Un'immagine tratta dal film "Morgen"

Un'immagine tratta dal film "Morgen"

Si è chiuso il 14 agosto scorso il Festival di Locarno. Ancora protagonista il cinema rumeno con il film “Morgen” di Marian Crisan. Anche registi di altri paesi hanno confermato la vitalità del cinema dei Balcani

23/08/2010 -  Nicola Falcinella Locarno

Ancora una volta la Romania all’attenzione del cinema mondiale. Al 63° Festival di Locarno chiusosi sabato sera, “Morgen”, opera prima di Marian Crisan, ha fatto incetta di premi e menzioni, a cominciare dal premio speciale della giuria. Dopo il cinese “Winter Vacation” di Li Hongqi, che a sorpresa ha ricevuto il Pardo d’oro, si tratta del secondo premio per importanza.

Il cinema dei Balcani si è confermato molto vivace e ha ottenuto un altro pardo, quello per la migliore attrice, andato a Jasna Duricić, una delle interpreti dell’interessante serbo “Beli beli svet” di Oleg Novković.

“Morgen” ha ricevuto pure il premio della giuria ecumenica, il terzo posto per la giuria giovani (che ha fatto le scelte più condivisibili di tutti premiando il cinese “Karamay” di Xu Xin davanti all’ottimo “Pietro” di Daniele Gaglianone, che inopinatamente non ha ricevuto nulla ma è già nelle sale italiane) e il premio Ficc / Iffs della federazione internazionale dei cineclub.

Il premio Arte & Essai Cicae è andato a “Beli beli svet”, curiosamente ambientato a Bor, città della Serbia orientale, come del resto “Tilva Roš” del serbo Nikola Ležaić (storia di giovani skaters, semplicisticamente definita a Locarno il “Gus Van Sant serbo”), del quale abbiamo già scritto da Sarajevo, e che era nella sezione Cineasti del presente.

Entrambi i lungometraggi mostrano le miniere di rame e le fabbriche della città, le manifestazioni degli operai che hanno perso il lavoro. Il film di Novković, già autore di “Kazi zasto me ostavi - Dimmi perché mi hai lasciata” (1993, uno dei primi sulla guerra) “Normalni ljudi” e “Sutra ujutru”, è una tragedia greca che ruota intorno al personaggio di Kralja, interpretato da Uliks Fehmiu (figlio di Bekim), proprietario di un bar.

La sua vita da scontroso viene sconvolta all’improvviso da due fatti concomitanti. La visita della giovane e provocante Rosa, bella e selvaggia, figlia dell’amico rivale Animal. E l’uscita dal carcere di Ruzica, moglie di Animal e madre di Rosa, nonché sua vecchia amante. Da una parte travolto da una nuova passione e dall’altro riportato all’indietro nel tempo, a scoprire cose del passato che lo sconvolgeranno. “Beli beli svet” (nel cast c’è anche Neboisa Glogovac) è in parte anche un musical con i personaggi che a turno con le canzoni esprimono i loro stati d’animo e il coro finale.

“Morgen” è la storia del quarantenne Nelu (Hathazi Andras) che vive a Salonta, cittadina sul confine tra Romania e Ungheria, e lavora come guardia giurata in un supermercato. Le sue giornate sono tutte uguali. All’alba va a pescare (folgorante la sequenza iniziale ripresa da lontano in cui le guardie di frontiera lo costringono a lasciare il pesce catturato), poi al lavoro, infine torna dalla moglie nella fattoria in mezzo ai campi. Il loro piccolo sogno è andare al mare. Una mattina Nelu si imbatte in un turco (Yalcin Yilmaz) che vuole passare illegalmente la frontiera. I due non si intendono se non per un paio di parole di tedesco, ma questo non gli impedisce di comunicare. Il padrone di casa, che inizialmente voleva tener lontano l’estraneo, finisce con l’ospitarlo a casa in attesa di poterlo far espatriare, nonostante le minacce e i controlli delle guardie di confine.

La pellicola di Crisan è molto ben scritta, affidata a volti giusti, diretta con sensibilità e dimostra conoscenza di ciò di cui sta parlando. Un’opera prima notevole, nello stile dei lunghi pianisequenza della nuova scuola romena.

Anche “Periferic” di Bogdan George Apetri è un altro esordio interessante per un regista, che vive tra Romania e Stati Uniti, già segnalatosi con dei cortometraggi. Matilda (interpretata dalla brava Ana Ularu) è una detenuta a metà della pena che riceve 24 ore di permesso per il funerale della madre. Il suo obiettivo è però scappare all’estero, facendosi portare dal camionista (Ion Sapdaru) marito della sua compagna di cella al porto di Costanza. Dopo che il fratello e la cognata non l’hanno voluta aiutare, va a trovare Paul (Mimi Branescu) da cui ha avuto un figlio, Toma, otto anni, che ora sta in un istituto. Dall’uomo, un pappone che l’ha fatta finire in prigione nonostante la sua innocenza, deve ricevere dei soldi, ma il loro litigio li fa finire fuori strada con l’auto e lui muore. L’incontro con il figlio, che nell’istituto frequenta ragazzini più grandi, già coinvolti in giri di piccola criminalità, riserva a Matilda altre brutte sorprese. Se la storia non è originalissima, lo spirito, il ritmo e lo stile (più classico nella scomposizione in inquadrature e lontano dai pianisequenza degli altri cineasti romeni) tengono avvinti. Gli attori sono bravi e convincenti.

Senza premi nella sezione Cineasti del presente l’altro interessante esordio romeno "Burta balenei - Il ventre della balena" di Ana Lungu e Ana Szel. La seconda è anche protagonista nei panni di una trentenne separata che vive con i genitori insieme alla figlia. Riceve la visita dell’ex marito che poi se ne va portandosi dietro figlia e suocera. Ana prepara una serata con altri tre amici. Vogliono vedere un film, ma l’inizio è continuamente rinviato: prima perché non riescono a completare tutti i collegamenti del proiettore, poi perché la padrona di casa si accorge di non trovare più il telefono mentre aspetta la chiamata dell’uomo con cui ha trascorso la notte precedente. Partono così le ricerche e poi il surreale scambio di messaggi con il ragazzino (e i suoi genitori) che hanno ritrovato il cellulare. Le registe rischiano molto perché all’inizio non si capisce dove la storia vada a parare, i tempi sono lunghi e alcuni passaggi sembrano superflui. Lo spunto è però interessante e man mano che la vicenda si sviluppa acquista un suo senso e lo stile (anche qui lunghi piani sequenza) trova una motivazione.

Si conclude poi in Romania “Il responsabile delle risorse umane” dell’israeliano Eran Riklis (“La sposa siriana”, “Il giardino dei limoni”) presentato in Piazza Grande che, come prevedibile, ha vinto il premio del pubblico. La vicenda (da un romanzo di Abraham Yehoshua) ruota attorno a una romena emigrata a Gerusalemme per lavoro e morta in un attentato. La notizia del suo cadavere non reclamato da nessuno arriva sui giornali e manda nei guai il grande panificio in cui era stata impiegata. Per recuperare il danno d’immagine, il responsabile delle risorse umane del panificio, accompagnato da un giornalista, torna al villaggio natale della dipendente.

Nei Cdp l’interessante documentario turco (nel concorso internazionale c’era anche “Sac – Capelli” di Tayfun Pirselimoglu) "12 Settembre" di Ozlem Sulak che ricostruisce le vicende del colpo di stato del 12 settembre 1980 guidato dal generale Kenan Evren. Un evento (affrontato in più occasioni dal cinema di fiction) che ha segnato in profondità la società del paese oltre che deviarne la storia politica. Ne parlano 17 persone che al tempo erano lavoratori e studenti e che l’hanno vissuto in varie forme, qualcuno l’ha sostenuto, qualcuno è stato spettatore senza rendersi ben conto di quel che stava succedendo, ma la maggioranza degli intervistati era contro il golpe. Ciononostante molti corsero a nascondere, o addirittura bruciare, i testi “sovversivi” che potevano farli accusare. Colpisce inoltre il racconto delle conseguenze del golpe sulla vita personale di ciascuno: nei giorni successivi al golpe furono in molti quelli che corsero a sposarsi e fecero figli, ritirandosi dalla partecipazione attiva alla vita politica e associativa. Interessante la forma scelta dalla regista. Ogni intervista è un pianosequenza di un’azione lavorativa dell’intervistato (chi fa il pane, chi lavora i campi, chi fila, chi scrive) con il sonoro registrato a parte.


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