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Sarajevo, il Tribunale delle Donne

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L'ingresso del Tribunale (Foto Andrea Rossini)

L'ingresso del Tribunale (Foto Andrea Rossini)

Il primo Tribunale delle Donne in Europa si è svolto a Sarajevo dal 7 al 10 maggio. Le partecipanti sono giunte da tutti i paesi dell’ex Jugoslavia ed hanno denunciato la guerra combattuta ogni giorno contro le donne. Molte le delegazioni internazionali

Alcune centinaia di donne ascoltano in silenzio. Sul lato sinistro del palco ci sono le testimoni. Dall’altro lato ci sono le esperte del Tribunale che, alla fine di ogni sessione, riportano le singole storie nel contesto della guerra contro le donne che viene combattuta in questa regione, e non solo.

Siamo nel Bosanski Kulturni Centar, storico auditorium nel centro di Sarajevo. Le donne prendono la parola una dopo l’altra, emergendo al centro del palco dalla penombra. Una testimone, di un villaggio della Bosnia orientale, racconta degli stupri subiti a 15 anni nel campo di concentramento di Bratunac. Continua descrivendo la solitudine del dopoguerra, la povertà, il matrimonio e l’inizio di un nuovo incubo di violenza (“un’altra forma di campo”). Quando racconta del divorzio, e che “hanno preso la mia adolescenza, ma il mio presente e futuro non lo avranno”, tutta la platea si alza in piedi. Le donne applaudono senza fermarsi. Non è solo un segno di rispetto. È uno scambio di energia. La forza che proviene dal palco, il racconto della resistenza a situazioni inenarrabili, si trasmette alla platea e viceversa. Il linguaggio accademico – qui ci sono alcune tra le più importanti teoriche e pensatrici del movimento femminista internazionale – si mescola con quello di donne di campagna come se fosse la cosa più naturale.

Tre giorni di testimonianze

Le testimonianze continuano per ore, per tre giorni. Tra gli elementi che ricorrono ci sono la continuità della violenza, le sue conseguenze di lungo periodo nella vita personale, familiare e delle comunità, l’impunità dei torturatori (“gli assassini camminano tranquilli per la strada”), la misoginia delle istituzioni, l’importanza delle reti di donne (“questo è l’unico Tribunale in cui io sia mai comparsa”).

Le regole del Tribunale prevedono che i giornalisti non possano registrare o fotografare. Gli uomini presenti sono pochissimi. Al centro di tutto il processo ci sono le testimoni, che provengono da tutte le nuove repubbliche nate dopo la fine dell’ex Jugoslavia, dalla Slovenia alla Macedonia. Daša Duhaček, che insegna studi di genere alla Facoltà di Scienze Politiche di Belgrado, ci spiega la genesi dell’iniziativa: “Alla fine degli anni ’90, alcune attiviste dei Balcani hanno incontrato Corinne Kumar, militante tunisina dell’organizzazione per i diritti umani El Taller, durante lo svolgimento di un Tribunale delle Donne in Sud Africa. L’idea di avviare un processo simile in Europa è stata ripresa principalmente dalle Donne in Nero di Belgrado. Alcuni anni più tardi, le attiviste hanno avviato un lungo lavoro con quante hanno resistito al nazionalismo, si sono opposte all’arruolamento degli uomini, hanno subito crimini che nessuno ha giudicato, dando voce a quante non hanno avuto voce”.

Un approccio femminista alla giustizia

“Questo evento arriva alla fine di un lungo processo cui hanno partecipato circa 5.000 persone”, precisa Staša Zajović, delle Donne in Nero di Belgrado. “Abbiamo lavorato per circa 4 anni e mezzo con le donne a un livello di base, e coinvolto accademici e collettivi di artisti. Abbiamo imparato molto dalle amiche indiane, studiato i diversi modelli di giustizia transizionale, ma alla fine abbiamo sviluppato nuovi modelli e metodi. Non siamo contro la giustizia tradizionale, afferma Staša, ma abbiamo sempre saputo che la giustizia istituzionale, sia a livello internazionale che locale, non può soddisfare i bisogni delle vittime.”

Secondo la filosofa Rada Iveković, presente all’incontro, il Tribunale delle Donne di Sarajevo rappresenta un evento storico in quanto “costituisce un precedente. In questo momento stiamo vivendo una situazione di vera e propria caccia alle donne, dappertutto. Lo spazio pubblico, perlomeno nel mondo occidentale, si sta lentamente aprendo a questo tema. Nei Balcani però la situazione è diversa dal resto d’Europa, perché qui le donne hanno cominciato a parlare, e questa è una cosa nuova, che ci permette di sperare e di imparare dalla base, laddove i saperi teorici e accademici non sono sufficienti. La data di oggi rappresenta un evento al quale ci potremo richiamare in futuro, qui sono state dette cose che vengono documentate, c’è un archivio che verrà conservato dalle Donne in Nero, è un patrimonio importantissimo”.

Il perno attorno a cui ruota l’incontro sono le testimonianze delle donne. Tutto il resto, incluso il ruolo dei media, resta in secondo piano. Per tutte le tre giornate, l’enfasi rimane sulla necessità di garantire la sicurezza e il rispetto per le parole delle donne. “Ascoltando, in uno spazio sicuro, diamo un riconoscimento al dolore che loro hanno sofferto durante e dopo la guerra”, mi spiega Lepa Mlađenović, consulente del Centro contro la violenza sulle Donne di Belgrado. “Vogliamo sapere cosa è successo, ma anche condividere emotivamente la loro situazione, in modo che non si sentano sole. Lo scambio che avviene tra il palco e la platea è importantissimo, l’applauso è importantissimo, vuol dire sì, sei sopravvissuta, sì, conosciamo il dolore che hai dovuto sopportare, sì, siamo solidali con te come donne, condividiamo il tuo bisogno di giustizia. Perché questi incontri servono anche per guarire a livello emozionale, ma naturalmente vogliamo giustizia”. Nora Morales de Cortiñas, Madre di Plaza de Mayo venuta a Sarajevo per partecipare ai lavori del Tribunale, mi chiarisce il concetto: “I genocidi, i torturatori, gli stupratori devono restare in carcere fino alla morte, non c’è amnistia possibile. Non si tratta di vendetta, ma di  giustizia”.

Il sistema criminale

Al termine delle testimonianze, domenica mattina, prende la parola il collegio giudicante del Tribunale delle Donne, composto da femministe, scrittrici e attiviste (Vesna Rakić, Gorana Mlinarević, Chris Campbell, Latinka Perović, Charlotte Bunch e Vesna Teršelič). Le donne leggono le raccomandazioni e i verdetti preliminari. Il sistema criminale che descrivono è molto più ampio di quello preso in esame dalla giustizia tradizionale. Vengono prese in esame le responsabilità degli stati, delle istituzioni religiose, dei media, trovano spazio non solo le vittime di guerra ma anche quelle dei processi criminali di privatizzazione del dopoguerra e nuove fattispecie giuridiche, quali il crimine di arruolamento forzato.

Prima della lettura, però, il pensiero va alla Macedonia, “sull’orlo del precipizio”. Le giornate di Sarajevo non sono rivolte a un passato remoto, ma al presente. Rada Žarković, bosniaca, Donna in Nero e fondatrice della cooperativa “Insieme” di Bratunac, mi ricorda che “le reti delle donne sono l’unica cosa che funzionava anche durante la guerra, in condizioni impossibili. La consapevolezza di questa forza è stata accresciuta dall’esperienza di questo Tribunale, oltre ogni mia aspettativa. Questo è importante anche per quello che potrebbe avvenire in futuro.”

Le decisioni finali del Tribunale delle Donne saranno pubblicate tra qualche settimana sul portale Ženski Sud.


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