Liviu Voinea

In piena crisi economica, la Romania è costretta a chiedere un prestito di 20 miliardi di euro a Ue ed Fmi. Perché questo vada a beneficio del paese e non solo dei gruppi bancari che operano in Romania, sostiene l'economista Liviu Voinea, c'è però bisogno di controllo e regole chiare

01/04/2009 -  Francesco Martino Bucarest

In quali condizioni si trovava l'economia romena all'inizio della crisi economica? Quali i suoi punti di forza, e quali gli elementi di debolezza?

Tra gli elementi di forza si può inserire la forte crescita economica goduta dal paese negli ultimi 6-7 anni. Il problema di questa crescita, è che si è basata soprattutto sul consumo, alimentato dal debito accumulato dalle famiglie. Nel momento in cui, a causa della crisi, i flussi di finanziamento si sono ridotti, la crescita si è azzerata. Un altro elemento considerato positivo era la politica fiscale, organizzata intorno alla flat-tax. Anche in questo caso, però, ho seri dubbi sull'effettiva bontà di tale misura in un contesto come quello romeno. Qui per molti decenni le possibilità di acquistare sono state limitate, e la maggiore disponibilità resa possibile da una minore pressione fiscale, più che favorire il risparmio ha accentuato la spinta al consumo. Tutto questo ha portato alla creazione di fattori di debolezza strutturale: innanzitutto il forte deficit nella bilancia dei pagamenti con l'estero, che ha raggiunto il valore di ben il 14% del PIL. A questo va aggiunto il crescente deficit nei conti dello stato, passato dall'1,2% del 2004 al 5,3% dell'anno scorso. Riassumendo, il boom economico vissuto dal paese negli ultimi anni si basava su basi piuttosto fragili.

Qual è stata la reazione delle autorità romene ai primi segnali che la crisi avrebbe toccato presto il paese?

Per molti mesi l'establishment politico è stato molto riluttante ad ammettere che la crisi sarebbe arrivata anche da noi, arrivando a negare che questo sarebbe mai successo. Basti pensare a quanto dichiarato dall'ex premier Tariceanu, che a fine settembre dello scorso anno disse che la crisi non solo non avrebbe colpito la Romania, ma che si trattava di un elemento positivo, "perché avrebbe aperto la possibilità di comprare case a poco prezzo negli Usa". Neanche l'opposizione, in campagna elettorale, ha attaccato il governo sul tema della crisi, visto che tutti i principali partiti hanno avuto responsabilità nella gestione politica ed economica del paese negli ultimi anni, responsabilità che avrebbero dovuto prendere di fronte agli elettori. Così invece di prendere misure d'emergenza, la situazione è stata addirittura aggravata con l'aumento delle spese pubbliche in vista delle elezioni politiche, tenute a novembre.

Il nuovo governo, però, non ha potuto di certo far finta di niente...

Il nuovo governo è entrato in carica lo scorso 22 dicembre. Sfortunatamente il dibattito sulla finanziaria 2009 si è protratto fino al 20 febbraio ed è stato impostato su previsioni di crescita e deficit del tutto irrealistiche. Adesso a poco più di un mese di distanza, nei negoziati con il Fondo monetario internazionale (Fmi) il governo ha accettato di rivedere le cifre (recessione del 4% contro una crescita preventivata al 2,5%, deficit al 5,1% invece che al 2%).

Con l'accordo raggiunto lo scorso 25 marzo, la Romania riceverà complessivamente da Fmi e Ue 20 miliardi di euro. Qual è il suo giudizio sulle linee dell'accordo rese pubbliche?

Purtroppo all'accordo c'erano poche alternative, e la somma accordata sembra essere appropriata. Prima di entrare nel giudizio economico e politico, c'è però da considerare una forte implicazione morale, relativa al modo con cui questo denaro verrà utilizzato. Al momento il governo romeno e il Fmi stanno tentando di convincere le banche straniere a non ritirare i propri fondi dalla Romania. In modo forse semplicistico, ma non privo di elementi, c'è chi sostiene che la Romania prenderà soldi in prestito per essere in grado di fornire denaro alle banche straniere che operano sul nostro mercato. E si chiede se sia morale accollarsi un prestito oneroso per far fronte a debiti di natura privata.

Con quale modalità verranno utilizzati i fondi presi in prestito, e per quali obiettivi?

I soldi presi in prestito dall'Ue servono a finanziare un approccio graduale alla riduzione del deficit. Terapie shock nel taglio del deficit sarebbero infatti senz'altro negative, visto le difficoltà già incontrate dal settore privato, e potrebbero portare ad una recessione ancora più grave.

Per quelli dell'Fmi il meccanismo è il seguente: il denaro andrà alla banca centrale che al momento ha riserve monetarie di circa 26 miliardi di euro. Di questi, però, ben 12 provengono dal fondo obbligatorio che le banche private sono tenute per legge a versare nelle casse della banca nazionale. I fondi dell'Fmi permetteranno di liberare gradualmente questo fondo al momento congelato, e far sì che questo denaro possa tornare a disposizione delle banche private, che dovrebbero utilizzarlo per finanziare l'economia romena. Il problema però, come dicevo, è che non c'è alcuna certezza che i gruppi stranieri, che rappresentano il 95% del settore bancario in termini di assets, non decidano di ritirare il denaro dalla Romania.

Nei giorni successivi all'accordo, il Fondo monetario ha però presentato un documento sottoscritto da parte dei nove principali gruppi bancari stranieri, in cui questi si impegnano proprio a non ritirare i propri fondi dal mercato romeno...

Certamente un impegno scritto è una cosa positiva, ma credo che l'approccio adottano non sia stato corretto. Perché dovremmo "pregare" le banche straniere di non ritirare i propri fondi dal mercato romeno, quando basterebbe rispettare la legislazione europea a riguardo, che è molto chiara rispetto alle condizioni da porre a banche che ricevono aiuti pubblici? Adesso, nonostante l'impegno scritto, non sappiamo se ci siano gli strumenti effettivi perché questo venga fatto rispettare. Quest'impegno somiglia ad una clausola molto "soft", e non è chiaro quanto sia realmente vincolante. Non credo che basti a risolvere in via definitiva il problema.

Quali misure, secondo lei, dovrebbero essere adottate per massimizzare gli effetti positivi del prestito adottato?

La cosa più importante è la trasparenza nel modo con cui verranno gestiti i fondi. Credo che sarebbe molto utile creare un comitato indipendente di esperti che supervisioni i termini dell'accordo, e che riferisca all'opinione pubblica a intervalli regolari. Una misura del genere sarebbe estremamente positiva in un paese come la Romania, dove l'opinione pubblica ha accumulato una forte sfiducia nei confronti del Fondo monetario. Non bisogna dimenticare che dei sei accordi stipulati con l'Fmi a partire dal 1999, ben cinque non sono stati rispettati.

Il leu si è fortemente svalutato negli ultimi mesi, passando da 3,7 a 4,3 leu per un euro. Il prestito rende la moneta romena più stabile?

Sicuramente il prestito ha un effetto positivo, perché crea una rete di sicurezza, anche psicologica, che rende meno probabili attacchi di tipo speculativo. Anche in questo caso, però, l'eventuale fuga dei capitali bancari dal paese potrebbe avere un effetto estremamente negativo, e provocare tentazioni speculative e un possibile drastico deprezzamento del leu.

Quali saranno, secondo lei, le prospettive nel campo occupazionale e per gli investimenti dall'estero nel 2009?

La disoccupazione crescerà in modo significativo, soprattutto nel settore privato. Le prime previsioni del governo parlavano di 500mila disoccupati entro la fine dell'anno, cifra raggiunta però già a febbraio. Adesso si parla di 800mila disoccupati, ma io ritengo che potrebbero passare il milione. Il 2009 sarà probabilmente un anno negativo anche per gli investimenti diretti dall'estero, che negli ultimi anni questi hanno avuto un trend positivo, raggiungendo nel 2007 i 10 miliardi di euro. C'è da dire però, che si tratta di investimenti diretti non tanto al settore produttivo, quanto al consumo, che ha fatto la parte del leone: vendita al dettaglio, proprietà immobiliari e settore bancario raccoglievano infatti circa il 70% del flusso di investimenti. A soffrire saranno anche le rimesse, che con circa 7 miliardi di euro annui giocano un ruolo importante per l'economia della Romania. L'hanno scorso, per la prima volta in dieci anni, hanno smesso di crescere, e non è escluso che quest'anno possano diminuire.

L'ingresso nell'area euro resta una priorità per la politica romena? Quali sono le prospettive in questo settore?

Credo che resti una priorità, e se le riforme strutturali promesse verranno portate effettivamente a termine, l'obiettivo di acquisire la moneta unica entro il 2014 non mi sembra impossibile. Il solo procedere verso quel fine funziona già come elemento di stabilità monetaria, e rende gli attacchi speculativi più improbabili. Se avessimo già l'euro, oggi, non avremmo bisogno di chiedere un prestito al Fmi, perché non saremmo costretti a difendere la nostra moneta da soli. Adottare ufficialmente l'euro in Romania, poi, non comporterà problemi "emozionali", la gente non è particolarmente attaccata al leu. A livello informale molti settori dell'economia, come la compravendita di case e automobili funzionano già con la moneta unica.

Liviu Voinea, economista ed editorialista, è direttore esecutivo del Group of Applied Economics e "senior lecturer" presso l'Istituto Nazionale per gli Studi Politici e Amministrativi di Bucarest.


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