Soldati di leva, fidanzate di soldati Nato francesi, normali passeggeri: in treno, chiacchierando sulla guerra. Un reportage pubblicato dalla rivista Questo Trentino e ripreso da Osservatorio Balcani e Caucaso

15/05/1999 -  Davide Sighele

Ho ancora il ricordo dei vigneti bassi della Provenza e sopra di loro i cirri gonfi di pioggia che rendono un po’ più scure queste ormai luminose giornate di fine aprile. Arrivo a Nizza verso le otto di sera: qui le gocce si sono lasciate cadere e bagnano le eleganti facciate dei palazzi che intravvedo sopra di me dal finestrino.

Il treno per l’Italia parte tra mezz’ ora, è già sul binario; cerco uno scompartimento, ne trovo uno con un solo posto prenotato. Prendo dalla borsa due libri e un’ edizione di Le Monde, la prima pagina dedicata, come del resto tutti gli ultimi 20 giorni, al conflitto in Kossovo. Negli scompartimenti salta la luce, appoggio il giornale, guardo il treno sul binario a fianco al mio. Vuoto. Inizio a parlare con una ragazza francese, era lei ad aver prenotato il posto. Alcune frasi di cortesia, il treno parte, la luce si riaccende ed io continuo la lettura del giornale.

A Ventimiglia mi affaccio al finestrino. Nessuno ci ha chiesto la carta d’ identità. Con Schengen la nuova discriminante è divenuta effettivamente il colore della pelle. La polizia italiana raggruppa sulla pensilina delle persone: alcuni magrebini, altri africani dalla pelle più scura. Attendono con le loro borse, sempre essenziali, di essere portati in commissariato per controlli. Tentano un incerto: "Ma io domani devo lavorare" al quale il poliziotto risponde "Oggi lavoro io, domani lavori tu".

La ragazza del mio scompartimento è uscita sul corridoio, non capisce cosa stia succedendo, non capisce perché il treno sia fermo da più di mezz’ora. Parla con altre due ragazze, anche loro francesi. Vanno tutte a Trieste.

Scopro che la portaerei francese Foch attraccherà per il sabato e la domenica al molo Audace, proprio di fronte a Piazza Unità d’Italia. Le donne dei militari francesi, anche loro coinvolte per rassodare il morale della truppa. Attraversano l’Italia da ovest ad est, da Ventimiglia a Trieste, per passare qualche notte in una camera d’albergo con mariti e fidanzati. Che poi tornano di nuovo in alto mare, in mezzo all’Adriatico, che poi tornano in "guerra".

Le tre ragazze continuano nel loro francese del sud a parlare, di compagnie, di specializzazioni. "Hai visto il servizio sulla Foch? David si vedeva bene nella foto dell’equipaggio". "Allora devo prenderne 10 copie".

L’Italia è vicina, è più vicina di tutti gli altri paesi europei, con le sue camere d’albergo, con le sue basi militari NATO. Piste d’ atterraggio e coiti, il suo supporto alla guerra.

A Genova lo scompartimento si riempie, raccolgo un po’ delle mie cose, faccio posto. E’ piena notte. Un uomo in un angolo si copre gli occhi con una mano e cerca di dormire. Una donna e suo figlio entrano, con un gatto, e mi si siedono vicino. Fuori sul corridoio militari di leva. Uno spostamento in treno. Urlano con le loro voci piene di cameratismo. Bestemmie, un po’ di noia ed una parola ripetuta con insistenza, a sé stante: Kossovo. Esclamazione entrata nel gergo giovanile. Ricordo che pochi anni prima "in piazza" o "sul corso" tra le vasche settimanali si era iniziato a dire: "E’ una Bosnia".

Mi irrigidisco, mi fa pensare e poi cerco di riaddormentarmi. Ma la signora appena entrata si rivela irrefrenabile: parla del gatto addestrato per la cat therapy (e che ormai mi ha scelto come "soggetto a rischio" e non smuove la zampa o la schiena dalla mia gamba) per poi preoccuparsi di quei poveri ragazzi, e fa cenno ai militari ormai addormentati in corridoio, che stanno andando in Kossovo.

Il figlio la corregge dicendo che stanno andando in Slovenia perché sarà il primo paese invaso da Milosevic. Il signore nell’ angolo è stato assorbito nella discussione, pensa probabilmente come me che c’è un po’ di confusione per lo meno geografica nella testa della signora e di suo figlio. Non può però esimersi dall’ammettere che ha un figlio alpino a Vipiteno e che è un po’ preoccupato per la situazione. Io chiudo gli occhi, ma sono sveglio, chiudo gli occhi e non intervengo.

Tanti piccoli segni, gesti, parole, paure mi fanno capire che sono ritornato in Italia e che l’Italia è più vicina al Kossovo, è più vicina alla Bosnia, è più vicina a Belgrado. La guerra si odora anche in questo scompartimento dell’espresso Nizza-Venezia. Penso ai miei amici di Belgrado, studenti di archeologia presso la facoltà di Filosofia, penso alle camminate con loro sulle rive del Danubio e della Sava. Ma chiusi nei miei pugni ci sono anche i visi e le sofferenze dei rifugiati che ho conosciuto in Bosnia. Tutti i rifugiati sono uguali ed il loro ricordo viene oltraggiato dal ripetersi delle cose.

Apro un po’ il finestrino, per un po’ d’aria. Ma loro, né a Belgrado, né in Kossovo possono più respirare.


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