Bruxelles

Il possibile veto francese all'ottenimento dello status di candidato UE alla Macedonia e la recente proposta di budget del Regno Unito rischiano di bloccare il processo di allargamento ai Balcani Occidentali. Sulla questione si pronuncia l'autorevole think tank ESI: si rischia di chiudere con un lucchetto il ghetto balcanico e buttar via la chiave per 7 anni

15/12/2005 -  Davide Sighele

Bruxelles

Oggi e domani a Bruxelles si riunisce il Consiglio europeo e per la maggior parte dei Paesi sud est Europa le indicazioni che usciranno da quest'incontro saranno essenziali per comprendere meglio di che natura sarà il loro futuro europeo. Sarà caratterizzato da uno stillicidio di ambigue promesse oppure, in tempi ragionevoli, si concretizzerà sempre più?

In quest'incontro dei leader europei si deciderà innanzitutto se la Macedonia diverrà o meno un candidato ufficiale all'ingresso nell'UE.

Le indicazioni della Commissione europea vanno tutte in questa direzione. In un rapporto di quest'ultima reso pubblico nel novembre del 2005 si affermava che a livello politico la Macedonia è oramai una democrazia funzionante con istituzioni stabili che garantiscono lo stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani. Anche per quanto riguarda gli aspetti economici le valutazioni sono positive. Si afferma infatti che sono stati fatti "passi importanti per realizzare un'economia di mercato funzionante". In definitiva la Commissione ritiene che "la Macedonia è sulla buona strada per adempiere ai criteri politici stabiliti per i Paesi che vogliono divenire membri dell'UE".

La sensazione generale è però che nonostante il parere espresso dalla Commissione la Macedonia rischi di rimanere al palo. Se ne sono avute le avvisaglie lo scorso 12 dicembre quando i Ministri degli Esteri UE hanno preso atto della posizione della Commissione ma hanno rimandato la decisione sulla concessione dello status di candidato alla Macedonia al Consiglio europeo.

Paradossalmente tra i maggiori oppositori a quest'ultima opzione vi è la Francia - che ha minacciato di porre il proprio veto - paese tra i più attivi nell'arrivare agli Accordi di Ohrid che posero fine nel 2001 agli scontri in Macedonia e nell'implementare questi ultimi. La Francia ha ad esempio contribuito con il maggior numero di truppe alla forza di interposizione UE dislocata in Macedonia.

La posizione della Francia non è contraria alla Macedonia in sé - notano gli esperti dell'ESI del breve rapporto recentemente pubblicato dal titolo "Il momento della verità" - ma vi sono forti perplessità su tutto il processo di allargamento.

"E' forse questo il momento giusto per proseguire con l'allargamento quando tutti sanno che l'UE non ha risposte alle sfide poste dallo scorso round di allargamento, né dal punto di vista istituzionale né finanziario?". La domanda sarebbe stata posta secondo ESI dal ministro degli esteri francese ai colleghi dietro le quinte del recente vertice dei Ministri degli esteri UE a Bruxelles.

Secondo gli esperti ESI le perplessità francesi sarebbero senza fondamento. Innanzitutto in merito al sostegno economico che andrebbe alla Macedonia in quanto Paese candidato. I finanziamenti UE passerebbero da 45 a 54 milioni di euro. "Un cambiamento minimo per gli standard UE" si nota nel rapporto "inferiore, ad esempio, al contributo che l'UE stanzia all'Ufficio dell'Alto Rappresentante in Bosnia Erzegovina".

Poco credibile per l'ESI anche l'argomentazione che il pubblico europeo leggerebbe la candidatura della Macedonia come l'apertura verso una nuova ondata d'allargamenti poiché "una volta che si è accettato il percorso europeo di Turchia e Romania portare nell'UE il resto dei Balcani, con un totale di circa 20 milioni di abitanti, è un risultato del tutto raggiungibile".

Altro forte ostacolo all'allargamento dell'UE verso i Balcani è rappresentato dalla proposta di budget formulata dalla presidenza di turno della Gran Bretagna. "Anche se nella mente degli estensori della proposta non era certo questo l'obiettivo principale la proposta di budget presentata dal Regno Unito rappresenta una minaccia concreta perché lascerebbe l'UE senza risorse per affrontare un qualsiasi allargamento" ricordano gli esperti di ESI "quest'ultima precluderebbe di fatto qualsiasi rilevante politica di finanziamento pre-accesso a favore dei Balcani occidentali per tutti i sette anni del ciclo del budget".

Se infatti la porposta di budget della Commissione prevedeva per la politica estera un totale di 92,1 miliardi di euro (14,1 destinati ai fondi pre-accesso) quella del Regno Unito li riduce a 50 miliardi di euro. Secondo quanto calcolato dall'ESI Paesi come l'Albania, la Bosnia Erzegovina, la Macedonia e la Serbia Montenegro rischiano come fondi di pre-accesso di ricevere un equivalente di circa 11 euro per capita per ogni cittadino, la metà degli stanziamenti resi disponibili ai Paesi che sino ad ora si sono entrati o stanno e trando nell'UE.

L'ESI è drammaticamente chiaro. L'eventuale veto francese - che sovvertirebbe la regola della meritocrazia in merito al processo di allargamento e lascerebbe fuori la Macedonia per ragioni del tutto estranee ai progressi verificatisi nel Paese - e l'approvazione di un budget non adeguato rischierebbero di "chiudere con un lucchetto il ghetto balcanico e buttar via la chiave per i prossimi sette anni".


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