Se le parti falliranno nell'accordarsi sul futuro del Kosovo sembra sempre più probabile una soluzione imposta: l'indipendenza condizionata. Un articolo tratto da IWPR che ha sollevato molto dibattito nei Balcani

25/05/2005 -  Anonymous User

Di Tim Judah - IWPR
Traduzione a cura dell'Osservatorio sui Balcani
All'indomani degli scontri del marzo 2004 in Kosovo sono stati molti le lamentele ed i moniti di coloro i quali si occupano di questioni balcaniche. In primo luogo affermarono che gli scontri erano un "campanello d'allarme" e poi aggiunsero che "qualcosa andava fatto".

Più tardi le stesse persone hanno iniziato a ritenere di non essere stati ascoltati e che quindi il Kosovo, prima o poi, sarebbe stato risucchiato nuovamente nella crisi.

In realtà nulla poteva essere più lontano dalla realtà ed ha iniziato a svilupparsi un intenso processo diplomatico. Se quest'ultimo porterà allo "status finale" del Kosovo o a quello che ora i diplomatici chiamano "status futuro" rimane da vedere.

Il 27 maggio prossimo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite esaminerà l'ultimo rapporto redatto dalla missione ONU in Kosovo ed ufficialmente presentato dal Segretario Generale Kofi Annan.

Il rapporto metterà in evidenza quanti progressi sono stati fatti in Kosovo rispetto a ciascun "standard" chiave che si suppone debba raggiungere. Tra questi i diritti umani ed i diritti delle minoranze.

Con tutta probabilità il Consiglio di Sicurezza dichiarerà che sono stati fatti sufficienti progressi da permettere una valutazione più approfondita di questi ultimi. Annan nominerà per questo un inviato speciale. Il rapporto dell'inviato, dando per assunto che sia positivo, darà avvio alla fase successiva.

Secondo fonti diplomatiche questo implicherebbe che Annan nomini un proprio inviato che si occupi dello status e che inizi a mediare tra Pristina e Belgrado, in modo da arrivare ad un accordo negoziale. Quest'ultimo, o quest'ultima, dovrebbe iniziare a lavorare verso la metà di settembre, ed un'idea ancora in discussione è che l'inviato abbia tre vice, uno dell'UE, uno proveniente dagli USA ed uno dalla Russia.

Molti sono i nomi fatti in merito a chi è probabile divenga l'inviato di Annan. Uno è Carl Bildt, ex primo ministro svedese con molta esperienza nei Balcani.

Un altro nome che circola è quello di Giuliano Amato, ex primo ministro italiano. Ma, secondo una fonte diplomatica, "entrambi si sarebbero bruciati" facendo parte della Commissione internazionale sui Balcani che in un recente rapporto ha proposto l'indipendenza del Kosovo in quattro stadi.

Questo lascia l'ex presidente della Finlandia, Martti Ahtisaari, anche lui con una lunga esperienza nei Balcani, quale candidato forte.

Sia i diplomatici dell'UE che statunitensi ritengono che i negoziati possano durare dai sei ai nove mesi. Se durassero di più, affermano, si rischia di perdere lo slancio e trascinarsi indefinitamente, soprattutto perché le autorità serbe hanno interesse nel posporre qualsiasi risultato sia loro sfavorevole.

In preparazione del dialogo i leader serbi stanno adottando la formula "più dell'autonomia ma meno dell'indipendenza". Vogliono in questo modo impedire un'indipendenza formale ed allo stesso tempo dare l'impressione di essere più flessibili e più ragionevoli degli albanesi, che domandano esclusivamente l'indipendenza.

Ciononostante diplomatici chiave, sia europei che americani, ritengono che la posizione della Serbia sia semplicemente impercorribile, perché è probabile che gli albanesi ritornino alla guerra armata se il Kosovo ritorni legato a Belgrado.

Una possibilità è che il Consiglio di Sicurezza imponga una soluzione, dando per scontato che la Serbia e gli albanesi del Kosovo non siano in grado di accordarsi tra loro. Questa imposizione potrebbe prendere la forma di una "indipendenza condizionata". Questo implica che l'autorità serba non ritornerà in Kosovo e che non vi sia alcuna divisione territoriale.

Indipendenza condizionata potrebbe anche significare ad esempio che mentre il Kosovo otterrebbe un seggio presso le Nazioni Unite, un funzionario internazionale, che assomigli all'attuale Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina, potrà essere nominato con il potere di veto rispetto all'adozione di determinate leggi.

Ai territori dove risiedono in maggioranza serbi o anche altre minoranze verrebbe data ampia autonomia ed una presenza militare internazionale rimarrebbe in Kosovo.

Questa soluzione implicherebbe che la piena indipendenza verrebbe posposta e la Serbia potrebbe argomentare che il Kosovo "non è realmente indipendente", poiché manterrebbe voce in capitolo in alcune aree, o direttamente nei distretti autonomi o, in generale, ad esempio nel campo dell'educazione in serbo e nel mantenimento dei monasteri e delle chiese ortodosse.

D'altro canto, entrati in possesso dei simboli della sovranità e di un'indipendenza virtuale, gli albanesi potrebbero affermare che il Kosovo sia, nei fatti, uno stato indipendente, marginalizzando il dettaglio restrittivo.

Qualsiasi soluzione imposta ha come implicazioni che lo status del Kosovo, alla fine di questo momento transitorio, debba essere rivisto, ad esempio quando l'intera regione sarà pronta ad entrare nell'Unione Europea. Questo potrebbe avvenire, al più presto, nel 2014.

Naturalmente gli eventi rischiano di deragliare lo sviluppo diplomatico che si sta dispiegando e mentre i diplomatici occidentali sperano che la Russia possa assecondare questi piani (piuttosto di opporsi e poi venire ignorata quando i Paesi occidentali riconosceranno l'indipendenza del Kosovo) ciò non può essere dato per scontato.

La leadership serba, in un tentativo di opporsi a questo, potrebbe anche rifiutarsi di partecipare e quindi non riconoscerne gli esiti.

Se questo però accade la Serbia rischia di perdere la migliore opportunità che ha mai avuto a disposizione per garantire i suoi interessi e quelli dei serbi del Kosovo.


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