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La città di Mirko Kovač ita

Mirko Kovač

Mirko Kovač

Esce in Italia per Zandonai editore La città nello specchio, l'ultimo romanzo di Mirko Kovač. Una nuova saga familiare nel segno di una letteratura che non esiste più, quella jugoslava. La recensione

 

A colloquio con Mirko Kovać 

Pubblichiamo brani di un'intervista allo scrittore realizzata da Piero Del Giudice nel settembre 1999

Quando e perché ha lasciato Belgrado, sua città d'adozione?

Ho vissuto a lungo a Belgrado, circa 35 anni. È vero che per qualche tempo sono stato anche a Zagabria, ma la mia città, fino al 1991, era Belgrado. La mia posizione nel mondo culturale era controversa; ai tempi di Tito i miei libri erano proibiti. Il mio primo romanzo, Gubilište (Il Patibolo), fu condannato politicamente già nel 1963, mentre la raccolta di racconti Rane Luke Mestrevića (Le ferite di Luka Mestrević) è stata vietata e bandita dalle biblioteche. Con la comparsa di Slobodan Milošević, comincia anche il mio impegno politico, poiché nel suo populismo riconobbi il "nazionalismo serbo".

Cominciai a scrivere testi impegnati nel settimanale indipendente Vreme e a scontrarmi sempre più con i nazionalisti. Nel 1990, a Belgrado fondammo un raggruppamento politico, Liberalni forum. Durante la presentazione del forum, nella sala irruppero una ventina di fascisti serbi capitanati da Vojislav Šešelj; volevano cacciare dalla sala un nostro ospite e amico, il giornalista albanese del Kosovo, Veton Surroi. Gli lanciarono contro un apparecchio fotografico mentre parlava, ma l'apparecchio rimbalzando sulla tribuna colpì me in testa. Mi portarono alla Clinica traumatologica. La sera venne a trovarmi l'allora presidente del governo Jugoslavo, Ante Marković, che mi disse: "Caro Kovač, la tua testa insanguinata rischia di scatenare la guerra civile". Quando nel 1991 iniziarono i bombardamenti su Dubrovnik e sulle altre città mediterranee, quando cominciò la distruzione di Vukovar, la mia esistenza a Belgrado si fece di giorno in giorno più difficile. Almeno due ambasciate mi avvertirono di andarmene da Belgrado. Una notte tre giovanotti del gruppo nazionalista le "Aquile bianche", si introdussero con l'inganno nel mio appartamento e mi interrogarono fino al mattino successivo. Le minacce si facevano di giorno in giorno più insopportabili. Così decisi di trasferirmi in Istria. Facevo parte di un movimento pacifista, mi opponevo, polemizzavo, ma le "fantasie di guerra" della società serba erano ormai impossibili da arrestare.

Mirko Kovač, romanziere, saggista, nato nel 1938 al confine tra la Bosnia Erzegovina e il Montenegro – è rivendicato da entrambe le piccole letterature regionali – va inscritto tuttavia, se ha ancora senso dirlo, nella letteratura jugoslava.

 Belgrado, la capitale, è il luogo della sua formazione – sono gli anni Sessanta e Settanta – e la città è in quegli anni un centro culturale e politico mondiale. Il paese attraversa il suo periodo storico migliore, tra riforme interne di struttura – scuola, sanità, diritto familiare – e la proposta politica internazionale dei «non allineati».

Kovač appartiene da subito al cerchio ristretto che si forma attorno al genio di Danilo Kiš, al gruppo della 

intellighenzia critica che caratterizza la letteratura jugoslava più aperta e libera del dopoguerra. E che sarà anche l’unica fragile opposizione al dilagare dei nazionalismi e delle pulizie e guerre etniche degli anni Novanta. Il libro con cui Kovač riscuote successo in Italia, La vita di Malvina Trifković (Anabasi 1994) – vicenda narrativa accattivante, libro a struttura epistolare ben congegnato – è in realtà il suo romanzo d’esordio (1970). Per dire l’importanza e la promessa di quel gruppo di scrittori, e anche il loro destino tragico, coerente con la fine cruenta della Federazione socialista: Kiš muore presto a Parigi nel 1989, in esilio volontario; Kovač, picchiato e minacciato di morte dagli uomini di Šešelj, fugge da Belgrado e si rifugia a Rovigno; Filip David rimane ma perde il lavoro; Matvejević si ritira in Italia; Vešović e Sidran sono chiusi in Sarajevo assediata…

Premessa necessaria questa per parlare de La città nello specchio, il nuovo libro di Kovač (Zandonai editore, traduzione di Silvio Ferrari), opera dell’ultima produzione dello scrittore di Rovigno (in lingua originale tre anni fa).

 È il romanzo della saga dei Kovač, della famiglia dello scrittore, e l’incipit non potrebbe essere diverso: «Il nonno diventò proprietario di una quarantina di dulum (ettari) di terra fertile lungo il corso del fiume Trebišnjica e sul versante montenegrino acquistò parecchi ettari di terreno boschivo e da pascolo». Un romanzo familiare che inizia con una elencazione proprietaria è un classico nelle letterature occidentali, ma è novità nei Balcani post-socialisti. Ecco di nuovo: la terra, la casa, il bestiame che segnano le cadenze, lo scopo, la buona o la cattiva sorte, di una cooperazione familiare.

Zandonai Editore 

Non mancano precedenti. Un piccolo capolavoro della letteratura europea in toto e della penisola balcanica in particolare è Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale di Bora Ćosić, esilarante storia di una famiglia piccolo borghese che fa il percorso inverso: dal liberismo al socialismo. Anche Abdulah Sidran, nel ritiro di Gorazde, sta portando a termine in questi mesi il «romanzo dei Sidran»: in scena è la famiglia operaia di origine – due zii morti nella resistenza, il padre incarcerato a Goli Otok – : motore e vincolo delle loro storie non è la proprietà ma la nascita e la fine della Jugoslavia. La Storia si direbbe.

Pulsioni diverse e cronache diverse. Ma tutte hanno al fondo spinte e bisogni identitari. Collassato il paese dove si è nati e ci si è formati, stravolte le ragioni della convivenza, le categorie e i sistemi, messe a registro piccole fini del mondo, cosa rimane se non percorrere a rovescio la storia di sé dentro la storia dei padri e degli avi?

 La città nello specchio di Kovač infine, più che un romanzo familiare è un «libro di famiglia», poderoso quaderno annotato, attraversato dal tempo magico del bambino e del ragazzo che narrano, più che da un tempo circolare di stagioni, e men che meno da un tempo storico. Le fasi storico-politiche della Jugoslavia appaiono e scompaiono insignificanti all’orizzonte dei fatti.

Il libro, che accumula fatti, si tiene al di qua della fiction e del romanzo, si attesta su una ricerca di senso. Lì nell’entroterra di Trebinje da dove, come un miraggio nello specchio, appare nei giorni di libeccio splendente sul mare Dubrovnik, la città magica.

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