17 febbraio 2008, il parlamento kosovaro vota l'indipendenza. Per gli albanesi del Kosovo il giorno dei festeggiamenti è arrivato, con un occhio a quanto accade in Serbia e a nord dell'Ibar. Il reportage del nostro inviato

18/02/2008 -  Francesco Martino Pristina

"Noi, rappresentanti del nostro popolo, eletti democraticamente, dichiariamo il Kosovo essere indipendente e sovrano". Alle 15 e 50 di ieri, domenica 17 febbraio 2008 Pristina, come già noto da alcune settimane, sancisce la scelta della proclamazione unilaterale di indipendenza da Belgrado.

Nella dichiarazione di indipendenza si parla di una repubblica "democratica, laica e multietnica", si prefigura la prossima approvazione di una costituzione che includa i principi delineati dal piano Ahtisaari e si invita espressamente la presenza di una missione europea di supervisione, la "Eulex" approvata il giorno prima da Bruxelles.

Da ieri il Kosovo ha anche un nuovo stemma e una nuova bandiera: una mappa del Kosovo in giallo, in campo azzurro, sormontata da sei stelle bianche.

Come previsto, quindi, e secondo un programma coordinato con i propri partner internazionali, in primis gli Stati Uniti e i principali paesi dell'Unione Europea, le istituzioni kosovare hanno deciso di rompere gli indugi, e rendere realtà il lungo sogno della popolazione albanese della (ex) provincia serba.

Nella mattina del "Dita e Pavaresie", del "Giorno dell'Indipendenza", Pristina si è svegliata coperta da un sottile strato di neve, caduto durante la notte, e sotto un cielo terso, ma reso di vetro da un vento gelido e feroce.

I preparativi per la grande festa, però, non si sono fatti aspettare. Già sabato sera c'era stato un primo assaggio, con caroselli e bandiere, intorno al Grand Hotel Pristina, dove alloggia buona parte dei giornalisti venuti a seguire l'evento da tutto il mondo. Domenica, la centralissima via Nena Tereze, messa a nuovo, lastricata di marmo e resa pedonale negli ultimi mesi, probabilmente proprio per essere il palcoscenico del giorno tanto atteso, si è animata fin dal primo mattino, con banchetti che offrivano birra, acqua e vino.

L'atmosfera è quella dell'attesa, dell'orgoglio, della celebrazione. Alle undici, al Grand Hotel Pristina, il premier kosovaro Thaci ha aperto le danze della giornata, con un'affollatissima conferenza stampa in cui ha delineato le linee guida che avrebbero segnato il giorno dell'indipendenza.

Thaci è il grande protagonista di questa giornata. E' riuscito a diventare premier alla vigilia di questo momento storico per gli albanesi del Kosovo, e ora ne raccoglie i frutti politici. Le ovazioni della gente saranno tutte per lui. Il presidente Fatmir Sejdiu, sempre al suo fianco, rimane in ombra, incapace di fare da contrappeso simbolico al carisma di Thaci.

Da questo punto di vista, il giorno dell'indipendenza sembra marcare un passaggio politico e generazionale, con l'Ldk del grande assente Ibrahim Rugova, che sembra diventare oggi più parte del passato che del futuro della nuova repubblica.

Non è un caso che nei documentari celebrativi mandati in onda dalla televisione fin dal primo mattino, e che raccontano le tappe attraverso cui il Kosovo è arrivato all'indipendenza, il ruolo di grande protagonista viene dato alla lotta armata dell'Uck, di cui Thaci è stato uno dei principali leader, mentre il periodo della resistenza pacifica sembra scivolare in secondo piano.

Mentre si aspetta la fatidica riunione straordinaria dell'Assemblea Parlamentare, convocata per le 15, il centro si riempie sempre di più di gente e di bandiere. Naturalmente a dominare è il rosso-nero della bandiera albanese, ma sono tante anche le bandiere americane e quelle dell'Unione Europea. Qua e la spuntano anche bandiere inglesi, e addirittura qualche tricolore italiano.

"Sono estremamente felice, è il sogno di almeno dieci generazioni di albanesi del Kosovo che diventa realtà", mi dice Gezim in un bar affollato e rumoroso. Gezim è un ex magistrato che ora lavora per l'Unmik. "Non so cosa accadrà domani. Fino ad oggi, come tutte le persone oppresse, avevamo soltanto un problema, conquistare la nostra libertà. Da domani, come tutte le persone libere, ne avremo un milione, forse un miliardo. La prospettiva però è diversa, sei tu a decidere del tuo futuro."

Gezim mi parla anche delle sue aspettative su partenza dell'Unmik e arrivo della missione europea. "Lo scopo dell'Unmik era, fondamentalmente, di far sì che tutto rimanesse calmo, di congelare la situazione. Da Eulex, invece, ci aspettiamo l'arrivo di molti cambiamenti, soprattutto nel settore della giurisprudenza e della gestione della sicurezza. Per noi questo significa rinunciare a parte della sovranità, ma abbiamo bisogno di aiuto per costruire uno stato solido."

La gente in strada vuole però soprattutto vivere l'atmosfera di festa. Molti sono arrivati anche dall'Albania. "Sono molto felice, perché il nostro popolo ha aspettato tanto tempo per vedere questo giorno. Non potevo nemmeno immaginare che sarebbe arrivato. Sono arrivato ieri per festeggiare insieme ai miei fratelli del Kosovo", mi dice entusiasta uno studente di Tirana.

"Oggi è un grande giorno per tutti gli albanesi, dappertutto. Noi albanesi vogliamo pace. Anche per i serbi potrebbe essere un bel giorno, ma devono capire che la situazione è cambiata", mi dice Xheva, venuto a festeggiare da uno dei villaggi nei dintorni di Pristina.

A preoccupare gli albanesi del Kosovo, nel giorno della loro festa, rimane la posizione della Serbia, che ha ribadito con la massima fermezza il suo rifiuto a riconoscere l'indipendenza del Kosovo.

"Aspettiamo che in Serbia ci sia volontà politica di raccogliere la nostra mano tesa, e di chiudere insieme un brutto capitolo della nostra storia comune, per iniziarne uno nuovo fatto di buon vicinato, comprensione e integrazione nell'Unione Europea", ha dichiarato ad Osservatorio l'ex premier kosovaro Agim Ceku. "Oggi sembra una visione fin troppo ottimistica, ma credo sia possibile solo grazie ad un po' di volontà politica da parte di Belgrado."

Particolarmente delicata è poi la questione dell'atteggiamento che verrà assunto dai serbi rimasti a vivere in Kosovo, soprattutto quelli a nord del fiume Ibar. Durante la seduta straordinaria dell'Assemblea Parlamentare, sia Thaci che Sejdiu hanno fatto le proprie dichiarazioni anche in lingua serba, ma nessuno dei rappresentanti della minoranza era in aula.

"Le nostre istituzioni hanno fatto il possibile per mandare un segnale positivo ai serbi" ha commentato per l'Osservatorio Berat Buxhala, caporedattore del quotidiano Express. "Nei prossimi giorni e mesi, però, ci devono essere passi più decisi verso l'integrazione delle minoranze. Questa è la sfida principale che aspetta le istituzioni del Kosovo nel prossimo futuro."

Per Buxhala il pericolo di una divisione del nord del Kosovo non è realistica. "Bisogna però fare attenzione. E' chiaro che il nord può essere integrato solo nel lungo periodo. Forzare la mano può essere pericoloso".

Alle 15 e 50, in diretta televisiva il parlamento vota all'unanimità la dichiarazione di indipendenza. Nelle strade può iniziare la festa vera. Ce ne sono due in realtà, parallele. Una sulla Nena Tereze, dove folla è così fitta da rendere difficile spostarsi, l'altra sul viale parallelo, dove inizia la sfilata di auto e bandiere al vento. Ed è una festa vera, sentita, rumorosa, gridata.

L'impressione, fin dall'inizio, è però quella di una gioia controllata, molto più contenuta di quanto ci si potesse aspettare visto la carica simbolica ed emozionale del momento, sia nell'Assemblea che nelle strade. E' come se le temperature polari avessero limitato la voglia di urlare la propria gioia.

"Le manifestazioni sono state pacifiche, tranquille, ma non certo a causa del freddo" è l'opinione di Ilir Dugolli, analista del think-tank Kipred. "Gli albanesi del Kosovo hanno ascoltato la loro leadership, sull'importanza di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione e ad evitare espressioni di gioia che potevano essere lette come provocazione.

"La priorità per il Kosovo", ha aggiunto poi Dugolli, "è adesso un rapido riconoscimento e l'ingresso nelle organizzazioni internazionali. Questo è fondamentale per il nuovo stato, ma è importante anche per la comunità serba. Il mancato riconoscimento potrebbe far loro pensare che il Kosovo non è una formazione statuale stabile, ed alimentare tentazioni di un ritorno al passato."

Intanto col passare delle ore, sono stati i giovani, i tantissimi giovani kosovari a diventare protagonisti della festa. Prima di fronte al Centro per la Gioventù, il vecchio palazzetto "Boro i Ramiz" del periodo socialista dove, tra il volare di mille palloncini gialli, e al suono della musica degli U2, Thaci ha scoperto un'enorme scritta "New Born" dello stesso colore, presto ricoperti dalle firme poste con pennarelli neri dai ragazzi e dalle ragazze presenti.

La piazza di fronte al nuovo "monumento" è diventata presto una sorta di discoteca all'aperto, che ha trovato una sua naturale prosecuzione nel concerto notturno organizzato sulla Nena Tereze. Alcuni studenti universitari indossavano magliette con su scritto: "L'indipendenza è meglio di un visto Schengen" e "L'indipendenza è meglio del sesso".

"I nostri valori tradizionali sono importanti, come l'unità della famiglia e la solidarietà. Al tempo stesso però, soprattutto qui a Pristina, le cose stanno cambiando, un'epoca nuova inizia, arrivano tempi nuovi", mi ha detto a margine della festa Dardana Halimi, studentessa di giornalismo.

In qualche modo, la giornata di ieri, con suo contrasto tra giovani ed anziani riuniti, a festeggiare lo stesso evento in modi molto diversi, al di là del suo significato politico, mi è sembrato riflettere anche la profonda frattura generazionale che attraversa oggi il Kosovo, e che probabilmente non tarderà a riflettersi sull'organizzazione sociale e politica della nuova repubblica. Una sfida mai citata dai politici, ma che forse si rivelerà di primaria importanza nel futuro della neonata repubblica del Kosovo.

Le cerimonie pubbliche finiscono con un discorso pubblico delle autorità, con la folla che inneggia a Thaci e con uno spettacolo di fuochi pirotecnici. Poi la folla si affretta a tornare a casa, spinta dal vento freddo diventato ancora più pungente.

Per gli albanesi del Kosovo il giorno tanto atteso è arrivato e passato. Il tempo delle celebrazioni durerà ancora qualche giorno, con un occhio a quanto può succedere in Serbia o a nord dell'Ibar.

Poi, chiuse con la dichiarazione d'indipendenza di ieri le tante questioni legate al limbo della mancanza di status, saranno in molti in Kosovo, in Serbia, nell'intera regione balcanica, ma soprattutto all'interno dell'Unione Europea, tutt'altro che unanime nonostante l'accordo trovato sull'invio di "Eulex", a doversi rimboccare le maniche per affrontare gli altrettanto spinose domande aperte dalla nascita del nuovo Kosovo indipendente.


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