(robdeman/flickr )

Esperti e giornalisti provenienti da varie parti del Caucaso del sud, inclusi territori de facto indipendenti come Abkhazia, Ossezia del Sud e Nagorno Karabakh, dicono la loro sulle prospettive di integrazione nell'Ue. Considerando l'ipotesi di un percorso comune caucasico

22/09/2010 -  Gegam Bagdasaryan Stepanakert

In seguito alla dissoluzione dell’URSS, l’Unione europea ha riconosciuto, nel dicembre 1991 l’Armenia, l'Azerbaijan e la Georgia come Stati indipendenti. Al riconoscimento è seguito l’inizio della cooperazione europea nel Caucaso Meridionale e con il passare degli anni questi Paesi sono diventati membri del Consiglio d'Europa (nel 1999 la Georgia, nel 2001 Armenia e Azerbaijan). Nel marzo del 2003 la Commissione europea ha pubblicato il rapporto “La grande Europa e i suoi vicini: politiche di vicinato con i nuovi Stati ai confini orientali e meridionali dell'Ue” e dal 2004 elabora singoli rapporti per ciascun Paese coinvolto nelle politiche di vicinato (European Neighborhood Policy, ENP) che coinvolgono Georgia, Armenia e Azerbaijan.

Ma i Paesi del Caucaso meridionale come giudicano le prospettive di integrazione europea? E quali problemi si trovano ad affrontare lungo il percorso verso l’integrazione stessa? E per quanto riguarda gli Stati non riconosciuti o solo parzialmente riconosciuti, in che modo entreranno nell’orbita della cooperazione europea?

Lo studioso azero Ali Abasov ritiene che i problemi di sicurezza che affliggono la regione rendano necessario considerare il Caucaso meridionale come un’unica entità comune unita da aspetti non solo geografici ma anche socio-culturali, politici ed economici.

Secondo Abasov, attualmente questi aspetti procedono separatamente in ognuno di questi Stati e proprio per questo nessuno di questi Paesi è in grado di diventare un attore indipendente sulla scena politica neppure a livello regionale. Tale situazione rende la ricerca di nuovi modelli di rafforzamento della sicurezza un’assoluta priorità, sia per i singoli Stati che per l’intera regione, dove va sempre più diffondendosi il concetto di integrazione regionale.

Lo studioso di Yerevan Artjun Chačatrjan sintetizza così il nocciolo della questione: “L’integrazione europea per gli Stati del Caucaso meridionale è un cammino da percorrere tutti insieme o separatamente?”. Secondo Chačatrjan in questi tre Paesi procedono separatamente tre diversi processi di integrazione europea. Inoltre, i tre Stati del Caucaso meridionale spesso si trovano a competere l’uno con l’altro proprio nell’ambito di questo processo. Non di rado capita di intuire che con l’espressione “integrazione europea” molti intendono indicare banalmente la lotta per accaparrarsi la maggiore vicinanza possibile alla Ue o, ancora più banalmente, i suoi generosi contributi finanziari. Anche per questo ognuno agisce per conto proprio. Inoltre, sostiene Chačatrjan, "l’integrazione europea che noi abitanti del Caucaso meridionale sogniamo deve essere costruita da noi stessi, tutti insieme, qui nel Caucaso meridionale e soltanto in seguito potremo iniziare a parlare di relazioni con l’Unione europea”.

In effetti, secondo numerosi esperti il problema principale consiste nella creazione di un’area comune nel Caucaso meridionale, basata anche su un sistema di valori condivisi.

I territori de facto indipendenti guardano all'Ue

Per il presidente dell’assemblea nazionale del governo de facto del Nagorno Karabakh Ašot Gulijan è però palese come il Caucaso meridionale, con i suoi numerosissimi problemi interni, non possa essere classificato come un’unica entità territoriale. Tra l’altro, è proprio questa la modalità in cui le strutture europee si relazionano alla regione, seguendo a suo avviso un approccio di tipo puramente politico, senza veri riferimenti alla realtà dei fatti. L’omogeneità del Caucaso meridionale è purtroppo, secondo Gulijan, una semplice questione di geografia. Dopo il dissolvimento dell’URSS, nel Caucaso meridionale, si sono sviluppati sistemi politico-giudiziari totalmente diversi l’uno dall’altro, come si nota comparando Azerbaijan e Nagorno Karabakh. La percezione, da parte della società civile, dell’organizzazione della vita dello Stato e della democrazia è totalmente diversa di Paese in Paese, a seconda del modo in cui si è venuto a creare un sistema di valori e dal livello di effettiva adesione a tale sistema.

In giallo sono evidenziati i territori de facto indipendenti ma non riconosciuti o solo parzialmente riconosciuti a livello internazionale.

Che fare in questo caso? Gulijan ritiene che le strutture europee dovrebbero indirizzare i propri sforzi nella ricerca di uno spazio comune “che favorisca il dialogo tra diverse società con punti di vista e prospettive differenti, come è il caso per la società azera e quella del Nagorno Karabakh."

Nel caso delle altre entità statali non riconosciute il problema ha invece caratteristiche proprie.

Il capo-redattore del quotidiano abkhazo “Nužnaja gazeta” Izida Čanija ha riferito che il rappresentante speciale Ue per il Caucaso meridionale Peter Semneby, recentemente recatosi in visita a Sukhumi, ha dichiarato che la politica Ue rispetto a queste aree si basa sull'idea di “coinvolgimento senza riconoscimento”. Il diplomatico ha precisato che per “coinvolgimento” si intende la messa in atto di numerosi progetti a livello economico e umanitario. In quell'occasione, Semneby ha infatti dichiarato: “Il nostro fine è coinvolgere la popolazione abkhaza nella creazione di relazioni, affinché la popolazione stessa si senta parte di un’unica famiglia europea. È palese che questo è territorio europeo, e occorre tenerlo sempre a mente. Tale presupposto è ancora più importante rispetto alla soluzione della questione dello status politico.”

I politici abkhazi presenti all'incontro hanno a propria volta ribadito di essere pronti a rafforzare i rapporti economici, culturali, scientifici e di altro tipo con la Ue anche senza riconoscimento. Non hanno però perso l'occasione di sottolineare che se questo è un pretesto per includere l'Abkhazia nello spazio comune europeo esclusivamente attraverso la Georgia, anche questo tentativo si rivelerà soltanto l’ennesima “bolla di sapone”.

Un situazione analoga si registra anche in Ossezia del Sud, dove però sullo sfondo ha avuto luogo una lunga catena di scandali relativi a spionaggio e dove vige un clima da “caccia alle streghe”. Come riporta l’inviato del quotidiano di Tskhinvali “XXI secolo” Marija Plion, le autorità locali hanno tacciato i rappresentanti delle ONG attive sul territorio di portare avanti propaganda filo-georgiana e di essere spie al soldo degli occidentali. La classe dirigente dell’Ossezia del Sud è persino riuscita a convincere la maggior parte dell’opinione pubblica del fatto che l’Europa è senza alcun dubbio un nemico. Il regime del de facto presidente Kokojty interpreta un possibile processo di integrazione europea come un attentato al proprio monopolio del potere.

Il ruolo delle ONG europee

Alcune ONG europee hanno creato accordi di partenariato al fine di sostenere una serie di iniziative che potrebbero contribuire alla risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh cercando di coinvolgere tutte le comunità colpite dal conflitto. ll cosiddetto “Partenariato europeo per la risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh” ha recentemente ottenuto l'appoggio dell'Unione europea e si sta ora coordinando con organizzazioni e associazioni armene, azere e del Nagorno Karabakh.

Dessislava Rusanova, direttrice del programma eurasiatico di International Alert, ritiene che “la società civile dell’intera regione debba decidere quali rapporti vuole intrattenere con l’Unione europea e, infine, in che modo queste relazioni andranno ad influire sui rapporti reciproci tra stati nell’intera regione.” “Ma la cosa più importante che dobbiamo comprendere”, prosegue la Rusanova, “è che le relazioni instaurate con un’entità esterna molto più potente non possono in alcun modo sostituire le relazioni che occorre instaurare invece tra stati confinanti”.


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