Giovani a Tirana - Foto di Marjola Rukaj

Giovani a Tirana - Foto di Marjola Rukaj

Il sogno europeo è fortemente radicato nelle nuove generazioni albanesi. I ventenni di Tirana, cresciuti all'ombra della crisi identitaria degli anni '90, ne sono convinti: il futuro dell'Albania è l'Europa. L'Ue è spesso vista come una panacea di tutti i mali, mentre in pochi si interrogano sull'impatto del processo di integrazione

04/11/2010 -  Marjola Rukaj Tirana, Albania

A distanza di vent'anni dalla caduta del regime, l'Europa resta un tema all'ordine del giorno in Albania. E' un concetto che presenta diverse accezioni: va oltre l'Unione europea, oltre l'espressione prettamente geografica, e apre il vaso di Pandora che trova origine nella crisi identitaria degli anni '90 e nel bisogno di un auto-definizione, un bisogno che resta continuamente in bilico tra realtà e manipolazioni politiche di convenienza. Ma con quale biglietto da visita i giovani albanesi intendono bussare alle porte di Bruxelles? E come si definiscono? Europei, europei dell'Est, balcanici o di nazione unica e irripetibile che bussa alle porte di Bruxelles?

Queste domande animano persino i giovani apatici di Tirana. Basta una domanda generica per vederli lasciarsi andare in discorsi lunghi e a più dimensioni, tirando in ballo reminiscenze di storia e geografia fino a perdersi nei soliti aneddoti balcanici farciti di complotti internazionali con grandi potenze malefiche e nemiche e altre benevole e protettrici.

Si trovano a Tirana per studio, per lavoro o per viverci. Provengono da tutta l'Albania. In molti sono cresciuti a Tirana, ma sono nati altrove. A vederli sembrano tutti uguali, tutti vestiti all'ultima moda. Tirana è diventata una passerella, dove uomini "macho" mediterranei e ragazze sexy sfilano per i boulevards fin troppo consapevoli della propria bellezza. I modelli culturali sono quelli del consumismo, approdato nel paese delle aquile soprattutto attraverso le televisioni italiane. I giovani sembrano a loro agio nella generale atmosfera conformistica, e fanno a gara nel dimostrare l'appena raggiunto benessere della classe media e dei nouveaux riches dell'Albania urbana. Mancano quasi del tutto le sub-culture, e le opinioni si assomigliano, a prescindere dalla provenienza geografica, socio-economica, o dal percorso di studio.

Interrogati su questioni quali l'Albania e l'Unione europea, le risposte piovono simili. Seduti attorno ai tavoli nei bar chic di Tirana, i giovani della capitale sembrano usciti da uno dei numerosi talk show che furoreggiano nel paese. Come nei dibattiti televisivi, dell'Europa si parla sempre in maniera acritica, pensando all'Unione europea come il bene assoluto che gli albanesi devono fare di tutto per raggiungere. “Il nostro destino è in Europa” dicono tutti. “Non siamo occidentali, ma siamo sempre stati all'ombra dell'Occidente, siamo più vicini agli italiani che agli altri balcanici”, afferma Henri, 22 anni, studente di giurisprudenza. Vicino a lui una ragazza che porta il velo, si lascia fotografare senza problemi ed esprime le sue opinioni, eurofile quanto quelle dei suoi amici laici ed atei. “Non siamo orientali – afferma – anche se siamo un paese a maggioranza musulmana. Non abbiamo nulla a che vedere con i paesi islamici del Medio Oriente, o con la Turchia”.

Cosa porterà veramente l'Europa all'Albania è la domanda che nessuno si pone. Non lo fanno i giovani, ma del resto nemmeno politici e analisti. “Sviluppo, crescita, miglioramento sotto tutti gli aspetti, meno corruzione, più efficienza” è la risposta standard. Difficile trovare qualcosa di negativo; dalla prospettiva albanese le posizioni euroscettiche sembrano inesistenti. “Qualche svantaggio ci sarà – afferma Arber – di sicuro non piacerà ai nostri politici, che una volta nell'Ue non potranno più fare quello che vogliono, come succede oggi”.

L'integrazione euro

pea dell'Albania però va a rilento, a causa della crisi latente dell'Unione e delle difficoltà di Tirana. La prossima tappa, che in molti, mossi dall'entusiasmo confondono addirittura con l'integrazione europea a pieno titolo, è la liberalizzazione dei visti per i cittadini albanesi. Lo scorso dicembre l'Albania aveva perso il treno, ma, a distanza di un anno, la liberalizzazione è ormai imminente. Anche se, bisogna ammetterlo, la prospettiva dell'apertura ad un paese come l'Albania, in cui un terzo della popolazione è emigrato all'estero, scaturisce non pochi scetticismi a Bruxelles e dintorni.

Ma la prospettiva dell'emigrazione sembra meno allettante che in passato per i giovani albanesi. “Non emigrerei” dice Aldi, laureato in ingegneria a Tirana. “Non penso che un paese occidentale mi possa offrire un futuro migliore di quello che mi può offrire l'Albania. Se dovessi emigrare, molto probabilmente finirei per fare lavori mal pagati e non qualificati. Inutile sprecare anni e anni di studio per così poco”. “Tutta la mia vita è qui, gli amici, il lavoro, i luoghi a cui sono legata. Perché sacrificarli?" commenta Elona, ultimo anno di Psicologia, originaria di Kuçova. “Non emigrerei, ma andrei all'estero solo per un corso di specializzazione, per un master o un dottorato. Poi ritornerei.”

Sembrano europei di una qualunque capitale occidentale, ma molti di loro non sono mai usciti dal paese. Viaggiano poco, e quasi sempre nei paesi balcanici, nelle zone turistiche più gettonate, o al massimo in Turchia. Solo mete agevolate dall'abolizione dei visti e dagli accordi bilaterali ottenuti dalla politica estera di Tirana. L'Europa di Schengen arriva in Albania solo attraverso internet e la televisione. Ma questo non è sufficiente per far uscire dall'isolamento gli albanesi.

Voluta dall'educazione nazionalista nei libri di storia, e perpetuata dall'isolamento burocratico e culturale del paese, la percezione dell'Albania da parte dei giovani rimane uguale a quella delle generazioni cresciute sotto il regime di Hoxha. Il paese balcanico sembra percepito tuttora come una sorta di isola in mezzo all'oceano, senza alcuna somiglianza o rapporto con chi sta attorno. “Siamo europei, ma siamo particolari” è la risposta che accomuna tutti. “Non siamo balcanici. Non abbiamo nulla a che vedere con serbi, greci, o macedoni” si anima Ilir, 24 anni, laurea in Storia. Afferma di non essere mai stato né in Serbia, né in Grecia, ma solo nella parte albanese della Macedonia. Ciononostante, i vicini di casa li immagina molto diversi dai propri connazionali. “Diversi e inconciliabili per storia e cultura” ritiene anche Alba, studentessa ventiduenne di medicina. Poiché, come i libri di storia insegnano, gli albanesi sono i diretti discendenti degli illiri e si trovano oggi immersi in un mare slavo, balcanico e altro da sé. “Non conosco gli altri paesi, ma penso che gli albanesi siano diversi”, alza le spalle Selvija, e la diversità, e la particolarità albanese sembra un postulato anche tra i più tolleranti.

Tirana sembra lanciata verso Bruxelles, e nessuno vede alternative credibili. I giovani passano le giornate vivendo alla balcanica tra un caffè e l'altro, sono affetti dal consumismo e sembrano aver interiorizzato la nuova scala di valori che la globalizzazione ha portato da queste parti. Apatici e apolitici, non hanno alternative da offrire al loro paese. Persino chi ha scelto di entrare in politica è finito per conformarsi ai modelli consolidati e ingombranti dei leader tradizionali, portandosi addosso il pesante passato del paese.

Tra isolamento e complessi di inferiorità, l'unico obiettivo all'orizzonte sembra essere il riscatto economico. E la normalità.


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