La Bulgaria è sconvolta. Le reazioni rispetto alla conferma, in appello, della condanna a morte alle cinque infermiere bulgare e al medico palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus HIV di 426 bambini nell'ospedale pediatrico di Bengasi nel 1998

22/12/2006 -  Francesco Martino Sofia

"Gheddafi distribuisce la morte per Natale", "Ancora una volta a morte", "Lotteremo fino in fondo!". Sono questi alcuni dei titoli dei quotidiani bulgari usciti lo scorso 20 dicembre, dopo che il tribunale di Tripoli ha confermato in appello la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus HIV di 426 bambini, di cui 52 sono già morti, avvenuto nell'ospedale pediatrico di Bengasi nel 1998.

Nonostante le pressioni di Unione Europea e Stati Uniti e numerosi studi scientifici, tra cui quello recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature, che hanno dimostrano che i ceppi virali responsabili delle infezioni erano già presenti nell'ospedale molti anni prima dell'arrivo delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, i giudici libici hanno ribadito la sentenza di morte già emessa in primo grado il 6 maggio 2004, decisione poi annullata dalla Corte suprema per vizi di forma.

Adesso la sorte degli imputati, agli arresti dal 1999, è nelle mani della Corte di cassazione, che può confermare o ribaltare la sentenza, ed in quelle del Consiglio superiore della magistratura libica, che assume il ruolo di ultimo grado di giudizio. Ma più che i procedimenti nelle aule giudiziarie, a porre la parola fine all'odissea di Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka e del dottor Ashraf Alajouj saranno gli equilibri interni del sistema di potere libico e la voglia del colonnello Gheddafi di salvaguardare il processo di apertura del paese verso l'occidente, di cui la Bulgaria, con la prossima adesione all'Unione Europea del 1 gennaio 2007, diventa parte integrante.

Le autorità di Sofia hanno reagito in modo molto duro alla notizia della condanna emessa dal tribunale di Tripoli. Per la prima volta, attraverso le parole del presidente Georgi Parvanov, il processo contro le infermiere bulgare è stato definito "un processo su ordinazione". "La condanna a morte delle nostre compatriote e del medico palestinese, del tutto innocenti", ha dichiarato Parvanov, che due anni fa si era recato personalmente in visita da Gheddafi, nella speranza di riuscire a sbloccare la situazione, "serve soltanto a nascondere le vere cause che hanno provocato l'epidemia di AIDS nell'ospedale di Bengasi".

Questa presa di posizione rompe con la strategia adottata fino ad ora, che puntava a costruire rapporti di maggiore fiducia con Gheddafi e le autorità libiche per favorire la liberazione delle infermiere, puntando anche sul fatto che dal 1999 il regime del paese nordafricano ha operato una netta svolta nel campo della politica internazionale, col tentativo di uscire dall'isolamento e di riavvicinarsi alle potenze occidentali.

Anche il parlamento di Sofia ha definito come assurda la decisione del tribunale libico. In una dichiarazione ufficiale la sentenza viene rigettata come "basata su atti processuali preordinati e prove ottenute con la violenza", in riferimento alle accuse fatte dagli imputati di essere stati minacciati, sottoposti a pressione psicologica e torturati al fine di ottenere una loro confessione.

Il procuratore generale, Boris Velchev, ha assicurato che la possibilità di aprire un processo nei confronti degli agenti che avrebbero estorto le confessioni con la tortura, e che dovrebbe essere aperto dalla procura cittadina di Sofia, non è stata esclusa, ma al tempo stesso ne ha ridimensionato fortemente la possibilità di influire sul processo in Libia. "Il processo contro i torturatori delle infermiere bulgare è un'iniziativa che arriva con grande ritardo, con parecchia confusione e senza certezze, ma abbiamo basi giuridiche sufficienti per poterlo aprire", ha dichiarato Velchev. Nonostante un accordo di collaborazione giudiziaria tra Bulgaria e Libia, infatti, non è affatto chiaro se le autorità di Tripoli potrebbero permettere ai procuratori bulgari di interrogare gli ufficiali accusati delle torture, anche perché questi sono già stati assolti da queste accuse da un tribunale libico."Tutto dipenderà dalle autorità di Tripoli", ha concluso il procuratore generale.

Forti reazioni sono venute anche da diversi esponenti del mondo politico bulgaro. Secondo il sindaco di Sofia, Boyko Borisov, che da poco ha fondato GERB, un nuovo partito politico già accreditato di larghi consensi, "la strategia della diplomazia discreta non ha portato a nessun risultato", ed è quindi ora di isolare completamente Gheddafi a livello internazionale per riportare a casa le "infermiere rapite". Borisov ha anche incontrato i rappresentanti delle varie comunità arabe che vivono nella capitale bulgara, chiedendo il loro sostegno.

Se quasi tutti in Bulgaria hanno chiesto una reazione forte, dopo anni di tentativi di mediazione, soltanto Volen Siderov, leader di Ataka, si è spinto a chiedere la ritorsione con l'arresto di sei cittadini libici da usare come merce di scambio. Secondo Siderov i principali responsabili dell'attuale situazione sono i governi succedutisi in questi anni a Sofia, insieme all'Ue e agli Stati Uniti che non farebbero abbastanza pressioni se non attraverso frasi di circostanza.

Anche il mondo del business ha reagito, attraverso la Camera di commercio, che ha invitato le poche aziende bulgare che ancora lavorano in Libia a ritirare i proprio impegno economico dal paese nordafricano. Negli ultimi anni molte delle grandi industrie statali bulgare che operavano in Libia, come l' "Agrokomplekt" e l' "Energoproekt" hanno già abbandonato il paese, e lo scambio commerciale tra i due paesi si è ridotto a livelli quasi esclusivamente simbolici.

Adesso in Bulgaria si spera soprattutto nella capacità di influire maggiormente sul regime libico dopo l'ingresso a pieno titolo nell'Unione Europea. Una lettera sottoscritta contemporaneamente dal presidente Parvanov, dal premier Stanishev e dal presidente del parlamento Pirinski, e inviata ai governi e ai parlamenti di tutti i paesi membri dell'Ue, chiede una ancora maggiore pressione dell'Europa per liberare le infermiere bulgare.

"Dobbiamo avere una posizione univoca e cercare nuove strade per risolvere in modo equo questo processo ingiusto contro cinque cittadini europei", hanno scritto le più alte autorità bulgare, ricordando alle proprie controparti nell'Unione le numerose irregolarità del processo di Tripoli e le evidenti violazioni dei diritti umani degli imputati.

Anche il ministro degli esteri, Ivaylo Kalfin, ha minacciato di usare tutte le nuove possibilità conferite dallo status di membro dell'Unione Europea, compreso il diritto di veto, per isolare quanto più possibile la Libia finché le infermiere non potranno ritornare a casa.


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