Elma Tataragić, al Balkan Florence Express di Firenze

Elma Tataragić, al Balkan Florence Express di Firenze

Il film Snijeg (neve) è una sorta di metafora delle difficoltà della Bosnia Erzegovina, un paese dove è importante non perdere l’ottimismo. Ne abbiamo parlato con la sceneggiatrice Elma Tataragić

28/12/2012 -  Jelena Škuletić

Neve (snijeg), il film della giovane regista bosniaca Aida Begić, uscito nelle sale nel 2008, accolto con molto favore dalla critica e vincitore di vari premi internazionali, è un’opera prima di sorprendente coesione e intensità.

A Slavo, minuscolo villaggio della Bosnia orientale, pochi anni dopo la fine della guerra sono rimaste solo sei donne fra giovani e anziane, cinque bambini e un vecchio. Il resto delle loro famiglie e tutti gli uomini sono stati trucidati, i corpi mai trovati. Per cercare di sopravvivere al dolore senza che il ricordo dei propri cari si affievolisca, gli abitanti del villaggio si sono chiusi in una specie di cerchio magico, dove le visioni dei morti sembrano convivere con la ritualità immutabile dei gesti quotidiani, del lavoro, dei giochi e dei canti dei bambini. La prima neve accentua il loro isolamento e il senso di sospensione temporale, finché l’arrivo di due uomini d’affari stranieri, pronti a comprare le loro case, non rimescola le carte: si tratta di scegliere tra il denaro e un futuro altrove, oppure restare nei luoghi dove è incisa la memoria degli affetti, questa volta, forse, trovando un equilibrio diverso nell’affrontare la realtà.

Di questa esperienza e della situazione odierna della Bosnia Erzegovina, abbiamo parlato con la sceneggiatrice del film Elma Tataragić, ospite al recente festival Balkan Florence Express di Firenze.

Hai mai pensato di andare via dalla Bosnia?
 
Quando si vive in un paese come la Bosnia, è una domanda che si impone. Da 20 anni a questa parte è diventata un ronzio costante nella testa delle persone. Io ho deciso di rimanere, anche se molti sono andati via, non solo da Sarajevo o dalla Bosnia, ma anche dalle altre parti dei Balcani. Oggi questa domanda assume un altro significato, ma durante la guerra era strettamente legata all’esistenza. Come chiedersi se mangiare o bere l’acqua. Era una questione di vita  o di morte.

Dove sei stata durante la guerra?

Tutto il tempo a Sarajevo insieme alla mia famiglia. Ho vissuto in una delle zone peggiori, perché era doppiamente sotto assedio. Praticamente era impossibile muoversi.

Che cosa avete fatto?

Abbiamo vissuto. Vivere si deve.

Come si vive oggi in Bosnia  Erzegovina?
 
Non è una favola e conosco tutti i problemi con i quali ci si scontra, ma ciò nonostante penso che la vita in Bosnia sia bella. Mi rendo conto che questa affermazione  può risultare inverosimile. Quando vengono le persone a Sarajevo e vedono tutte quelle ragazze vestite all’ultima moda si domandano come è possibile, considerando che lo stipendio medio arriva a malapena a 500 euro. Ci dicono che da noi la matematica non funziona tanto bene. Io invece penso che proprio lì stia la bellezza della vita in Bosnia. La matematica non funziona, non funziona niente, ma questo irrazionale e magico elemento ci permette di vivere con 500 euro come con 5.000. Certo è molto difficile, ma penso che la vita non sia molto più semplice in Italia, Spagna o Grecia per non parlare di altri paesi. Personalmente non mi sono mai pentita di essere rimasta. Penso che la guerra ci ha fatto capire una cosa sola: che l’uomo è in grado in modo efficace e veloce di distruggere cose per ricostruire le quali servono ora molti anni. Aspettare i miracoli non porta a niente. È necessario avere tanta pazienza, tenacia, speranza ed è necessaria tanta energia e ottimismo.

E in Bosnia ci sono?

A mio parere sì, molto. Ho cambiato la vita tanto quanto lei ha cambiato me, e ho sempre tentato di influenzarla quanto potevo, per renderla più accettabile, per far sì che ci fosse più ottimismo, energia e speranza.

Perché hai deciso di non parlare della guerra, ma delle sue conseguenze?
 
La guerra in sé contiene un forte potenziale drammatico, dove ci sono la vittima e il carnefice. È un esperienza in bianco e nero, a differenza della pace che è a strati, complicata e multicolore. In pace devi procurarti elettricità, acqua, cibo e devi inoltre pensare al futuro. In guerra non pensi al futuro, il tuo futuro è limitato a come attraversare la strada senza farti beccare da un cecchino. La pace ti porta ad avere una prospettiva, a pensare cosa fare con te stessa. Le persone si sono trovate in situazioni orribili. Hanno dovuto cercare la casa perché la loro era distrutta o confiscata, cercare i mariti senza sapere se erano morti o vivi, cercare le loro ossa ogni dove. Nei primi anni dopo la guerra la gente sembrava impazzita, razzolava nel passato per trovare il futuro. Per me quel periodo è personalmente più interessante della sola guerra. La guerra mi ha determinato nel profondo. Non passa giorno che non pensi ad essa. È un esperienza così forte che ti si imprime dentro ed è difficile da espellere. Penso però che la pace, dal punto di vista artistico, sia molto più interessante: la sporcizia, le mura distrutte, le finestre coperte con gli adesivi dell’UNCHR, la sofferenza negli sguardi delle persone. In quel magma indistinto bisogna cercare l’ispirazione.  

Una scena del film Snijeg

Pensi che pian piano si stiano cicatrizzando le ferite della guerra?

Purtroppo, vengono risolte poche cose, e non nel modo che richiederebbero le vittime. Senza dubbio è molto importante l’arresto di alcuni criminali di guerra, ma ogni volta che parlo con persone che hanno perso mariti o figli, l’unica cosa che chiedono è giustizia. Chiedono la prigione per quelli che si sono macchiati di sangue. Alcuni di questi criminali dopo la guerra sono stati eletti come sindaci. È molto difficile essere ottimisti, come se non fosse successo niente. Esiste un intero fronte molto forte che ignora l’accaduto. È una specie di lobotomia dove si ripetono come mantra che non è accaduto nulla e alla fine ci credono. Non sono cose che si possono nascondere. Non credo sia proficuo accettare questa menzogna e inoltre è deludente la lentezza con cui si procede contro i crimini di guerra.

 Perché avete scelto il villaggio?

Io e la regista Aida Begić abbiamo pensato che la metafora del villaggio isolato fosse ottima per rappresentare la BiH. Come luogo vicino ma anche molto lontano. Anche in quella Bosnia vivono delle persone. Ci interessavano le donne, in particolare quelle dei villaggi, donne che sostanzialmente hanno vissuto una vita familiare protetta e da un giorno all’altro sono rimaste senza niente: senza case, mariti, padri e figli. Ma nonostante tutto ciò riescono a trovare la forza per andare avanti, attraversando alla velocità della luce il percorso che le donne non solo da noi, ma in tutta l’Europa, hanno fatto in centinaia di anni. Pur espulse dai loro villaggi nessuno le voleva accogliere altrove, tutte le guardavano come per dire “eccole contadine”. Mai nessuno che si chiedesse che cosa hanno vissuto, che cosa si portano dentro.

Come avete lavorato con gli attori, soprattutto con i bambini?

Abbiamo impiegato parecchio tempo a trovare i bambini, ma nel momento in cui li abbiamo trovati è nata subito una forte intesa. Aida, la regista, ha un suo modo di approcciare gli attori, soprattutto i bambini. Ha già avuto esperienza con loro nel nostro primo cortometraggio Prvo smrtno iskustvo – La prima esperienza di morte, e sapeva già quali sono i potenziali rischi. In generale si è lavorato tanto con gli attori a prescindere dall’età. Abbiamo fatto prove per circa due mesi, come se stessimo mettendo in scena una pièce teatrale, mentre per le riprese abbiamo impiegato solamente ventisette giorni. Non ci potevamo permettere di più, ma alla fine è stato meglio così. Le riprese sono state fatte in un villaggio vicino a Goražde nella Bosnia orientale. Ogni giorno dovevamo percorrere a piedi chilometri di strada in salita con un caldo atroce, cosa non sempre semplice con tutta la troupe. È stato abbastanza faticoso.

Questo film è una coproduzione?

Tutti i film seri in Bosnia sono una coproduzione. Noi siamo un paese povero che ha un budget molto limitato per la produzione cinematografica. Si parla di circa di 1 milione di euro all’anno, che in Europa sarebbe appena sufficiente per un film a basso costo. Dopo questo film che ha avuto un notevole successo, ci sono voluti quattro anni per farne uno nuovo. Alla fine, quando uno ha la necessità di dire qualcosa, trova il modo per farlo. È necessario avere tempo, pazienza e fede in quello che fai.

 

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