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Belgrado, sulla rotta dei profughi

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Alla frontiera tra Serbia e Croazia (Foto Fotomovimiento, Flickr)

Alla frontiera tra Serbia e Croazia (Foto Fotomovimiento, Flickr)

Il viaggio di migranti e rifugiati dalla capitale serba all'arrivo nel campo di identificazione di Opatovac, in Croazia

(Questo reportage è stato pubblicato in contemporanea con il quotidiano il manifesto)

Ramiz mi mostra la sua fotografia davanti a un bancone illuminato. A Damasco faceva il barista. “Il Martini Dry è italiano, vero?” Sembra soddisfatto della conferma. Per arrivare qui, alla stazione degli autobus di Belgrado, ci ha messo 35 giorni. Il momento più difficile è stato il tratto in mare tra Turchia e Grecia, su un gommone. “Avevamo finito la benzina, ci ha aiutato un'altra imbarcazione.” Nel parco intorno a noi ci sono alcune decine di tende, altrettante sono montate in una piccola area verde dall'altro lato della strada. Da alcune settimane, ogni giorno arrivano qui centinaia di migranti e rifugiati provenienti da Preševo, nel sud della Serbia. Le condizioni igieniche sono pessime. Non ci sono docce, solo alcuni bagni chimici in uno stato disastroso. La presenza delle autorità si limita a qualche poliziotto di ronda. Le grandi agenzie internazionali che si occupano di rifugiati sono praticamente assenti. La solidarietà dei cittadini di Belgrado, però, è straordinaria. Decine di volontari lavorano quotidianamente per aiutare i migranti nel loro percorso verso Austria e Germania.

Miksalište

Aleksandra, una giovane di Pančevo, coordina gli aiuti al centro Miksalište, al numero 5 della via Mostarska, poche centinaia di metri dalla stazione. Ci sono vestiti, cibo, un presidio medico, uno spazio per i bambini e la possibilità di ricaricare i cellulari. “Funziona tutto tramite una pagina Facebook, Refugee Aid Serbia [una pagina analoga esiste anche per la Croazia, Dobrodosli dragi imigranti, nda]. La gente porta quello che serve, noi lo distribuiamo.”

All'ingresso in Serbia, i migranti ricevono un permesso di tre giorni per attraversare il paese. Aleksandra mi spiega che da qualche giorno una parte di loro cerca di andare direttamente dal valico di Preševo, tra Serbia e Macedonia, a quello di Šid, tra Serbia e Croazia, senza passare per Belgrado. Nella capitale serba, però, continuano ad arrivare molte persone che hanno bisogno di aiuto, o semplicemente di farsi trasferire denaro dai familiari tramite Western Union.

Tijana, di 23 anni, è una delle volontarie dell'Info Park, una baracchetta di legno che si trova a pochi metri dal marciapiede su cui arrivano gli autobus. Ci sono interpreti dall'arabo e dal farsi. “Cerchiamo di dare informazioni il più possibile dettagliate su come proseguire il viaggio, e su come proteggersi dai profittatori che chiedono tariffe fuori mercato solo per accompagnarli a Šid.” Rahmatullah, un ragazzo afgano di un villaggio vicino a Kabul, mi dice che per lui il tratto più difficile è stato in Bulgaria. “Avevamo paura del mare, e dalla Turchia siamo entrati direttamente in Bulgaria. Abbiamo camminato per tre giorni nella foresta, senza cibo. Ci siamo persi, poi una donna ci ha indicato la strada.” A Kabul ha pagato 4.000 dollari a un trafficante. “Loro poi ti vendono agli altri trafficanti che incontri lungo la strada. Quando arrivi a un punto di passaggio chiami, e dici dove sei. Poi aspetti.”

The Refugee Help Map 

La Refugee Help Map

La Refugee Help Map, uno strumento per i volontari che vogliono aiutare i rifugiati nella Balkan Route. In rosso i punti nei quali c'è più bisogno

Per strada, accanto al parco, c'è un camion cisterna con acqua potabile. Alcuni migranti cercano di lavarsi ai rubinetti della cisterna. Tra poco, qui a Belgrado, farà freddo. Il governo serbo ha allestito un campo a Krnjača, sulla strada per Pančevo, ma non ci vuole andare nessuno. Il timore di molti è di rimanere bloccati in Serbia. Come mi spiega una ragazza di Damasco, che viaggia con la famiglia della sorella, la maggioranza dei siriani vuole andare in Germania. “Noi abbiamo finito i soldi, stiamo cercando un modo per raccogliere i dieci euro a testa per arrivare alla frontiera con la Croazia. Ma non vogliamo fermarci.”

Šid

Il valico di frontiera di Šid-Tovarnik è a circa un'ora e mezza da qui. Senza un passaporto valido, non si passa. A circa un chilometro dal confine, però, alcuni volontari indicano una strada sterrata tra i campi di mais. Un ragazzo serbo mi dice che è sicuro. Non ci sono controlli di polizia, e vedo alcuni migranti incolonnarsi nella campagna, puntando verso occidente. Un altro valico “informale” è in funzione qualche chilometro più a nord, nel villaggio di Berkasovo. È qui che arriva la maggior parte della gente, con gli autobus che provengono da Belgrado o da Preševo. Anche qui non ci sono poliziotti, tranne una jeep che segue il movimento dei profughi a distanza. Alcuni ragazzi cechi aiutano i migranti ad attraversare la frontiera in maniera sicura. “Abbiamo iniziato per contrastare in modo palese la posizione del nostro governo sui migranti”, mi spiega una di loro. “Ci turniamo in continuazione, ogni due o tre giorni, le condizioni qui sono faticose. Ma ci sono già centinaia di persone coinvolte nel nostro movimento.”

Nonostante le recenti scaramucce diplomatiche tra Zagabria e Belgrado, e l'ipocrisia mostrata dal governo ungherese, è evidente che esiste un accordo tra Serbia, Croazia e Ungheria. Dall'altra parte dei campi ci sono i poliziotti croati che attendono i profughi per condurli nel centro di identificazione di Opatovac, poco distante. Da lì, li portano su treni o autobus direttamente al confine ungherese. E le autorità ungheresi, dopo aver tuonato contro gli immigrati e aver eretto un muro al confine con la Serbia, ora li prendono tranquillamente in carico al confine con la Croazia per condurli in Austria.

Opatovac

 

Šid (Foto @AORossini)

Le immagini dei luoghi descritti nel reportage

“Il ritmo varia dalle quattro alle seimila persone al giorno”, mi spiega gentile una funzionaria del ministero degli Interni croato, Helena Biočić. “Dall'inizio della crisi, qui in Croazia sono passate più di 110.000 persone.” Biočić mi accompagna all'interno del centro di Opatovac. Decine di persone sono in fila all'ingresso di una delle grandi tende militari che compongono il campo. “La capacità è di 4.000 persone, ma finora non abbiamo mai raggiunto questi numeri. I migranti restano nel campo solo poche ore, poi vengono trasferiti al confine con l'Ungheria. Li accompagniamo al valico di Baranjsko-Petrovo Selo, con gli autobus, oppure in treno da Tovarnik a Botovo.”

Le condizioni del campo sembrano buone. Le persone ricevono cibo e acqua, vestiti, e possono farsi una doccia. All'interno ci sono anche un presidio medico e un tendone della Croce Rossa, che funziona come centro di raccolta e scambio informazioni per chi abbia smarrito un familiare. Il funzionario di un'agenzia internazionale, che non vuole essere citato, mi spiega che all'inizio la situazione a Opatovac era “caotica”. Qualcuno si è perso perché i profughi erano trasferiti in gruppi di 50, e alcune famiglie si sono trovate in gruppi diversi. Ora però, come mi dice Rafaƚ Kostrzynski, portavoce dell'UNHCR in Croazia, la situazione è molto migliorata e le condizioni del campo di Opatovac sono in generale “molto buone”. Chiedo a Kostrzynski se il fatto di essere identificati in Croazia comporti l'impossibilità di fare richiesta di asilo in Germania, per le regole di Dublino. Allarga le mani. “È una situazione ancora irregolare. In teoria, se hanno preso loro le impronte digitali non potrebbero fare richiesta di asilo in Germania. La Germania però ha dichiarato apertamente che non utilizzerà l'eccezione di Dublino”

“Solo per i siriani?”

“Bisogna chiederlo alle autorità tedesche.”

Solidarietà

La fatica di chi lavora sul terreno in condizioni che continuano a mutare, in assenza di una qualsivoglia risposta da parte dell'Unione Europea, è evidente. “Serve una risposta più forte e coerente da parte dell'UE, servono schemi di ricollocazione delle persone e modi legali e sicuri per arrivare in Europa”, si infervora Kostrzynski. “L'accordo su 120.000 persone va bene, ma non basta.”

Nel 2015, più di 500.000 persone hanno attraversato il Mediterraneo. Tremila sono morti nel viaggio. I corridoi umanitari non sono ancora nemmeno entrati nel dibattito di Bruxelles. Dal Medio Oriente e dall'Afghanistan ognuno ha pagato ai trafficanti almeno 4.000 euro. Anche i morti. La mafia ingrassa, e ringrazia. Nella rotta dei Balcani, le risposte più rapide e efficaci ad oggi le hanno date gruppi informali di cittadini, organizzati nelle maniere più diverse. Come i ragazzi di Belgrado o quelli di Praga, a Berkasovo. Per ora sono gli unici riferimenti affidabili, in questa odissea.


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