Alla fine è successo: la Macedonia è fuori dalla Nato a causa del veto greco sulla "questione del nome". A Skopje, dopo la delusione iniziale, ora ci si chiede che fare, proseguire le trattative, oppure rompere i negoziati, portando la Grecia di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia?

09/04/2008 -  Risto Karajkov Skopje

Alla fine è successo. Durante il summit di Bucarest della settimana scorsa, la Grecia ha posto il veto sull'invito alla Macedonia ad entrare a far parte della Nato. E il ronzio della frenetica attività diplomatica si è risolto in un'unica nota di amarezza.

In Macedonia c'è stata, fino all'ultimo minuto, la speranza che la forte pressione esercitata dagli Stati Uniti avrebbe alla fine fatto desistere Atene dai suoi propositi, ma questo non è successo, e la Macedonia è rimasta alla porta. Quali saranno le conseguenze politiche di questo fallimento, dalle parti di Skopje, è ancora tutto da vedere.

Il sentimento che riemerge con grande chiarezza, però, è quello di avvertire la Grecia come una grande minaccia per il paese. La stessa Grecia che rallentò il riconoscimento di Skopje all'Onu all'inizio degli anni '90, che nel 1994 impose alla Macedonia un embargo costato miliardi di dollari, oggi tiene il paese fuori dall'Alleanza Atlantica.

Guardando al futuro, poi, se la Grecia è riuscita tanto facilmente ad opporsi agli Usa nell'ambito della Nato, ci sono pochi dubbi sulla sua decisione ad utilizzare gli stessi mezzi rispetto all'avvicinamento della Macedonia all'Ue.

Atene ha puntato il dito contro Skopje, accusando la Macedonia di intransigenza. La Grecia, secondo le parole dei suoi rappresentanti, negli ultimi tempi avrebbe fatto molte concessioni, contrariamente a quanto fatto dall'altra parte. In ogni caso, sembra evidente che la Macedonia fosse disposta, o potesse essere forzata, ad accettare molti degli "aggettivi" da aggiungere al proprio nome costituzionale presentati sul tavolo delle trattative che hanno preceduto il summit di Bucarest. Ma questo non è abbastanza per la Grecia, che punta a qualcosa che nessun governo macedone potrebbe essere disposto a concederle.

La buona notizia è che a Bucarest la procedura di invito alla Macedonia è stata messa in "stand by", e che può essere automaticamente sbloccata nel momento in cui dovesse essere trovata una soluzione alla disputa con Atene. Non ci sarà quindi bisogno di aspettare un prossimo summit generale della Nato per dare il via libera a Skopje nell'organizzazione.

L'altra notizia positiva è l'impegno degli Usa a offrire una serie di accordi particolari con la Macedonia nel campo della sicurezza. Questo ovviamente non rimpiazza la Nato, ma rappresenta un chiaro messaggio ai tanti ed incurabili "nazionalisti romantici", sognatori di "grandi patrie", di cui i Balcani abbondano, anche nella regioni già integrate nell'Unione Europea.

Le note dolenti, invece, vengono dall'atteggiamento europeo. L'Ue si è dimostrata indifferente, o incapace di agire. Nessuno ha veramente affrontato la Grecia a Bucarest, nonostante molti paesi siano in disaccordo col suo comportamento politico, e tutti siano consapevoli dell'importanza della Macedonia per la sicurezza regionale.

Solo alcuni paesi europei hanno preso le parti di Skopje, tra cui la Slovenia, che è sembrata la più vicina alle posizioni macedoni. L'Italia è sembrata appoggiare la Grecia, per poi dichiararsi neutrale. Il premier uscente, Romano Prodi, ha smentito il suo appoggio alla mozione di veto. La Germania ha detto di sostenere sia Atene che Skopje, mentre la Francia ha voluto giocare a una vezzosa realpolitik. Forse a corto di altri argomenti, il presidente Nikola Sarkozy, con una battuta, ha dichiarato di appoggiare Atene perché suo nonno era greco.

Anche i paesi che a parole appoggiano la Macedonia, come la Gran Bretagna, non hanno fatto molto per opporsi alla Grecia. Per i politici macedoni, si tratta di un duro scontro con la realtà della politica internazionale, soprattutto se vista da un piccolo paese che punta all'ingresso nell'Ue.

Intanto in Macedonia, dopo l'iniziale delusione, le cose sembrano procedere meglio di quanto ci si potesse aspettare. "Il sole brilla ancora", ha detto il filosofo Ferid Muhic. Anche la borsa valori si è ripresa in fretta.

I media hanno parlato di voglia di boicottaggio verso i prodotti greci, ma nella catena di supermarket "Vero", a capitale greco, non sembrano esserci meno clienti del solito. Le agenzie turistiche hanno segnalato una diminuzione di interesse verso la Grecia nel periodo di Pasqua, e l'auto di un imprenditore greco è stata danneggiata a Skopje durante il passato week-end.

Nel frattempo, fiorisce il sentimento di gratitudine nei confronti degli Stati Uniti. La Macedonia sembra identificarsi in un piccolo orfano, che per la prima volta a trovato un "grande" pronto a difenderlo. Il sindaco di Skopje, Trifun Kostovski, ha annunciato di voler ribattezzare il parco cittadino "George W. Bush". "E' ora di imparare a mostrare la nostra gratitudine", ha detto Kostovski.

E' ancora presto per giudicare complessivo del veto imposto dalla Grecia. Uno dei timori più forti è che il mancato ingresso nella Nato possa mettere in crisi i rapporti tra le due comunità principali che abitano il paese, quella macedone e quella albanese. Evidentemente gli albanesi si sentono meno coinvolti dei macedoni sulla questione del nome. Se l'establishment macedone dovesse decidere di voltare le spalle all'integrazione euro-atlantica, pur di preservare il nome costituzionale, questa linea difficilmente sarebbe appoggiata dai partiti albanesi, e il paese potrebbe entrare in crisi.

Fino ad oggi, però, i partiti albanesi hanno giocato un ruolo costruttivo, guadagnandosi la riconoscenza dei macedoni.

L'impressione è che la Macedonia voglia continuare a negoziare. Molti analisti sostengono che il paese dovrebbe mantenere aperto il dialogo alla ricerca di una soluzione mutualmente accettabile.

Altre voci, però, invitano il governo a interrompere le trattative, e a portare la questione di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. "La Grecia ha violato gli accordi sottoscritti nel 1995", ha affermato più volte Risto Nikovski, diplomatico di lungo corso. In quegli accordi, secondo Nikovski, la Grecia aveva chiaramente rinunciato al suo potere di veto nei confronti della Macedonia.

"I paesi piccoli non hanno altra scelta, se non quella di ricorrere alla legge", ha detto Ljubomir Frckoski, professore di diritto internazionale, suggerendo poi che la Macedonia faccia ricorso al tribunale dell'Aja.

Il primo ministro, Nikola Gruevski, e il presidente Branko Crvenkovski, sono appena tornati in patria dalla Croazia, dove hanno incontrato il presidente americano, e non hanno ancora fatto dichiarazioni pubbliche sui risultati del summit. Ci vorrà comunque un po' di tempo per riordinare le idee ed andare avanti.

"In momenti come questo, non bisogna prendere decisioni affrettate. Lasciamo che si raffreddino le emozioni", ha detto Gruevski.

Alcune voci parlano di elezioni anticipate. Se dovessero esserci, e la cosa non è da sperare, sarebbero probabilmente segnate dal fiorire di una forte retorica nazionalista. E stavolta il "nemico" sarebbe al di fuori dei confini nazionali. In molti temono anche un raffreddamento delle relazioni della Macedonia con l'Ue. Bruxelles, da parte sua, ha invitato Skopje a restare sulla strada dell'integrazione.

Forse il sole di brilla ancora, ma politicamente la primavera macedone sembra grigia e piena di pioggia.


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