Una campagna a favore del boicottaggio di aziende farmaceutiche serbe

Le proteste contro l'amministrazione ONU ed il governo del Kosovo da parte del movimento Vetvendosje, autodeterminazione. Ma come contribuisce la società civile kosovara alla pacificazione e riconciliazione?

15/06/2006 -  Saša Stefanović Pristina

La scorsa settimana di fronte al quartier generale di Pristina il movimento "Vetvendosje" (autodeterminazione) ha promosso una manifestazione chiedendo all'amministrazione ONU di andarsene dal Kosovo.

"Vetvendosje", movimento guidato da Albin Kurti, leader delle proteste studentesche contro il regime di Milosevic ed ora a capo dell'ONG KAN, chiede il riconoscimento del diritto dei cittadini del Kosovo all'autodeterminazione ed ha più volte invitato al boicottaggio dei negoziati di Vienna sullo status.

Per la protesta gli attivisti del movimento si erano portati anche le tende, per rimanere a lungo ma alle due di notte è intervenuta la polizia del Kosovo e quella ONU, hanno arrestato i presenti e rimosso le tende "che impedivano il traffico dei veicoli".

In una dichiarazione ai media Albin Kurti ha poi denunciato che la polizia avrebbe usato la forza contro Vetvendosje, sottolineando che 10 attivisti sono stati ricoverati in ospedale per cure mediche.

Sino al giorno del sit-in di fronte al quartier generale UNMIK - quando è intervenuto direttamente il Primo ministro kosovaro Agim Ceku invitando con una lettera i manifestanti a interrompere la protesta - non vi sono state grandi reazioni all'attività politica di Albin Kurti. Quache mese fa sulla stampa kosovara erano stati pubblicati alcuni editoriali nei quali lo si invitava a smettere con le sue "proteste senza senso". Niente più di questo.

E i rappresentanti politici kosovari non hanno reagito per nulla quando, qualche settimana fa, Kurti ha avviato una campagna per il boicottaggio di prodotti serbi. Manifesti pubblicitari sono stati affissi in tutto il Kosovo con messaggi non certo favorevoli ad un Kosovo multietnico. Nessuna reazione da parte del governo, che ha reagito solo quando Kurti è passato a chiedere che le Nazioni Unite lascino il Kosovo.

Osservando questi cartelloni pubblicitari non si può evitare di chiedersi se è questo il miglior contributo che l'attivismo della società civile kosovara riesce a dare in questa delicatissima fase politica. La risposta è senza dubbio no. Vi è molto di più che la società civile kosovara potrebbe e dovrebbe fare.

Nel marzo del 2004, quando riemerse la violenza etnica e venne innestata una drammatica retromarcia che riportò in poco tempo al clima del conflitto, disperdendo molti degli sforzi che erano stati fatti verso la riconciliazione, ci sono voluti alcuni giorni prima che alcune ONG kosovare si ritrovassero per condannare l'accaduto. In un documento sottoscritto da 50 associazioni ci si impegnava a sostenere il governo nelle sue attività volte a favorire la coesistenza pacifica e la riconciliazione.

Ma da allora poco è cambiato e poche sono state le ONG che si sono impegnate in progetti di riconciliazione, oppure per favorire maggiore obiettività in seno ai media o valutare l'operato dei funzionari governativi nell'avvicinare le varie comunità che abitano il Kosovo.

La proliferazione di ONG avvenuta durante la guerra non è stato un fenomeno esclusivo del Kosovo. E' accaduto in altre realtà post-conflitto nelle quali il mondo non governativo ha giocato un ruolo chiave negli aiuti umanitari e nella ricostruzione.

Anche prima del conflitto 1998-99 in Kosovo erano attivi numerosi movimenti civici albanesi che garantivano sostegno umanitario e vere e proprie strutture parallele nel campo dell'educazione e dell'assistenza sanitaria.

Nella fase successiva al conflitto il loro conoinvolgimento ha favorito la ricostruzione dei tetti e delle case, il sostegno a coloro i quali più difficilmente riuscivano ad inserirsi nel mondo del lavoro ... ma in poco tempo la maggior parte delle ONG si è trovata in una sorta di limbo, non sapendo che direzione prendere.

Tutto questo in una società che aveva un gran bisogno di un rafforzamento delle comunità e dell'attivare maggiore partecipazione civica a beneficio di tutti coloro che vivono in Kosovo. Ma poche ONG hanno intuito che l'intero processo poteva essere stimolato proprio dalla loro attività.

In Kosovo sono registrate più di 3500 ONG. Un numero rilevante che però ha un impatto minimo. La maggior parte di queste ONG non è attiva. Il piccolo gruppo che è veramente attivo sta comunque cercando di fare la differenza. Si tratta di Think Tanks, associazioni che si occupano di capacity building, organizzazioni che hanno come prorità lo sviluppo economico o la difesa dei diritti delle donne. Vogliono dimostrare come vi sia ancora molto da fare. Sono quelle che cercheranno di guidare la società kosovara attraverso l'attuale crisi d'identità e gli shock politici e culturali degli ultimi anni.

Un altro gruppo di ONG, più ampio, è costituito da quelle che hanno sempre le orecchie ben aperte in merito alle intenzioni dei donatori. Pochi dubbi si pongono in merito all'utilità o meno dei progetti proposti. Vedono i soldi dei donatori come opportunità di continuare ad esserci ed essere attivi. Tengono la testa sopra il livello dell'acqua e nuotano nella direzione voluta dai donatori.

La maggior parte delle altre non è attiva. Vennero create, lavorarono per un pò, chi più chi meno, e poi più nulla. Soprattutto da quando, dopo l'abbuffata del dopo-guerra molti donatori se ne sono andati e quelli che sono rimasti approvano con molta più difficoltà i progetti. Per loro si è aperta una sorta di fase letargica: ma si risveglieranno prima o poi? E quando?

Questo ci riporta all'inizio di quest'articolo, quando si discuteva dell'attività dell'ONG KAN. Gli sforzi e l'attività di quest'ultima contribuiscono a rafforzare la partecipazione attiva dell'attività politica in Kosovo o rischiano di renderla ancor più fragile di quanto sia adesso?

Certo KAN dimostra come non si debba necessariamente essere allineati con le attività del proprio governo e come si possano promuovere attività di disobbedienza sociale. Movimenti simili vi sono anche in altri paesi. Ma la questione rimane ... la disobbedienza di KAN porta vantaggio a qualcuno? Con essa il Kosovo migliora? Il governo o altri stanno imparando qualcosa da queste proteste? Le ONG dormienti si sveglieranno prima o poi per fare qualcosa? E il Kosovo capirà che nessuno può modellare la sua società se non i kosovari stessi?


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