Uno scontro interno al Movimento per le Libertà e i Diritti (DPS) culmina nella fuga di Lyutvi Mestan, leader defenestrato, nell'ambasciata turca a Sofia. Una pagina che getta luce inquietante sulla facciata di normalità della politica bulgara

Un telefono che squilla. La voce all'altro capo della linea che annuncia la decisione, già operativa, di ritirare la scorta. I poliziotti di fronte all'abitazione che si allontanano, citando gli ordini ricevuti. L'ansia, il timore per l'incolumità personale e della propria famiglia, le telefonate concitate. Finalmente, un macchina che arriva e accompagna tutti, incolumi, alla residenza dell'ambasciatore turco a Sofia.

Sembra una pagina della sceneggiatura di un thriller hollywoodiano, e invece è quanto accaduto alla vigilia di un Natale poco sereno all'(ex) leader del Movimento per le Libertà e i Diritti (DPS) Lyutvi Mestan, secondo la ricostruzione fornita dallo stesso protagonista.

Una pagina controversa e dai risvolti opachi, come buona parte di quelle che riguardano il DPS – partito espressione della minoranza turca in Bulgaria - movimento osannato dai propri sostenitori come garante della pace etnica nel paese, ed accusato dai detrattori di essere l'espressione più radicata di un sistema oligarchico che controlla fette di potere politico ed economico nel paese.

Una partita giocata dietro le quinte

La fuga di Mestan verso l'ambasciata turca è l'ultimo passo di un dramma giocato quasi tutto dietro le quinte, in cui si mescolano e si sovrappongono piani diversi: da quello geopolitico alla lotta personale e di potere all'interno del partito.

Alla vigilia di Natale, un sito minore pubblica un discorso critico nei confronti di Mestan, colpevole di aver preso una posizione pro-turca ed anti-russa sull'abbattimento di un bombardiere SU-24 russo impegnato in Siria da parte dell'aviazione turca.

Autore della sortita è Ahmet Dogan, fondatore, presidente onorario ed eminenza grigia del partito, che ha lasciato nelle mani di Mestan dopo un altro colpo di scena, l'aggressione a mano armata (ma scarica) nei suoi confronti, avvenuta nel gennaio 2013 e rimbalzata sui telegiornali di tutto il pianeta.

Al discorso di Dogan segue una riunione d'urgenza della direzione del partito e l'ingiunzione a Mestan a rassegnare dimissioni immediate, arrivata per bocca del discusso deputato DPS e tycoon mediatico Delyan Peevski, uomo già in grado di provocare le più lunghe proteste antigovernative della storia recente della Bulgaria (nel 2013), con la sua candidatura, poi naufragata, a capo dei servizi di sicurezza.

Agli ordini di dimissioni arrivati telefonicamente il 22 dicembre, seguono la revoca della scorta e la fuga precipitosa verso l'ambasciata turca, avvenute secondo modalità mai del tutto chiarite. Mestan è stato quindi espulso dal DPS: insieme ad altri cinque deputati transfughi ingrossa ora le fila dei deputati indipendenti nel parlamento di Sofia. Ancora non è chiaro se, e con quali modalità, intenda dare vita ad un progetto politico alternativo.

La mina russa

“Sono inciampato su una mina russa”. Laconico e con una punta d'ironia, Mestan ha spiegato così le ragioni della sua defenestrazione. La sua caduta sarebbe conseguenza di uno scontro geopolitico che si riflette sugli equilibri interni della Bulgaria e del DPS: quello in atto tra Mosca ed Ankara, ferocemente divise sul destino del mattatoio siriano.

Per Mestan, l'intervento di Dogan rappresenta la reazione alla direzione atlantista e filo-occidentale che avrebbe impresso durante la sua presidenza, politica che avrebbe minacciato interessi – forti all'interno del partito - tradizionalmente legati a Mosca. “Ho provato a smentire il mito che vuole il DPS come una struttura corporativa al servizio di interessi oligarchici russi”, ha dichiarato Mestan in conferenza stampa a inizio gennaio, citando la ferma posizione sulla questione del gasdotto “South Stream” e le condanne nei confronti dell'invasione russa della Crimea e dell'uccisione di Boris Nemtsov a Mosca. “Un tentativo riuscito soltanto in parte”, ha concluso con tono di rammarico l'ex leader del DPS.

Contemporaneamente, con Mestan il DPS ha mostrato attenzione verso la Turchia: ufficialmente soprattutto per rilanciare – in salsa europea - un possibile nuovo allargamento verso il grande vicino sud-orientale. Una versione violentemente rigettata dai suoi detrattori, che lo accusano invece di aver consegnato il DPS ai servizi turchi, rendendolo un docile strumento di controllo e di ingerenza nelle mani di Ankara.

Nella fase più acuta dello scontro, il premier bulgaro Boyko Borisov ha addirittura lamentato numerose pressioni dal suo omologo turco Ahmet Davutoğlu, che lo avrebbe invitato a prendere le difese di Mestan contro Dogan, invito che Borisov avrebbe rigettato con fermezza. Nessun commento su queste presunte conversazioni è arrivato da Ankara.

Il ruolo attivo giocato nella disputa dall'ambasciatore turco a Sofia, Süleyman Gökçe, ha sollevato molti malumori: usando linguaggio diplomatico, il ministro degli Esteri bulgaro Daniel Mitov ha invitato Gökçe “a fare di tutto, per evitare l'impressione che voglia interferire con gli affari interni bulgari”. Alcuni esponenti politici hanno chiesto l'espulsione dell'ambasciatore come persona non grata.

“Sempre al governo”

Il DPS, nato a inizio degli anni '90 per rappresentare - informalmente - gli interessi della comunità turca (la costituzione bulgara vieta partiti su base etnica o religiosa), reduce dalle politiche discriminatorie del regime culminate nella “grande escursione” del 1989, negli anni si è trasformato agli occhi di molti bulgari nel simbolo di una gestione del potere opaca e corporativa che sfrutta, più che rappresentare, il voto delle minoranze nel paese.

“In un modo o nell'altro, gli interessi economici rappresentati dal DPS sono sempre al governo”, ha sintetizzato efficacemente lo stesso Mestan, un giudizio confermato dalla presenza nel partito del contestatissimo e onnipresente tycoon Delyan Peevski.

Gestito per venti anni in modo personalistico da Ahment Dogan (ex collaboratore della Darzhavna Sigurnost, i servizi di sicurezza comunisti), il DPS è stato affidato formalmente a Mestan (altro ex-collaboratore dei servizi), ma il potere reale sembra essere rimasto sempre nelle mani del suo fondatore.

Secondo Kasim Dal, già vice-presidente del DPS, espulso a sua volta nel 2011 dopo critiche portate “al potere assoluto di Dogan nel partito” , Mestan non è mai stato nulla più “di una segretaria del padre-padrone del DPS”. Il tentativo di smarcarsi dal mentore gli sarebbe quindi costato il posto.

Che uno scontro politico interno, per quanto duro, abbia però spinto uno dei protagonisti a temere per la propria vita e a fuggire verso un'ambasciata straniera, getta una luce inquietante non solo sul DPS, ma sulla fragile facciata di normalità di tutta la scena politica bulgara.


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