Quando nuovi confini imprigionano sogni e aspirazioni. Un reportage dal nord del Montenegro pubblicato dalla rivista Questo Trentino e ripreso da Osservatorio Balcani e Caucaso

24/02/2001 -  Davide Sighele Berane

Dieci chilometri sulla vecchia strada per Podgorica, per il sud del Montenegro. Sale costante, ma piena di curve e molto stretta. Qualche casa che guarda su pendii boscosi, giù fino al torrente in fondovalle. Non vi è nemmeno un piazzale per parcheggiare le macchine, che vengono lasciate sul ciglio della strada. Ad un certo momento una deviazione, altri sei chilometri di strada sterrata, il fondo scivoloso per il fango ed il rosso-arancione delle foglie di faggio cadute l’autunno scorso. Poco prima di arrivare un’aquila appollaiata sulla cima di un grande abete si solleva in volo, poi un piccolo piazzale per girarsi e la strada finisce. Poco sotto due case, una in pietra a base quadrangolare, l’altra molto più piccola, totalmente in legno se non fosse per una base alta circa un metro anch’essa in pietra.

Ci accoglie Daco, oramai da molti anni in pensione ma che fu maestro in questi paesini vicino a Berane. Vive quasi tutto l’anno quassù, da solo. I figli lavorano tutti in città, per lo più a Podgorica e lui non vuole raggiungerli. Sta bene quassù, anche se sente la solitudine, e poi non vorrebbe essere di troppo. "Ha lavorato 40 anni come maestro di paese, girando per tutta l’ex-Jugoslavia, e non gli hanno dato nemmeno un appartamento" - ci dice la figlia, direttrice della biblioteca di Berane.

Nella ex-Jugoslavia moltissimi lavoratori statali o di imprese autogestite avevano diritto ad un appartamento. Non veniva concesso in proprietà, ma era sicuramente qualcosa in più rispetto ad un semplice affitto. Poteva ad esempio essere ereditato dai figli, se questi ultimi non cambiavano luogo di residenza rispetto al padre o alla madre. Veniva percepito quasi come una proprietà privata, pur non essendolo.

Durante gli anni ’90 in molte città dell’ex-Jugoslavia si stava procedendo alla privatizzazione di questi appartamenti. Poi è arrivata la guerra, i rifugiati e gli sfollati e la situazione estremamente complessa per quanto riguarda queste "proprietà". Se erano state abbandonate, l’unico diritto era quello di poterci ritornare (in molti casi però neppure questo era scontato), ma se si decideva di non fare ritorno si perdeva l’appartamento per sempre. Non poteva essere venduto e ritornava proprietà dello Stato, dell’esercito, della Zastava o di qualche altro ente od impresa statale.

In Montenegro tutto questo è stato diverso, poiché la guerra qui non è mai arrivata, ed allora ci si continua a stupire che un dipendente statale non abbia ricevuto un appartamento.

Entriamo in una cucina abbastanza ampia: su di un tavolo centrale, ordinatamente riposti, alcuni libri e degli appunti. "Studio e scrivo per passare il tempo. Qui è tranquillo e nessuno ti disturba" - ci dice Daco mentre rapido comincia a riordinare per far posto al caffè ed ai bicchierini di rakija. Ripone tutto in una credenza le cui ante, una volta aperte, rivelano un accatastarsi di manoscritti, documenti, lettere e fogli scritti a macchina. "Sono i miei libri: non appena avrò un po’ di soldi cercherò di pubblicarne qualcuno". Vi è una "Storia del Montenegro", una "Storia della regione del Vasojevici" che comprende Berane ed Andrjievica, un trattato di studi strategici.

"Io sono comunista, sono stato ufficiale di Tito durante la seconda guerra mondiale e sono ancora un riservista" - dice, mentre la figlia alle sue spalle sorride pensando ai suoi settant’anni passati, alle difficoltà che iniziano a farsi sentire ed al suo volersi ancora chiamare riservista.

Daco finisce il suo bicchiere di rakija, le ultime gocce sulle mani e poi sparse sul viso appena rasato. "Ma ho scritto anche canzoni e poesie ed ho alcune raccolte anche di quelle".

Alla porta si affaccia suo fratello più giovane: ha da poco passato i sessant’anni ed è da nemmeno un anno in pensione. Vive da tempo a Belgrado dove ha lavorato come professore di russo e francese e giornalista anche per Politika, uno dei principali giornali della ex-Jugoslavia. Esordisce con qualche parola in francese e qualche attenzione in più nei confronti delle ragazze presenti. Si parla degli autori russi, dei suoi anni passati all’università, delle sue traduzioni di opere quali "Anna Karenina" di Tolstoj. "Dal russo al serbo e viceversa, per mettermi alla prova".

A seguire queste discussioni, ci sono le foto dei genitori e dei nonni dei fratelli Daco e Bozo. Foto appese al muro sotto una grande aquila imbalsamata. In posa, vestiti in modo tradizionale, le facce da contadini. Ma i loro figli dal pavimento in terra battuta della prima casa della zona, che ora funge da stalla per le vacche, sono arrivati fino alle aule universitarie di Belgrado, Novi Sad, Sarajevo. Dai paesi alla città. "Eravamo più motivati perché qui in campagna non c’era nulla da fare e lo studio era la nostra unica possibilità".

Ma evidentemente il sistema socialista ha permesso quello che in Italia è avvenuto in parte solo una o forse anche due generazioni più tardi. Dai paesi alle città, anche i figli dei contadini all’università. Ed ora questi maestri e professori ritornano a passare parte dei loro anni da pensionati in paese e magari ritrovano quei nipoti che a causa delle grandi tragedie e difficoltà degli anni ’90 non si sono mossi, non hanno avuto l’opportunità o non hanno voluto studiare. La multietnica Sarajevo, Belgrado, l’austro-ungarica Zagabria per loro non sono neppure un sogno. Il loro universo si è irrimediabilmente ristretto. Imprigionati dai nuovi confini della ex-Jugoslavia, catturati dai visti necessari per tutti i paesi europei, commiserati e non capiti dai nonni che soffrono di questa degenerazione.

Lidija ha 29 anni, da dieci non lavora. Avrebbe voluto studiare pedagogia ma non ha potuto. Adesso dorme fino all’una del pomeriggio e si rifiuta di fare lavori troppo umili per pochi soldi. Esce con le amiche nei nuovissimi bar aperti in questi ultimi anni nel centro di Berane, vive dei soldi che le passano i genitori, sta ancora con loro nonostante sia fidanzata da oltre dieci anni. "Da sola sarebbe impossibile mantenermi".

Alla sua età, i suoi nonni avevano già vinto una guerra di resistenza contro nazismo e fascismo e tentavano di costruire un paese nuovo. Ma anch’essi portano il peso e la responsabilità del fallimento di Lidija, del fallimento del loro sogno.

Dagli autori russi si è passati a discutere di Milovan Gilas, del suo "Stato o partito", delle accuse nei suoi confronti di essere contro la Jugoslavia e degli anni in carcere. Gilas è nato a Mojkovac ed ha studiato al liceo di Berane. Molti lo conoscevano qui e molti raccontano di incontri, discussioni e vicende che lo riguardano.

Ma Lidija no, e neppure Sasa, Zeljko o Ana. Per loro è un passato troppo lontano. Reso tale da quei terribili anni ’90. "Devedesete za vama niko nece aliti"(Anni Novanta, nessuno vi rimpiangerà) - canta Ðorje Balaševic.


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