Campagna pro-referendum in Republika Srpska

C'è un vento che spira dal Montenegro. Quello della voglia di referendum. Se ne parla in modo sopito in Kosovo ma soprattutto in Republika Srpska. Dove il primo ministro Milorad Dodik scopre di essere allergico alla Bosnia Erzegovina

06/06/2006 -  Massimo Moratti Sarajevo

Nonostante le basse temperature e le cime ancora imbiancate di neve, è primavera avanzata in Bosnia ed Erzegovina e si va verso un'infuocata estate elettorale. La primavera porta tutta una serie di fastidiose allergie, causate dai pollini degli alberi in fiore, che il vento sparpaglia un po' dappertutto. Così il vento che spira dal Montenegro fa giungere in Bosnia ed Erzegovina pruriti e allergie varie.

Il primo a rimanerne colpito è Milorad Dodik, leader dei socialdemocratici indipendenti della Republika Srpska e attualmente primo ministro dell'entità serba. Dodik d'improvviso scopre di essere allergico alla Bosnia ed Erzegovina. Pochi giorni dopo i risultati del referendum in Montenegro, Dodik scopre la voglia di referendum per la Republika Srpska. Lo annuncia chiaro e tondo a Oslobodjenje, quando dice che la base per il consenso del suo partito per il movimento dei cambiamenti costituzionali è "l'organizzazione della Bosnia ed Erzegovina come uno stato federale con competenze ben divise su ogni questione. L'unione deve riconoscere il diritto all'autodeterminazione dei popoli attraverso il diritto al referendum che dovrebbe essere organizzato secondo le condizioni democratiche stabilite dall'Unione Europea. Ciò permetterebbe alla gente di decidere che cosa pensano e cosa vogliano dalla Bosnia ed Erzegovina. È quello che hanno i cittadini dei paesi confinanti, parte della Carta delle Nazioni unite e qualcosa che è ancora più antico dell'integrità dei confini, perchè è un dato di fatto che tutti i confini sono stati violati".

E scoppia la polemica. Dodik sceglie di cavalcare la tigre refendaria. Com'era previbidile e quasi scontato dopo l'annuncio dei risultati in Montenegro, le voci si sono immediatamente levate in Republika Srpska per il diritto dei serbi di Bosnia a separarsi dal resto del paese. Sono i soliti noti a lanciare il grido di battaglia. SPONA è il nome del gruppo di ONG, o meglio di pseudo-ONG (dato che molte di loro sono sostenute in gran parte dal budget della Srpska) che riunisce i veterani della Republika Srpska, gli invalidi di guerra, le famiglie dei caduti, le famiglie dei dispersi e degli internati. La posizione di SPONA è alquanto contraddittoria: mentre i suoi leader, negli incontri con i membri della comunità internazionale affermano di sentire la Bosnia ed Erzegovina come il proprio stato, allo stesso tempo in pubblico sono i primi ad alzare la voce e a chiedere un referendum.

Dodik raccoglie il grido di battaglia. Almeno all'inizio. Milorad Dodik viene riconosciuto come leader moderato dei serbi, colui che nel 1998, in tandem con Biljana Plavsic era riuscito a migliorare i rapporti della Republika Srpska con la comunità internazionale. Dodik e Plavsic allora si erano proposti come l'alternativa al SDS e, data l'indisponibilità della Plavsic (che sta scontando 11 anni di carcere per crimini di guerra), i socialdemocratici indipendenti di Dodik si sono presentati come la forma di opposizione più decisa al SDS. Nel gennaio di quest'anno a Dodik è poi riuscito un colpo da maestro, far cadere la coalizione di governo del SDS e salire al governo della RS come primo ministro. Da allora ha cercato di assicurarsi in anticipo la rielezione in vista delle elezioni di ottobre di quest'anno. Dodik è persona carismatica, ma anche enigmatica. La sua moderazione si è espressa più nella forma di un'opposizione al SDS che all'attuazione di un autentico programma di riforme. Ma la maledizione di ogni leader moderato nei Balcani, o presunto tale come pare essere Milorad Dodik, è il nazionalismo sparso tra gli elettori e la minaccia di essere considerato come un traditore del proprio popolo. I leader moderati fanno quindi acqua a destra e lì devono tappare le falle delle perdite di consenso.... E da qui la mossa di Dodik.

Come d'obbligo, alla boutade di Dodik risponde compatta la comunità internazionale che esclude tassativamente la possibilità di indire un referendum per la separazione della Republika Srpska. L'Unione Europea, l'Alto Rappresentante, l'Ambasciata americana ripetono che non vi sono le basi giuridiche per indire un referendum e che l'integrità della Bosnia ed Erzegovina non può essere messa in questione. Gli Stati Uniti muovono addirittura Rosemary di Carlo, funzionario dello State Department incaricata di seguire gli sviluppi nel Sud Est Europa. L'Unione Europa si fa sentire per voce di Olli Rehn: la comunità internazionale schiera i pezzi grossi nel rispondere a Dodik, segno della preoccupazione che evidentemente hanno destato le parole del leader serbo bosniaco.
A Dodik rispondono compatti i partiti della Federazione, primo tra i quali Silajdzic, che dopo aver silurato i cambiamenti costituzionali, ha annunciato che si candiderà alla presidenza della Bosnia ed Erzegovina. E Silajdzic rilancia la partita con la richiesta di un referendum per l'abolizione delle entità, posizione che il suo partito aveva già assunto qualche anno fa. Secondo Silajdzic, ma l'idea è condivisa da molti altri partiti nella Federazione, la Republika Srpska è un'entità fondata sul crimine e sul genocidio e come tale dovrebbe sparire.

Ma il dibattito non accenna a sopirsi. Il Times londinese, in un articolo scritto da due analisti politici, anticipa la creazione nel 2020 di nuovi stati in Europa, tra i quali spiccano l'Herceg Bosna, mai sopita ambizione croato bosniaca e la Republika Srpska. E sono i media croati ora a riportare la notizia sulle prime pagine dei loro giornali. I sogni di Mate Boban e Radovan Karadzic che si avverano. E ciò non è nient'altro che benzina sul fuoco delle polemiche bosniache e non fa altro che alimentare la teorie dei complotti internazionali ai danni della Bosnia ed Erzegovina.

L'analisi più lucida viene da Dragan Cavic, presidente della Republika Srpska, già il leader del SDS, il partito di Radovan Karadzic. Cavic dice che chi demolisce la Republika Srpska allo stesso tempo distrugge la Bosnia ed Erzegovina stessa. Cavic nega che vi sia un nesso tra il Montenegro e la Republika Srpska e spiega semplicemente quello che è ovvio a tutti: alle richieste di abolizione della RS, la Republika Srpska risponde con la secessione. Secondo Cavic, sarebbe molto meglio se i politici bosgnacchi e croati accettassero l'esistenza della Republika Srpska e smettessero di dar man forte ed incoraggiare i fautori del referendum in Republika Srpska. Paradossalmente tocca ora ai partiti nazionalisti di far da pompieri e gettare l'acqua sul fuoco.

Il panorama politico bosniaco dà ancora una volta prova della desolante povertà di idee e contenuti: gli argomenti in vigore 10 anni fa vengono tirati fuori e rispolverati in vista della prossima campagna elettorale. Le posizioni sono prevedibili, il ping pong delle polemiche su entità e secessioni continua, rimbalzando sui canali televisivi e i talk show. Ma lo spettacolo è noioso. Il pubblico è disincantato: in 10 anni di pace, non si è levata nessuna voce nuova che possa andare oltre il gioco a somma zero della politica attuale. E chi può biasimare gli elettori quando disertano le urne??


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