Un recente studio dell’European Parliamentary Research Service fa luce sulle dinamiche del trafficking nell'Unione europea e ai suoi confini. Un fenomeno che coinvolge migliaia di vittime ogni anno

13/05/2014 -  Dimitri Bettoni

Il tema delle migrazioni è tra quelli che più stimola il dibattito pre-elettorale europeo. Che si sia europeisti o euroscettici, favorevoli ad un’Europa inclusiva o selettiva, tutti hanno da dire qualcosa su un argomento tanto ineludibile nella sua interezza quanto importante nei suoi dettagli.

Un recente rapporto dell’European Parliamentary Research Service (EPRS), think tank del Parlamento europeo, aiuta a far luce su uno di questi dettagli, forse il meno toccato dalla pubblica discussione: il traffico di esseri umani nei paesi dell’Unione Europea.

Il rapporto individua le cause che alimentano il traffico di esseri umani - nel mondo come nell’Unione stessa - nella persistenza di disparità socioeconomiche tra i diversi paesi, nell’esistenza di un mercato semi-legale della manodopera, sottopagata e precarizzata nei diritti, nell’elevata richiesta di prestazioni sessuali a pagamento e nell’esistenza di politiche migratorie restrittive, che favoriscono l’immersione nell’illegalità. Tra queste cause, nello studio di EPRS si tiene a sottolineare quella del mercato semi-legale di manodopera, evidenziando che lo sfruttamento del lavoro “ha nel caso dell’Europa carattere sistemico. Da un lato alimenta il mercato continentale con manodopera a basso costo facilmente ricattabile, dall’altro si ritiene che la tendenza generale alla deregolamentazione e all’aumentata flessibilità del mercato del lavoro abbia creato condizioni più favorevoli allo sfruttamento stesso”.

Secondo lo stesso rapporto inoltre il fenomeno del trafficking è stato favorito dalla possibilità di muoversi liberamente all’interno dell’Unione. In particolare si sottolineano gli allargamenti del 2004 e del 2007, che hanno portato alla rimozione o all’allentamento dei controlli doganali in paesi origine o transito di traffico, oltre ad aver avvicinato ai confini europei paesi che sono storicamente fonte di traffico di esseri umani (Russia, Ucraina, Moldavia e Balcani Occidentali).

Il documento EPRS aiuta a delineare la delicatezza della questione e a portare al centro del dibattito l’incolumità degli individui, indica le aree di intervento su cui l’Europa si deve impegnare e suggerisce che la sicurezza e il benessere della società europea nella sua interezza non siano scindibili dalla sicurezza e dal benessere dei singoli.

Gli estensori del rapporto - il primo mai prodotto che riguardi l'intera Unione europea - procedono comunque con una certa cautela premettendo che i dati a disposizione sono scarsi e difficilmente comparabili tra loro, sia per la natura minuta e flessibile delle organizzazioni criminali coinvolte, sia perché questo reato è spesso oggetto d’indagine che riguardano altre tipologie, come i crimini legati al lavoro o, ancor più, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Lo studio - elaborato incrociando i dati forniti dall’Europol, dalle polizie nazionali, dai paesi membri UE, da paesi confinanti e da diverse ONG - riguarda il triennio 2008-2011 e prende in esame i dati riguardanti unicamente il traffico d’esseri umani, inteso come reato riconosciuto a livello internazionale e che ha come fine ultimo ed esplicito lo sfruttamento della vittima attraverso la coercizione o l’inganno, e non riguarda solamente i “servizi” offerti a chi intende raggiungere illegalmente un paese. La realtà pratica è che le due fattispecie hanno confini assai sfumati, talvolta inesistenti.

Nel periodo preso in analisi quasi 22.000 persone sono risultate vittime di questo reato, con un aumento medio annuo del 18% nel corso del triennio. Un aumento, precisa lo studio, non necessariamente dettato solamente dall’amplificarsi del fenomeno, quanto anche dal miglioramento delle metodologie di monitoraggio. Maggiori sono i dati raccolti e migliori le tecniche utilizzate, più luce si riesce a fare sul problema.

Un’analisi dei dati per fasce d’età rivela che circa il 15% delle vittime di traffico d’esseri umani sono bambini, mentre un’analisi di genere indica nelle donne una categoria a rischio: infatti circa l’80% delle vittime è di sesso femminile.

La richiesta di prestazioni sessuali e di manodopera a basso costo sono i due fattori con più peso nella crescita del fenomeno, ma lo studio punta il dito anche contro il traffico a scopo di frode, come nei casi di false adozioni o di estorsione a danni di soggetti beneficiari di sussidi. Incrociando i dati di età, genere e tipo di sfruttamento, risulta che l’induzione alla prostituzione è di gran lunga la forma più comune di traffico d’esseri umani e riguarda il 61% delle vittime, 95% delle quali donne, rispetto al 25% di vittime di sfruttamento sul lavoro (75% delle quali sono uomini) e al 14% legato ad altre forme di sfruttamento.

All’interno dell’Unione, le vittime di traffico di esseri umani sono in maggioranza provenienti da stati membri (61%),  sebbene la percentuale di vittime provenienti da paesi non-UE sia in forte e costante aumento (dal 15 al 38% nel corso del triennio). Come ci si può aspettare, i numeri delle vittime variano significativamente da paese a paese, data la diversità di popolazione e condizioni socio-economiche. Il più alto numero di vittime in rapporto alla popolazione totale si riscontra a Cipro, in Romania, Bulgaria, Estonia e nei Paesi Bassi.

Spunti interessanti si ottengono incrociando cittadinanza della vittima e luogo di registrazione del crimine. Emergono da un lato paesi come Cipro o la Grecia (ma anche Belgio, Danimarca, Irlanda e Malta) dove l’alto numero di casi registrato si unisce all’assenza di vittime di nazionalità locale, delineando così paesi-ponte o destinazione finale dei traffici provenienti da altri paesi. Dall’altro lato, invece, emergono paesi quali Bulgaria e Romania (ma anche Lituania, Slovacchia e Ungheria), i quali dichiarano che tutti i propri casi registrati riguardano vittime con cittadinanza dei paesi stessi e si confermano quindi punto d’origine del traffico. Quella romena e bulgara sono le cittadinanze più presenti tra le vittime del racket nei paesi dell’Unione.

Quanto al traffico in arrivo da aree extra UE casi interessanti sono la Turchia, che segnala una significativa diminuzione del numero annuo di vittime (da 120 a 58), e la Serbia, che ha mostrato un picco di casi (127) nel 2009 rispetto a 2008 (55) e 2010 (89). Tra le vittime provenienti da paesi non Ue spiccavano nel 2008 le nazionalità albanese e moldava, scomparse però dalle tabelle degli anni successivi. In cima alla lista continuano ad essere le vittime di origine nigeriana e cinese. Lo studio prende in esame anche la provenienza degli sfruttatori, il 45% di cittadinanza dell'Unione (per lo più da Bulgaria, Romania, Germania, Francia e Belgio) e il 55% non Ue (da Nigeria e Cina soprattutto, ma anche Turchia e, in misura minore, Albania, Serbia e Bosnia Erzegovina).

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea, nel quadro dei programmi di comunicazione del Parlamento Europeo. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto BeEU - 8 Media outlets for 1 Parliament


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