(Foto that guy named rob, Flickr)

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L'attuale paralisi politica e istituzionale della Bosnia Erzegovina è alimentata dal suo stesso assetto costituzionale. Il caso della cosiddetta difesa degli interessi nazionali nella Federazione

12/04/2013 -  Almir Terzić Sarajevo

La richiesta sempre più frequente di difendere gli interessi nazionali in Bosnia Erzegovina, e in particolare nella Federazione (FBiH), una delle due entità che compongono il paese, è diventata un meccanismo perfetto per bloccare le istituzioni.

Serbi, croati e bosgnacchi, i cosiddetti tre popoli costitutivi della Bosnia secondo la costituzione stabilita a Dayton, hanno infatti la possibilità di porre il veto su determinate nomine e decisioni assunte a diversi livelli istituzionali, invocando la difesa della propria nazione.

In questo periodo, stiamo assistendo in modo particolare alla progressiva paralisi del Tribunale costituzionale della Federazione, l’unica istituzione competente per rispondere alle numerose istanze presentate in questo senso a livello di questa entità.

Durante la seduta del 21 marzo scorso, il gruppo bosgnacco presso la Camera dei popoli del Parlamento federale ha presentato richiesta di difesa dell’interesse nazionale persino per la nomina di Šahbaz Džihanović a giudice del Tribunale costituzionale.

Così, per il quinto anno consecutivo, l’attività del Consiglio per la protezione dell’interesse nazionale presso il Tribunale costituzionale è completamente bloccata, perché non ci sono abbastanza giudici.

Tribunale costituzionale della Federazione, di blocco in blocco

Il blocco delle nomine dei tre giudici mancanti continua dal 2008. Ad aprire la serie di veti era stata l’ex presidentessa della Federazione, Borjana Krišto, dell'Unione Democratica Croata della Bosnia Erzegovina (HDZ BiH). Nel 2011 aveva continuato sulla stessa linea il vicepresidente federale Svetozar Pudarić, dei socialdemocratici (SDP), poi Živko Budimir finché, nei primi mesi del 2013, è stata scelta una rosa di tre nominativi tra i quali è stato accettato Mladen Srdić, per il popolo serbo, che in questo modo è diventato il quinto giudice del Tribunale costituzionale della FBiH. Nel frattempo però, alla fine del 2012, uno dei giudici, Faris Vehabović, del popolo bosgnacco, è diventato giudice del Tribunale europeo per i diritti umani a Strasburgo.

Ora è stata bloccata la nomina di Džihanović, cui fra l’altro viene contestato il ruolo avuto durante la guerra nella distribuzione delle cittadinanze bosniache mentre era console generale a Monaco. La cosa interessante, tuttavia, è che il gruppo parlamentare del popolo bosgnacco, cioè il Partito di Azione Democratica (SDA), non ha contestato Džihanović mentre era vicepresidente della Federazione durante il mandato 2002-2006 e faceva parte del Partito per la BiH (SBiH), con il quale l’SDA è stato in coalizione e al potere fino alle elezioni politiche del 2010.

Non ha dato fastidio nemmeno dopo, quando nel 2007 su decisione del governo federale è stato nominato come direttore del Centro per l’educazione e la formazione professionale di giudici e procuratori, e nemmeno quando nel 2011 è stato nominato come giudice del Tribunale della Bosnia Erzegovina.

Anche dal 1996 al 2002, cioè nel periodo subito dopo la guerra, ha ricoperto quasi sempre posizioni di grande responsabilità nel governo federale, tra cui quella di vice ministro della Giustizia. Džihanović viene contestato ora, esattamente 20 anni dopo il fatto per cui viene accusato.

I governi governano anche dopo la sfiducia

Forse la risposta va cercata nel fatto che lo stesso gruppo del popolo bosgnacco aveva avanzato un po’ prima, esattamente il 15 febbraio, la richiesta di difesa dell’interesse nazionale contro le dimissioni del governo federale, nonostante entrambe le camere del parlamento avessero votato a maggioranza la sfiducia.

Proprio il Tribunale costituzionale della FBiH, cioè il Consiglio per la difesa dell’interesse nazionale, deve decidere se la richiesta del gruppo del popolo bosgnacco è giustificata oppure no.

Per fare un paragone, il Tribunale costituzionale della Bosnia Erzegovina, con decisione del 24 agosto 2012, aveva ritenuto che la richiesta di sostituire i ministri dell'SDA nel Consiglio dei ministri non danneggiava l’interesse nazionale del popolo bosgnacco.

La richiesta di difesa dell’interesse nazionale del popolo bosgnacco era stata avviata dalla maggioranza del gruppo parlamentare bosgnacco, cioè dai delegati dell'SDA, presso la Camera dei popoli del Parlamento della Bosnia Erzegovina il 16 luglio 2012.

Il tentativo è ora verosimilmente quello di evitare lo stesso scenario quando si tratterà del governo federale, rendendo impossibile il funzionamento del Tribunale costituzionale della Federazione fino alle elezioni di ottobre 2014.

Simili manovre stanno avvenendo nel cantone di Tuzla.

Qui, il 13 marzo, il gruppo del popolo croato, guidato dai socialdemocratici nel parlamento cantonale, ha bloccato la mozione di sfiducia presentata contro il governo del cantone.

Anche questo governo rimarrà incarica, nonostante non abbia più la fiducia del parlamento cantonale, finché non sarà presa una decisione in merito da parte del Consiglio per la difesa dell’interesse nazionale del Tribunale costituzionale della Federazione.

L’OHR, più che altro un osservatore

La costituzione della Federazione, in particolare il suo emendamento XXXVII, definisce l’interesse vitale nazionale dei popoli costitutivi citando questioni quali la tutela dell'identità e settori quali l'educazione, la religione, la lingua, la cultura, le tradizioni e l'eredità culturale.

Recentemente, però, la maggior parte delle richieste, che possono venire attivate dai 2/3 di uno dei gruppi parlamentari dei popoli costitutivi presso la Camera dei popoli, verte su altre questioni.

Lo stallo istituzionale nella Federazione, e nel cantone di Tuzla, continua senza una fine certa. Probabilmente il governo attuale della Federazione, e quello del cantone di Tuzla, per il quale è stata votata la sfiducia, porteranno a termine i loro mandati.

È problematico tuttavia il fatto che la comunità internazionale, in primis l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), non voglia immischiarsi in una situazione che ha portato alla quasi totale paralisi delle attività delle istituzioni della Federazione. Invece di azioni concrete, dall’OHR giungono solo messaggi secondo i quali spetta ai funzionari locali trovare una soluzione.

Se fossero stati in grado l’avrebbero fatto anni addietro. La Federazione è come un malato attaccato ad una macchina, che dovrà aspettare fino all’inizio del 2015 per guarire.

 

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