si tratta di routine ma i fantasmi delle sanguinose guerre jugoslave degli anni '90 tornano a perseguitare i riservisti serbi. Molti dei quali si danno alla macchia

01/10/2007 -  Anonymous User

Di Nikola Lazic da Vranje e Aleksandar Vasovic - BIRN (tit. originale "Serb Reservists on the Run Again", pubblicato il 27 settembre 2007)
Traduzionea cura di Gaia Baracetti

Dopo essere stato convocato dal comando militare locale la scorsa settimana, Zoran, un impiegato della città meridionale di Vranje, situata a pochi chilometri dall'instabile regione del Kosovo, ha deciso che ne aveva avuto abbastanza.

"Mi sono dato alla macchia, quasi subito. Sono sparito, e l'esercito non mi vedrà mai più", dice Zoran, chiedendo di usare solo il suo nome di battesimo per paura delle conseguenze legali della sua decisione di non rispondere alla chiamata.

Zoran, poco più di quarant'anni, è un veterano di guerra. Ha combattuto in tre dei conflitti che spaccarono l'ex federazione delle sei repubbliche jugoslave, governata dal partito comunista.

Come soldato di leva nell'esercito jugoslavo, ebbe il primo assaggio di un conflitto armato durante la breve guerra slovena d'indipendenza dalla Jugoslavia, nel 1991. La sua unità fu poi trasferita in Croazia, dove combatté per sfuggire all'accerchiamento della neonata Guardia Nazionale Croata.

Le guerre per Zoran finirono nei primi mesi del 1992. O così almeno lui credeva. Ma nel 1999, mentre la NATO si preparava a scatenare una campagna di bombardamenti aerei sulla Serbia per porre fine alla repressione della ribellione albanese in Kosovo, fu di nuovo mobilitato.

"In Kosovo subimmo incessanti bombardamenti americani e attacchi della guerriglia. Non c'era niente di peggio", racconta, parlando con un telefono cellulare dal suo nascondiglio nella Serbia meridionale.
Come Zoran, altre centinaia di persone hanno ricevuto lettere di convocazione, decorate dallo slogan "La patria chiama!", dal distretto militare locale.

Nonostante i vertici militari abbiano assicurato che le lettere di convocazione ai riservisti siano semplicemente parte di una necessaria riorganizzazione delle forze armate serbe, chi ancora ricorda il regime guerrafondaio dell'ex leader Slobodan Milosevic è quasi in preda al panico.

In una dichiarazione rilasciata dopo che centinaia di riservisti hanno richiesto spiegazioni il ministero della Difesa serbo ha dichiarato che, "nell'ambito delle sue attività di routine" il distretto militare, con base nella città meridionale di Nis, stava "chiamando i riservisti per informarli del trasferimento amministrativo del personale e di cambiamenti nei loro compiti in caso di guerra". Secondo questa dichiarazione, "tale processo è già stato completato in altre parti della Serbia".

Secondo Bojan Dimitrijevic, un assistente del ministro della Difesa, la "chiamata dei riservisti a Vranje è semplicemente parte di una riorganizzazione". "Abbiamo sciolto tre brigate, e ne abbiamo formata una nuova", ha spiegato.

Il distretto militare di Nis comprende comandi di riserve nelle città orientali, meridionali e sud-occidentali di Zajecar, Vranje, Krusevac e Kraljevo, e, secondo l'esercito, sono stati convocati un totale di 3,578 riservisti da queste città.

"Vranje ha una posizione strategica fondamentale" per via della vicinanza al Kosovo e alla zona-cuscinetto di cinque chilometri (in cui scoppiò una piccola insurrezione albanese nel 2000-1) che ancora separa la Serbia dalla sua provincia meridionale, che aspira all'indipendenza, ha spiegato Dimitrijevic.

Il Kosovo è un protettorato internazionale amministrato dalle Nazioni Unite e protetto dai peace-keeper della Nato sin dalla fine della guerra del 1998-99.

I rappresentanti dell'etnia albanese in Kosovo non mollano sull'indipendenza mentre il governo serbo, guidato dal primo ministro conservatore Vojislav Kostunica, è irremovibile: il territorio conteso deve rimanere parte integrante della Serbia, anche se con un'ampia autonomia.

Le due parti hanno condotto trattative separate sul futuro del Kosovo all'inizio di settembre con una "troika" di delegati di Stati Uniti, Russia e Unione Europea. Negoziati diretti tra le due parti hanno avuto luogo alla fine del mese.

Il timore della gente e delle autorità in Serbia e in Kosovo, e in gran parte della comunità internazionale, è che ulteriori ritardi nella risoluzione del problema dello status del Kosovo possano portare a nuove ondate di violenza nei Balcani.

"La riorganizzazione delle unità militari e dei comandi di riserva a Vranje coincide con gli sviluppi politici del momento in relazione al Kosovo, ma garantisco che non c'è motivo di preoccuparsi o farsi prendere dal panico", ha assicurato Dimitrijevic.

Tuttavia, alcuni analisti a Belgrado sostengono che gli eventi a Vranje possano essere legati agli sviluppi riguardanti il futuro status del Kosovo o a questioni di sicurezza più ampie.

"Potrebbero avere a che fare con gli attuali sviluppi politici, anche se non credo che l'esercito stia interferendo con la politica", ha dichiarato Zoran Dragisic, un analista militare e docente alla Facoltà di Sicurezza all'università di Belgrado.

"L'area di Vranje sarebbe in prima linea in caso di problemi legati al Kosovo. Le file dell'esercito devono essere continuamente rifornite, e l'esercito ha bisogno di sapere cosa ha a disposizione in caso di mobilitazione", ha spiegato.

Dopo la cacciata di Milosevic nel 2000, e di nuovo dopo la separazione pacifica del Montenegro dalla Serbia lo scorso anno, l'esercito serbo ha cercato di riorganizzarsi in unità più piccole, meglio equipaggiate e più mobili, prendendo a modello le strutture della NATO.

Tuttavia, a causa della scarsità di fondi la Serbia ha dovuto accontentarsi di una trasformazione graduale del proprio esercito, rimpicciolendo le unità, le quali sono rimaste, in gran parte, dipendenti dai soldati di leva. Le unità di riserva che potrebbero essere mobilizzate in caso di guerra sono state trattenute, ma su scala limitata.

Aleksandar Radic, un analista militare che vive a Belgrado, sostiene che la convocazione di riservisti sia "parte del rinnovamento dell'esercito".

"L'esercito non può permettersi di farsi trovare impreparato in varie situazioni. I comandanti militari stanno agendo in modo molto responsabile", ha detto Radic.

A Vranje, i riservisti preoccupati la vedono diversamente. Nessuno sa quanti si siano dati alla macchia, ma chi è stato convocato non nasconde le proprie paure e forte ostilità.

"Perchè ci stanno facendo questo?", chiede preoccupato un riservista in fila davanti agli uffici del distretto militare di Vranje. "Vivo sotto stress da anni, e questa è l'ultima cosa di cui ho bisogno". Uno dei suoi compagni d'arma gli fa eco: "Ho passato mesi indossando l'uniforme nel 1999 e davvero non ho voglia di rifarlo". Avverte: "Non possono più contare su di me". Entrambi rifiutano di rivelare i propri nomi, per paura di punizioni.

A Belgrado, la capitale, molti veterani di guerra si dichiarano non disposti a combattere di nuovo, anche nel caso di un conflitto nel Kosovo, che è considerato dalla maggior parte dei serbi la culla della loro civiltà medievale.

"Quando è troppo è troppo. Ho versato il mio sangue per la Serbia, e ogni volta i politici hanno distrutto tutto quello per cui abbiamo combattuto. Siamo stati traditi, sottopagati, sottoequipaggiati, mal addestrati e mal guidati", si lamenta Sasa Zivanovic, un veterano delle guerre in Croazia, Bosnia e Kosovo.

La maggior parte dei serbi è "stufa delle guerre nazionaliste", sostiene Milos Vasic, reporter da Belgrado del settimanale Vreme, e autore dello studio "Copertura mediatica e la crisi della mobilizzazione".

Nel suo libro, che tratta dei rifiuti di massa di riservisti e militari di leva a combattere durante le guerre del 1991-95 in Croazia e Bosnia, Vasic ha scritto che negli anni '90 l'Armata popolare jugoslava, di impostazione comunista e controllata da Milosevic e dai suoi alleati, "si dimenticò che una guerra non può essere combattuta senza un solido consenso nazionale".

Durante gli anni '90 migliaia di riservisti serbi si diedero alla macchia ed arrivarono persino a fuggire all'estero per evitare la mobilitazione "per una guerra nazionalista", ha dichiarato Vasic a Balkan Insight.

Altri si ribellarono, e le loro protestere culminarono nel 1999 quando una colonna armata di riservisti di ritorno dal Kosovo bloccò un'importante strada nella Serbia meridionale, chiedendo di essere rimborsati per ogni giorno passato a combattere e protestando contro la guerra stessa.

Le manifestazioni di riservisti si placarono gradualmente in seguito alla caduta di Milosevic, ma all'inizio di settembre i veterani di guerra serbi organizzarono nuove proteste nelle cittadine meridionali di Kursumlija e Prokuplje, chiedendo il pagamento degli arretrati per il tempo passato a combattere.

A Kursumlija i veterani organizzarono uno sciopero della fame ed impedirono alle unità mediche di entrare nel municipio, come ha raccontato Dejan Milosevic, il loro leader, a Balkan Insight. "Non ci arrenderemo", dice, e aggiunge che i riservisti si stanno preparando a trascinare il governo serbo in giudizio alla Corte europea dei diritti umani con sede a Strasburgo.

Nel frattempo, da qualche parte nella regione di Vranje, Zoran il fuggitivo giura che non combatterà mai più. Sembra determinato: "Ne ho avuto abbastanza", dice. "Chi vuole combattere, lo faccia pure, ma non con me e non nel mio nome. Ho bisogno di benessere, di un lavoro pagato meglio, e di un futuro."


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