Pristina, 'The Cage' (foto Gughi Fassino)

A settembre dovrebbero partire i negoziati sullo status futuro del Kosovo. E' auspicabile sia così. Come è auspicabile che la valutazione sul rispetto degli standard - passo precedente all'avvio del dialogo - sia franca e non regni un ottimismo di maniera

02/06/2005 -  Davide Sighele

Standard, standard, standard. E' stata quest'ultima la parola d'ordine grazie alla quale la comunità internazionale in Kosovo è riuscita a posticipare alcune questioni chiave nella Provincia ad amministrazione ONU. In particolare quella del futuro status istituzionale. Davanti alle pressioni ed agli entusiasmi dei rappresentanti della comunità albanese affinché si mettesse una volta per tutte la parola fine alla sovranità - seppur esclusivamente formale - di Belgrado sul Kosovo si è risposto con l'efficace mantra: standards before status. Prima il Kosovo deve raggiungere determinati standard di convivenza, di rispetto dei diritti umani, di funzionamento democratico. Solo poi si potrà parlare dello status della Provincia.

Lo slogan, lanciato durante il mandato del tedesco Michael Steiner a capo dell'amministrazione ONU, è sempre stato tanto efficace quanto ambiguo. Alcuni degli standard elencati non venivano rispettati nemmeno nei Paesi europei più avanzati. Come sarebbe riuscito il Kosovo a fare quei balzi da gigante in pochi anni? Anche perché - come molti non si sono stancati di ripetere - proprio per raggiungere quegli standard sarebbe stata necessaria una situazione istituzionale chiara, una comunità internazionale coesa e con forte progettualità, un dialogo tra le parti coinvolte già in fase di avanzamento. Era chiaro a molti che l'appellarsi agli standard era solo una mossa tattica per mettere sotto pressione la comunità albanese, portarla a seguire con più convinzione i dictat della comunità internazionale e, soprattutto, prendere tempo sperando che prima o poi la nebbia sul futuro possibile del Kosovo si sarebbe diradata.

Da quando Steiner ha lanciato l'idea poco è nei fatti cambiato. Nonostante siano ormai 6 gli anni trascorsi dalla guerra le minoranze in Kosovo non hanno ancora diritto di cittadinanza, la società kosovara è impregnata di criminalità organizzata, Belgrado continua imperterrita nel bloccare ogni processo di integrazione della comunità locale serba nelle istituzioni kosovare senza riconoscere pubblicamente - e trarne le dovute conseguenze - ciò che oramai è ovvio: il Kosovo non tornerà mai ad essere come prima ed i serbi del Kosovo devono abituarsi e preparasi a vivere in Kosovo come minoranza.

Poi ci sono stato gli scontri nel marzo 2004. La violenza è emersa in modo prepotente, le forze militari e civili internazionali impotenti ed inadeguate a placarla. Una dimostrazione in più che dal rispetto degli standard si era quanto mai lontani. Da allora la garanzia più rilevante alle richieste internazionali è stato il fatto che Ramush Haradinaj, ex comandante dell'UCK e poi in seguito alle ultime elezioni politiche divenuto Primo ministro, abbia accettato di recarsi all'Aja, dove è incriminato per crimini di guerra, in modo pacifico. Ma cos'altro poteva fare? Spingere nuovamente il Kosovo sull'orlo del baratro con la sicurezza, questa volta, che un eventuale intervento della comunità internazionale non sarebbe certo stato al fianco degli albanesi del Kosovo? Scegliere la via della violenza e della non collaborazione avrebbe sgretolato ogni possibilità che il Kosovo divenisse un Paese indipendente.

Poche settimane fa la municipalità del comune di Pec/Peja, Kosovo occidentale, ha approvato una dichiarazione di principio nella quale si impegna a fare tutto il necessario per favorire la libertà di movimento delle minoranze. Un passo importante, non affatto scontato. Ma una dimostrazione implicita che molto resta ancora da fare. Che si è ancora alle (seppur importanti) dichiarazioni di principio.Sentir quindi parlare l'attuale responsabile dell'UNMIK dei forti progressi fatti dal Kosovo aprendo quindi la strada ad una valutazione positiva in merito al rispetto degli standard da parte delle autorità kosovare stona rispetto alla realtà delle cose.

Ma questo è di fatto l'unico modo che l'UNMIK vede per uscire dal cul de sac nel quale ci si è infilati. L'ennesimo. Ora ci si è resi conto - finalmente - che spingere per il dialogo tra Pristina e Belgrado è cruciale. Ma c'erano gli standard di mezzo. Ed allora è necessario affermare che il Kosovo ha fatto grandi passi in avanti, che sostanzialmente gli standard posti dalla comunità internazionale sono stati rispettati. L'ottimismo di Jessen Petersen è dovuto, anche perché spetta a lui la responsabilità politica di far muovere le cose in Kosovo e far finalmente partire i negoziati. Per far questo Petersen si era addirittura spinto a definire Haradinaj "un amico" (mai nessuno lo aveva fatto rispetto ad un incriminato dell'Aja). Non è però scontato che chi verrà designato dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan per valutare - durante l'estate - l'effettivo rispetto degli standard sia altrettanto ottimista. Ed è auspicabile sia così. Il negoziato tra le parti non può infatti partire da una valutazione dello stato delle cose che non sia credibile. Non può partire con l'ulteriore non detto, l'ulteriore ipocrisia. Occorre, per la prima volta in Kosovo, che la comunità internazionale sia franca.

Una franchezza che serve affinché i rappresentanti albanesi si smuovano dall'affermazione "null'altro al di fuori dell'indipendenza" ed una franchezza che toglie spazio a chi, a Belgrado, utilizza per fini politici i serbi del Kosovo, chi ha buon gioco a rinsaldare il vittimismo serbo del "tutti contro di noi".

Chi infatti non sarebbe pronto a gridare allo scandalo se si affermasse che il Kosovo di questi giorni sta rispettando i diritti delle minoranze? Pochi. Qualsiasi sia la valutazione però sul rispetto degli standard il processo negoziale deve però procedere. Anzi, un'eventuale valutazione negativa dovrebbe renderlo ancor più indispensabile per uscire da uno status quo che sta stretto a tutti. E' necessario avviare e continuare con convinzione sulla strada del dialogo tra Pristina e Belgrado. Ed il futuro della Provincia non può prescindere né dal coinvolgimento della prima né della seconda. All'interno di queste coordinate, alla quali va aggiunto il futuro europeo della regione, va trovata e si troverà una soluzione. Non al di fuori.


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