Kalmi Baruh è considerato il padre dell'ispanologia jugoslava. Membro di una delle più antiche famiglie sefardite di Sarajevo è finito come molti nel lager di Bergen-Belsen a cui sopravvisse solo per vederne la liberazione

Prigioniero del “Lager delle stelle”

“Qui, su un acro di terra, i corpi morenti giacciono mischiati a quelli ormai privi di vita. Non si riesce a distinguere gli uni dagli altri… Quelli ancora vivi vi si trovano distesi con la testa appoggiata ai cadaveri, mentre tutt’intorno sta vagabondando una terribile, spettrale processione di persone emaciate, sperdute, rese inutili e private di ogni speranza, incapaci persino di spostarsi dalla strada e di volgere lo sguardo all’orribile realtà che le circonda... In questo luogo nascevano i bambini, piccole, esili creature senza alcuna possibilità di sopravvivere. Una madre, portata alla follia, gridava a un soldato britannico di portarle il latte per il suo bambino e, dopo avergli spinto tra le braccia un piccolo essere, è scappata di corsa, piangendo terribilmente. Una volta aperto l’involto, il soldato si è trovato davanti a un bambino morto da giorni. Questo giorno a Belsen è stato il più terribile della mia vita”. Sono le parole del giornalista Richard Dimbleby, facenti parte della sua testimonianza registrata per la BBC Radio il 15 aprile 1945, giorno in cui le truppe britanniche e canadesi entrarono nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.

Non avendo avuto altro modo per fermare l’epidemia di tifo, i soldati del generale Montgomery bruciarono l’intero campo, radendolo al suolo. Fino al 1985, quando il presidente statunitense Ronald Reagan visitò questo luogo dove sono stati uccisi cinquantamila tra ebrei, rom, testimoni di Geova, omosessuali, comunisti e altri oppositori politici del nazismo, nonché furono imprigionati altrettanti soldati sovietici, il ricordo del lager di Belsen rimase vivo solo nella memoria dei sopravvissuti e nelle testimonianze di quanti lo liberarono.

Qualche anno più tardi, nel 1990, si decise di ampliare il Centro di Documentazione (inaugurato nel 1966), divenuto ormai troppo piccolo per accogliere tutti i materiali che vi giungevano, mentre nel 2000 fu costruita la cosiddetta Casa del Silenzio, uno spazio destinato alla riflessione. Una parte consistente della documentazione raccolta nell’archivio di Bergen-Belsen riguarda Josef Kramer, il più crudele dei comandanti di questo lager nazista, trasferitovi da Auschwitz-Birkenau nel 1944. Nella moltitudine delle vittime del campo di Belsen troviamo i nomi di Anna Frank, sua sorella Margot, il pittore e scrittore ceco Jozef Čapek, mentre tra le numerose e sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti spiccano quelle di Arianna Szörényi 1(1933) e Jona Oberski 2 (1938).

Tra i 55 mila prigionieri del Lager delle stelle (soprannominato così per la stella di David cucita sugli abiti degli ebrei che nell’ultimo periodo costituivano la maggioranza degli internati) che riuscirono a sopravvivere fino a quel giorno d’aprile c’era anche un sefardita sarajevese, Kalmi Baruh (1896-1945). Essendo venuti a conoscenza del suo imprigionamento a Bergen-Belsen, lo cercarono alcuni ufficiali dell’esercito jugoslavo appena liberati. Malato di tifo, martoriato dalla sofferenza, Baruh morì alcuni giorni dopo. Era uno di quelle migliaia di morenti che, malgrado tutto, riuscirono a resistere finché non appresero della sconfitta del nazismo.

“Il suo corpo privo di vita, insieme a quelli degli altri sofferenti che spirarono quello stesso giorno, fu gettato su un mucchio di cadaveri che continuava a crescere, sporgendo verso il cielo come una tacita protesta contro la tirannia e dissennatezza che per un intero decennio regnavano nel cuore dell’Europa ‘civilizzata’. Tale fu il destino del dott. Kalmi Baruh, educatore d’avanguardia, critico letterario, dotto filologo e ispanologo di Sarajevo”, scrisse nei suoi ricordi su Baruh un altro sefardita sarajevese, professor Samuel Kamhi.

‘Piccolo Spinoza’

Kalmi Baruh (foto wikimedia)

Kalmi Baruh

Kalmi Baruh proveniva da una delle più antiche famiglie sefardite di Sarajevo. Nel 1917, non appena uscito dai banchi del liceo, fu mandato al fronte galiziano, finendo quasi subito per essere imprigionato dall’esercito zarista. Qualche anno più tardi, nel 1923, conseguì il dottorato presso l’Università di Vienna con una tesi intitolata L’evoluzione fonetica della lingua giudeo-spagnola in Bosnia.

Dopo aver soggiornato per motivi di studio a Berlino, Parigi, Madrid e Zagabria, ritornò a Sarajevo e vi rimase lavorando come insegnante di francese presso liceo di Sarajevo. Ottimo conoscitore di tutte e tre le principali correnti della cultura spagnola (cristiana, araba ed ebraica), Baruh padroneggiava una decina di lingue, tra cui ovviamente lo spagnolo dal quale anche traduceva, e collaborava con varie riviste d’avanguardia dedicate alla cultura e filologia in Jugoslavia e Spagna.

Benché non fosse il primo studioso di tradizione, letteratura e poesia orale sefardita proveniente dai Balcani, è considerato il vero padre dell’ispanologia nella Jugoslavia tra le due guerre. Grazie ai suoi studi che abbracciarono l’intera, secolare tradizione letteraria e filosofica spagnola, per la prima volta da queste parti si ebbe una seria interpretazione delle opere di molti artisti e pensatori di rilievo, quelli dei secoli passati (Maimónides, Lope de Vega, Calderón de la Barca) così come i suoi contemporanei (Machado, Unamuno, Valdés, Lorca).

In quei tumultuosi anni Trenta, particolare eco ebbe il suo saggio sul ruolo dei letterati spagnoli nella guerra civile del ’36-’39, in cui pose un chiaro accento sull’importanza della lotta contro il franchismo, mentre nella polemica che in quello stesso periodo divideva la comunità intellettuale ebraica jugoslava e bosniaca tra sostenitori di ‘vecchie’ e quelli di ‘nuove’ tendenze linguistiche, si mise senza esitare dalla parte dei modernisti, scegliendo di realizzare la maggior parte dei suoi saggi, articoli e scritti in lingua serbo-croata.

“Nel periodo tra le due guerre, la Bosnia Erzegovina divenne un importante centro dell’editoria ebraica sefardita. In quegli anni Baruh collaborava intensamente con la rivista Vita ebraica, e in seguito anche con il settimanale Voce ebraica che usciva a Sarajevo dal 1928 fino all’aprile del 1941. Sebbene venissero pubblicate in lingua serbo-croata, queste riviste dedicavano ampio spazio sia ai contributi in giudeo-spagnolo che alle traduzioni da altre lingue giudaiche, quali lo yidish e l’ebraico”, sostiene Krinka Vidaković-Petrov 3.

Tornando ai ricordi del professor Kamhi, vi è anche un ritratto particolarmente conciso di Baruh uomo e amico: “Lo chiamavano ‘piccolo Spinoza’, probabilmente per la sua onestà personale, il suo essere irremovibile nel rispettare i propri principi e il suo ardore per la verità. Non era un brillante oratore, ma in occasione di incontri e dibattiti pubblici la sua parola veniva ascoltata con rispetto e ritenuta affidabile. Pur non essendo un tribuno della plebe (possedeva troppa intelligenza e troppo poca vanità per dedicarsi a tale vocazione), la gente lo amava. Discreto nel modo di atteggiarsi, con quel suo bel sorriso e un’arguzia a lui del tutto peculiare attirava l’attenzione degli interlocutori che, dopo aver conversato con lui, rimanevano a lungo incantati dalle sue parole. Già durante gli anni universitari, trascorsi a Vienna, queste sue doti furono notate dai membri delle società accademiche Bar Giora ed Esperanza. Per un lungo periodo fu segretario e membro del Comitato direttivo de La Benevolencija, la più grande e influente associazione culturale ed educativa degli ebrei bosniaco-erzegovesi...”

Nell’estate del 1941, quando era ormai chiaro il destino della comunità ebraica nell’NDH [Stato indipendente di Croazia], Baruh trovò rifugio in Montenegro, prima a Pljevlja, e poi a Cetinje. Vi rimase poco più di due anni, fino all’autunno del 1943 quando, a seguito della proclamazione dell’armistizio italiano con gli Alleati, fu arrestato da militari tedeschi e deportato nel ‘Lager delle stelle’.

Baruh e Andrić – un pomeriggio a Segovia

Credo che non vi sia modo migliore di concludere questo breve contributo su Kalmi Baruh, che abbiamo voluto ricordare in occasione della Giornata della Memoria, che citando le parole del suo amico, Ivo Andrić 4:

"La nostra passeggiata pomeridiana per la vera e vivace Segovia ci aveva portato in strade buie e intricate. Una di queste si chiamava via Ebraica nuova (“Calle de la Juderia nueva”). Sapevamo che qui non c’era, né poteva esserci, alcuna traccia degli ebrei e solo la parola ‘nuova’ ricordava i tempi di bui secoli addietro.

Mentre stavamo fermi all’angolo di questa via deserta, sbucò da qualche parte un bambino, a giudicare dall’abito e dal volto di povere origini. Gli chiedemmo informazioni per il proseguimento della strada, ci rispose brevemente e controvoglia. Kalmi Baruh tuttavia, che parlava uno spagnolo così perfetto che nessuno avrebbe potuto scambiarlo per straniero, riuscì a scambiare ancora qualche parola col ragazzo. Nel saggio citato ha scritto di questa conversazione; combacia perfettamente con il mio attuale vivo ricordo, ma lo cito come lui lo ha segnalato. Baruh chiese al ragazzo:

        “Hombre, a Segovia ci sono degli ebrei?”

        “No signore, sa, nei tempi passati  … passeggiavano per di qua …  poiché …”

        “E perché proprio per di qua?”

        Il ragazzo tace. Ma io non lo lascio andare. Mi fa un cenno con il capo.

        “Que mal los gustaba Segovia”. (‘Segovia non li amava)

Kalmi Baruh aggiunge a questo breve dialogo: “Egli parlava degli Ebrei come della tribù stregata (maledetta) di un'antica fiaba. Ci siamo lasciati amichevolmente”.

È tutto. Ancora oggi quel momento è vivo nel mio ricordo. Il ragazzo si allontanò girandosi fra le dita la peseta che gli avevamo dato e che lui aveva ricevuto senza un “grazie”, con orgoglio e diffidenza, come se non volesse offenderci rifiutandola. Nella sua grande ignoranza davvero non sapeva quel che diceva e tantomeno poteva intuire a chi lo diceva.

Mi sentivo un testimone e un personaggio

 muto del dramma storico-sociale iniziato

 in quel paese tre secoli e mezzo prima

e che, sembrava, non avesse fine

Ivo Andrić - “Un ricordo su Kalmi Baruh”

Noi due restammo fermi lì ancora per un po’. Da qualche parte, accanto a una chiesa invisibile, un campanile batteva in modo monotono come un martello del tempo, sordo e crudele. Non ero in grado di dire nulla. Ma sentivo – e non è la figura romantica che voglio utilizzare – come se le ali della storia volassero sopra le nostre teste e i secoli si avvicinassero e si toccassero. Mi sentivo un testimone e un personaggio muto del dramma storico-sociale iniziato in quel paese tre secoli e mezzo prima e che, sembrava, non avesse fine e che uno dei suoi atti tragicomici si stesse svolgendo proprio in quel momento su quel marciapiede di pietra, sotto quella tavola bianca con le sue lettere azzurre".

 (Il brano di Ivo Andrić, traduzione di Dunja Badnjević e Manuela Orazi, è tratto da “Un ricordo su Kalmi Baruh”, pubblicato in “Sul fascismo” di Ivo Andrić, “Nuovadimensione” – Portogruaro   2011)

 

note:

1) Una bambina ad Auschwitz, a cura di Mario Bernardi (edizione integrale del diario di Arianna Szörényi), Mursia, Milano 2014;

 2) Jona Oberski è un fisico olandese il cui romanzo autobiografico Anni d’infanzia. Un bambino nei lager è stato tradotto in varie lingue ed ha ispirato il film Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza;

 3) Nella prefazione all’edizione inglese del libro di Kalmi Baruh Izabrani radovi o sefardskim i drugim temama (Kalmi Baruh, Selected works on Sephardic and Other Jewish Topics, Shefer Publishers, Jerusalem, 2005), questa nota linguista belgradese spiega l’importanza del suo opus saggistico, lasciando la parola conclusiva a Ivo Andrić, i cui ricordi sull’amico scrittore sono riportati nella postfazione;

 4) Tratto dal saggio Sećanja na Kalmija Baruha, originariamente pubblicato nel 1952 sulla rivista sarajevese Život (in quello stesso anno, per i tipi della casa editrice Svjetlost, uscì il libro di Baruh Eseji i članci iz španske književnosti, a cura di Josip Tabak).


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