Shahin Kadaré

Shahin Kadaré

E' tra i fondatori del Partito Democratico albanese, lasciato poi rapidamente per forti dissidi con l'attuale premier Sali Berisha. Un'intervista a Shahin Kadaré, sulla prima decade della democrazia albanese. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

27/02/2012 -  Nicola Morfini

Shahin Kadaré, medico cardiologo, è uno dei fondatori del Partito Democratico Albanese (PDSH). In disaccordo con l'attuale premier Sali Berisha, leader carismatico ma da molti ritenuto autoritario del movimento democratico, fonda nel 1992 “Alleanza Democratica” assieme ad alcune tra le maggiori figure intellettuali albanesi. La sua esperienza politica ha attraversato la prima decade della democrazia albanese.

Se prendiamo per vero che i regimi a “democrazia popolare”, come solevano chiamarsi, dell’est Europa sono caduti per effetto “domino”, non crede che la chiusura verso l'esterno che contraddistingueva l'Albania abbia causato un crollo per molti aspetti “diverso”?

Senza dubbio la chiusura ermetica imposta al Paese da un’ideologia folle ha comportato dinamiche che costituiscono un unicum nel panorama balcanico. I telegiornali dell’epoca riportavano solo buone notizie e le tragiche vicende dei crolli dei regimi vicini erano liquidati con notizie brevi ed imprecise. Tuttavia c’è da dire che la diffusione di apparecchi televisivi ha permesso alla maggior parte della popolazione di attingere notizie dai telegiornali italiani, greci e jugoslavi.

Di conseguenza il popolo albanese non aveva la percezione della portata storica di quanto stava succedendo ma certo intuiva che qualcosa stava accadendo. Per tornare al suo “effetto domino”. La democrazia albanese è nata grazie alla spinta propulsiva degli studenti e di alcuni professori. I cosiddetti intellettuali, al contrario delle masse disorientate, avevano un’idea più chiara di quanto stava accadendo nel resto dell’area balcanica. Quindi, sì, parlerei esattamente di “effetto domino” con un'unica precisazione: chi aveva, all’epoca, la coscienza per lottare per la democrazia aveva anche coscienza di quello che lei chiama “effetto domino”. Il resto della popolazione era fuori dai giochi. Almeno in un primo momento.

Quale tipo di dissenso aveva preso vita al momento del crollo? Quali le categorie coinvolte?

Come le dicevo i primi a lottare per la democrazia furono gli studenti e alcuni coraggiosi professori. I gruppi di dissidenti non possono nemmeno essere chiamati tali: ci si incontrava per strada o nei bar, facendo attenzione a chi ascoltava la conversazione, ma senza nemmeno troppa paura perché sapevamo che era solo questione di tempo e poi tutto sarebbe crollato sotto il suo peso.

Il giornale del partito (“Zeri i Popullit”, in italiano “la Voce del Popolo”, nda) era, ovviamente, estraneo a ogni tipo di critica o analisi seria; tuttavia il giornale della gioventù comunista (“Zeri i Rinise”, in italiano “la Voce della Gioventù”, nda) godeva di una maggiore libertà, o per meglio dire, il regime aveva perso il controllo dell’organo di stampa della propria sezione giovanile. Come le dicevo tutti sentivamo che qualcosa stava cambiando.

C’era una differenziazione su base territoriale? Qual era il luogo del dissenso?

Il dissenso è nato a Tirana. Più precisamente nell’università della capitale. Anzi, ancora più precisamente nelle piazzette e nelle viuzze del convitto universitario. Come le dicevo tutto è nato in modo molto spontaneo.

La maggiore divisione interna su base territoriale è quella che intercorre tra campagna e città. Ma anche questo era solo questione di tempo: non c’era il modo di far arrivare in campagna le notizie di quello che stava succedendo.

Come si concretizzò la reazione del regime?

Ramiz Alia [allora presidente della Repubblica, ndr.] non era uno stupido. Sapeva anche lui, come tutti noi, che non c’era più nulla da fare. Un bagno di sangue era del tutto inutile e cercò di gestire la situazione tentando di evitare lo scontro. Centomila studenti in piazza in un Paese di appena due milioni di abitanti sono una forza che lascia il segno nella storia. Inoltre se vogliamo essere cinici sarebbe stato folle sparare sulla folla poiché quei ragazzi venivano dalla campagna, una zona ancora non raggiunta dallo scontro. Per ogni morto si sarebbe sollevato un villaggio. E questo, certo, il regime non lo voleva.

Come si presentava il Partito socialista al suo interno? Ricordiamo che la mutazione del Partito del Lavoro non fu affatto indolore ed al suo interno coesistevano forze progressiste e spinte conservatrici...

Il partito socialista era diviso, come lei ricorda, in due parti: alcuni volevano un passaggio graduale verso forme di democrazia sostanziale, mentre altri volevano conservare il regime. Questi ultimi erano pochi e isolati. Solo alcune parti del Sigurimi; ma la loro forza non faceva temere in alcun modo un colpo di mano. Inoltre nel nuovo Partito Socialista, nato dalle ceneri del vecchio partito unico, si andavano già delineando figure carismatiche quali Fatos Nano, da molti visto come il Gorbaciov albanese.

Lei concorda con questa definizione?

Il governo di Fatos Nano, negli ultimi anni novanta è stato senza dubbio il più corrotto della storia albanese dal dopoguerra a oggi. Tuttavia c’è da riconoscere che nei primi anni di democrazia Fatos Nano è stato più “democratico” di altri leader che formalmente si richiamavano a ideali liberali.

Immagino si riferisca a Berisha...

Esattamente.

Berisha è stato ed è il leader storico del Partito Democratico. Da molti è stato accusato di essere un uomo arrogante e autoritario. Qual è la sua opinione a riguardo?

Le spiego partendo da lontano. Nel Partito Democratico c’erano due divisioni sostanziali: una di carattere ideologico e una di carattere personale. La prima riguarda i tempi e i modi dello scontro, ossia c’era chi premeva per uno scontro frontale e chi invece era convinto, come me, che l’unico modo per garantire un processo democratico era evitare inutili spargimenti di sangue.

L’altra invece riguardava lo scontro tra le personalità del partito. Da una parte c’erano Pashko, Ceka, me ed altri, mentre dall’altra c’era Berisha, solo ma non isolato, circondato dai suoi delfini.

Non c’era nulla di ideologico o culturale in questa frazione interna, solo la volontà di un leader di non avere rivali. Evidentemente il suo trascorso comunista deve aver influenzato Berisha in modo pesante.

Come ha appena detto: “Solo ma non isolato”. Berisha godeva dell’appoggio dei suoi delfini ma anche del governo americano. L’ambasciatore statunitense Ryerson compariva spesso in pubblico con Berisha e i contatti tra i due erano frequenti. Quanto crede abbia influito la mano forte americana nella creazione del personaggio “Berisha”?

Ryerson, come anche Chris Hill, hanno giocato un ruolo chiave nei primi anni della democrazia rafforzando il potere personale del leader del principale partito di opposizione. La volontà degli americani fu fin da subito chiara: volevano abbattere il comunismo ad ogni costo. Tuttavia la mia considerazione a riguardo è questa: se c’è già una forza popolare più che sufficiente, perché calcare la mano? Non ce n’era bisogno. Certo non possiamo addossare la colpa dello strapotere di Berisha a due tecnici americani ma certo, la volontà di creare un “uomo forte” c’è stata e ancora adesso ne paghiamo le conseguenze.

Arriviamo alla vostra scissione. Nel 1992 una buona parte degli intellettuali del Partito Democratico avverte che qualcosa sta degenerando ed esce dal partito sbattendo la porta...

A dir il vero non è andata proprio così. Certo molti sono usciti dal partito con convinzione e una certa dose di rabbia nei confronti di un sogno infranto. Tuttavia bisogna dire che Berisha ha operato vere e proprie “purghe” per disfarsi di elementi ingombranti nella sua gestione monocratica del partito e del governo.

Al momento non avvertimmo la gravità di quanto stava avvenendo: appena usciti dal partito io, Gramoz Pashko, Neritan Ceka, e Arben Imami ci guardammo attorno e capimmo di essere gli stessi che avevano fondato il Partito Democratico poco tempo prima. Decidemmo di dar vita ad una nuova formazione politica, ”Alleanza Democratica”. Non ci rendemmo affatto conto che ormai le forze in campo si erano ben delineate e non c’era posto per un piccolo partito di intellettuali come il nostro.

Veniamo ora al ruolo dei servizi segreti. Quale rilevanza ebbe il Sigurimi all’inizio degli anni ’90?

Poco prima le ho detto come l’aggregazione di dissidenti avvenisse nei caffè, nelle strade, nelle piazze. Evidentemente il ruolo del temutissimo servizio segreto comunista era quasi azzerato. Tuttavia ci sono stati episodi rilevanti in cui l’iniziativa dei servizi è stata tutt’altro che trascurabile. Mi riferisco all’esodo di clandestini che in più ondate hanno lasciato il porto di Durazzo per raggiungere l’Italia.

Sebbene non sia mai stato accertato, è evidente che i servizi, sebbene sul viale del tramonto, abbiano avuto l’ingegno di usufruire di una “valvola di sfogo”. Il popolo di disperati che tentavano di raggiungere l’altra sponda dell’adriatico costituiva un grosso bacino elettorale per le forze democratiche. Lasciare uscire dal Paese migliaia di potenziali dissidenti voleva dire anche liberarsi di voti certi al Partito Democratico.  

Il Sigurimi, dopo la caduta del regime, cambia nome e diventa lo SHIK. Il cambiamento è stato sostanziale?

Certamente non possiamo paragonare il servizio segreto di uno Stato sanguinario come quello che l’Albania ha dovuto subire sotto il regime comunista ai servizi di una, seppur fragile, democrazia.

Non posso tuttavia tacere l’uso strumentale che Berisha ha fatto dei servizi. Le basti pensare questo: se non avevamo alcun timore del Sigurimi quando facevamo crollare il regime, negli anni 1996-1997, c’era il serio terrore di essere arrestati durante manifestazioni di protesta, di essere rinchiusi in carcere senza alcun capo di imputazione o, nel peggiore dei casi, di rimanere per ore chiusi in una centrale di polizia.

Anche io sono stato prelevato e portato in questura ma per radio è arrivato l’ordine di “non toccare il fratello di Kadaré”. Nei corridoi tuonavano le urla di amici, colleghi e persone sconosciute che non hanno avuto la mia stessa sorte.

Sono stati individuati dei responsabili di queste violenze?

Certo il capo dello SHIK all’epoca, Bashkim Gazidete, era ed è uno dei maggiori responsabili. Anche il capo della polizia Agim Shehu ha giocato un ruolo fondamentale. Tuttavia la verità è che come nelle migliori tradizioni dei regimi monocratici il servizio segreto di Stato è stato asservito al capo del governo. Insomma l’identificazione tra partito, Stato e leader si è perpetrata anche dopo la fine del regime.

Sebbene il regime democratico abbia tentato in ogni modo un passaggio graduale e indolore verso la democrazia, hanno avuto luogo dei processi con condanne severissime contro i maggiori esponenti del vecchio Partito del Lavoro e persino contro il giovane Fatos Nano...

I processi furono fatti male e furono pretestuosi. Da noi in Albania sono stati ribattezzati i “processi del caffè”, per rendere l’idea della vacuità delle accuse. La moglie, nonché braccio destro, di Enver Hoxha è stata accusata, dopo decenni di crimini gravissimi contro l’umanità, di una semplice corruzione di poche migliaia di euro attuali. È ridicolo.

Si è persa la possibilità di far percepire al popolo la profondità del crimine che era stato commesso e reiterato per anni. Lo stesso dicasi per il processo a Ramiz Alia. Per quanto riguarda Fatos Nano il discorso è ben diverso: se nei casi appena citati si trattava di “persecuzione del passato”, nei confronti di Nano è stata orchestrata una “persecuzione politica”. Berisha non ha mai amato gli avversari né nel suo stesso partito, né tanto meno nello schieramento avversario.

Quindi la democrazia albanese si è macchiata di tanti e tali errori da pregiudicare la propria credibilità? Concorda con la tesi di Rando Devole, il quale afferma che al momento del tracollo delle piramidi finanziarie, gli albanesi tendevano a credere più ai truffatori che al governo?

Ha perfettamente centrato il problema. Per darle l’idea della situazione all’epoca: la gente credeva che se lo Stato avesse lasciato in pace le piramidi i soldi sarebbero prima o poi arrivati. Berisha e il PDSH hanno perso buona parte della propria credibilità in quel periodo, tanto che molti di noi credevano che non si sarebbe più ripreso. Le elezioni politiche successive ai disastri della non-guerra civile portano al governo i socialisti di Fatos Nano. Il governo più corrotto della storia albanese dal dopoguerra ad oggi. Come può vedere, di male in peggio.

Il problema al momento attuale è proprio la mancanza di fiducia della gente verso le istituzioni, non solo verso la politica. Le faccio un esempio: se ritardo il pagamento di una bolletta sarò costretto a pagare una mora. Questo è giusto perché sono venuto meno a un impegno da contratto. Mentre se lo Stato taglia l’acqua e la luce a un'ora imprecisata, comportando disagi enormi alle famiglie ed alle imprese? Anche in questo caso avviene una violazione del contratto ma il cittadino non ha voce in capitolo; non ha forza contrattuale. Siamo davanti ad un abuso continuo, ed il popolo lo percepisce; il risultato è che si sente schiacciato dall’arroganza della burocrazia.

A quanto vedo il problema democratico albanese consiste nella mancanza di coscienza della differenza tra diritti e privilegi...

Un popolo che non ne riconosca la differenza non ha prospettive democratiche. Non è il nostro caso.

Crede che gli organismi internazionali o le ONG possano corroborare la flebile coscienza democratica del popolo albanese? Quanto pesano sullo sviluppo democratico?

Gli organi internazionali di controllo si sono spesso dimostrati troppo generici. Gli interventi erano basati su dichiarazioni di principio, più che sulla conoscenza puntuale dei problemi del nostro Paese.

Quale sarebbe la sua cura per il malato Albania?

La sola cura possibile è lo scendere in piazza. Solo scendere in piazza e protestare per i nostri diritti. Il popolo albanese sacrifica tutto per la famiglia, per i legami familiari, per la nazione, ma non per i diritti. Quando prenderemo coscienza di questo, il salto di qualità verso l’Europa sarà compiuto.

(Traduzione dall’albanese dell’intervistatore)


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