Francesco Gradari, che opera in Kosovo per la Caritas italiana, interviene nel dibattito su sicurezza e minoranze, ruolo delle organizzazioni non governative internazionali e locali e futuro della regione

05/07/2006 -  Davide Sighele

Jessen Petersen ha recentemente insistito sul fatto che la situazione della sicurezza per le minoranze in Kosovo è molto migliorata, concordi con questa affermazione?

Sicuramente sono stati fatti dei passi in avanti, ma il clima generale, soprattutto per quanto riguarda la comunità serba, non può essere definito ancora "sicuro". Il basso tasso di rientri registrato in questi anni ne è la conferma più evidente. La gente ancora non si fida soprattutto perché molti miglioramenti, scritti sulla carta, trovano difficile applicazione nella realtà.

Vi è secondo te in questo momento libertà di movimento per le minoranze?

Occorre distinguere: non tutte le comunità godono delle stesse libertà. Dipende dalla parte del Kosovo in cui ci si trova, dal coinvolgimento e dalla posizione tenuta dalla comunità negli eventi bellici. Ad esempio un turco può muoversi liberamente a Prizren, ma non un bosniaco; un serbo può girare a Viti/Vitina, ma non a Ferizaj/Urosevac e le due città distano solo 20 km...

In generale, comunque, la risposta è no. E questo è dovuto soprattutto alla mancanza di libertà di movimento per i serbi. Un serbo che esce dalla propria comunità o ha determinate garanzie, del tipo è accompagnato da internazionali o conosciuto dai non-serbi, oppure rischia. Ecco perché ad esempio, un serbo di Gracanica se deve fare grandi acquisti va nella parte nord di Mitrovice/Kosovska Mitrovica o a Vranje in Serbia invece di andare a Pristine/Pristina che dista solo 5 minuti in macchina...

A questo proposito il Kosovo di questi giorni è lo stesso di quello di due anni fa?

Sono in Kosovo solo da un anno, pertanto la mia percezione non può che essere parziale. Ma direi che la differenza tra il Kosovo di oggi e quello di due anni fa riguardo la libertà di movimento delle minoranze potrebbe essere così sintetizzata: due anni fa un serbo che montava su un treno o un autobus dell'ONU scortato dalla KFOR per raggiungere un'altra enclave serba attraversando un "territorio albanese" aveva un buon 40% di possibilità che il convoglio fosse preso a sassate. Oggi quella percentuale è scesa al di sotto del 10 %... ma quel serbo ha sempre bisogno di un autobus dell'ONU e non può muoversi con mezzi privati...

Mi porteresti alcuni esempi positivi di dialogo tra le diverse comunità in Kosovo dell'area dove hai operato con Caritas Italiana?

L'esempio più calzante che mi viene in mente riguarda la regione di Gjilan/Gnjilane, ovvero la parte orientale del Kosovo che comprende le municipalità di Gjilan/Gnjilane, Kamenice/Kamenica, Novo Berde/Novo Brdo e Viti/Vitina dove risiedono ancora tutte o quasi le diverse comunità presenti in Kosovo. Qui al tempo del conflitto gli scontri armati e i soprusi hanno avuto un'intensità minore rispetto al resto del Kosovo. Alcuni serbi hanno deciso di restare, anche dopo gli avvenimenti del Marzo 2004 e spesso senza protezione della KFOR. Esiste una buona libertà di movimento per le minoranze se comparata con il resto del territorio. Nella municipalità di Novo Berde/Novo Brdo, Caritas Italiana sostiene "Radio Youth Voice" (Voce dei Giovani), un'emittente radiofonica locale nata nel 2005 e composta da uno staff misto serbo-albanese. I giovani dipendenti della radio, tutti al di sotto dei 30 anni, trasmettono musica serba, albanese e rom, conducono notiziari e programmi in entrambe le lingue, sensibilizzano la loro comunità sui temi della pace e della riconciliazione. Proprio il mese scorso hanno lanciato un nuovo programma per insegnare la lingua serba ai giovani albanesi e quella albanese ai giovani serbi attraverso giochi, quiz, piccole nozioni di grammatica. Il tutto per dare ai giovani una possibilità concreta di "dialogare" perché sono in pochissimi quelli che conoscono la lingua dell' "altro".

Quale il ruolo delle ONG e associazioni locali ed internazionali in merito al raggiungimento di un Kosovo multietnico?

Questo è, a mio avviso, un punto di estrema importanza. In Kosovo dal 1999 in poi si è avuta una presenza massiccia di organizzazioni non governative (ONG) e associazioni straniere. Sicuramente tante cose buone sono state fatte, ma la loro azione è stata caratterizzata da due tendenze negative. La prima riguarda la mancanza di coordinamento. In una regione piccola come il Kosovo, tutti o quasi i principali protagonisti del mondo "umanitario" si sono ritrovati a svolgere i loro programmi nell'assenza, almeno iniziale, di coordinamento. Questo ha portato a duplicazioni, sovrapposizioni, disparità di trattamento dei beneficiari che ha ridotto i benefici del loro intervento. La seconda riguarda i settori prioritari d'intervento. Molto spesso queste organizzazioni sono venute con i "loro" programmi che non necessariamente coincidevano con i bisogni prioritari presenti sul campo e che possono essere sintetizzati in: 1) ricostruzione, 2) riconciliazione, 3) sviluppo economico.

Tanto lavoro fatto, cioè, ma escluso il punto 1, modestissimi i risultati ottenuti. Così, ora che l'emergenza è finita (e con essa i fondi) e nuovi scenari d'intervento (Asia, Medio-oriente) si sono aperti, molte organizzazioni internazionali si sono ritirate o sono in procinto di farlo. Ma tanto resta ancora da fare perché le comunità presenti in Kosovo sono ancora molto distanti tra loro e a dispetto di una riduzione dei finanziamenti esterni la situazione economica non accenna a migliorare.

E' in questo contesto che va inserita la scarsità di iniziative locali di riconciliazione. Mancano, cioè, azioni spontanee, autonome proposte da associazioni e organizzazioni locali a favore di un riavvicinamento tra le comunità. E quando ci sono, sono più il frutto di pressioni esterne che di una reale volontà di cambiamento. Manca un processo di appropriazione dal basso della necessità di un Kosovo per tutti. E tutto questo è abbastanza evidente se si pensa al fatto che queste realtà locali sono spesso il frutto del lavoro di ONG straniere che al termine del loro lavoro hanno voluto dar vita a delle loro "succursali" kosovare. Queste ultime hanno inevitabilmente ripreso pregi e difetti del modo di agire dei loro partner. Così, come spesso le ONG internazionali hanno agito nel loro interesse più che in quello della gente del Kosovo, oggi anche queste "succursali" agiscono per sopravvivere, per tirare avanti, per trovare altri finanziamenti più che per creare un Kosovo per tutti.

A 7 anni dai bombardamenti NATO, manca ancora un forte, diffuso e strutturato movimento civile, che parta cioè dalla base, in favore di una convivenza pacifica tra le comunità. Uno dei movimenti albanesi più attivi, e che raccoglie un discreto successo tra i giovani, è quello guidato da Albin Kurti, il quale dopo aver imbrattato i muri di tutto il Kosovo con la scritta "Jo negociata, vetevendosje" (no negoziati, autodeterminazione), ha recentemente lanciato una nuova campagna mirante al boicottaggio dei prodotti provenienti dalla Serbia. Credo che questo sia un esempio perfetto di come oggi in Kosovo la società si opponga, dica no invece di proporre e studiare alternative valide e accettabili per tutti. A cosa serve boicottare prodotti serbi quando è sotto gli occhi di tutti che il Kosovo non produce nulla? Invece di stimolare una collaborazione che parta da ragioni e problemi concreti come possono essere quelli economici, le forze sociali optano per la divisione. E in questo il Kosovo di oggi è agli antipodi del sistema europeo che proprio per questo è ancor più necessario.

Quale il ruolo di UNMIK nel favorire un Kosovo multietnico? Perché affermi che osa ben poco?

Attenzione, non voglio assolutamente dire che UNMIK non stia lavorando in favore di un Kosovo multietnico e che stia commettendo solo errori. Dico solo che oramai la sua credibilità e il suo margine di manovra sono alquanto ristretti. L'aver alimentato il sogno indipendentista albanese ha fatto sì che sia i politici che la gente comune di questa comunità diano per scontata la creazione di un'entità statale separata da Belgrado. L'apertura dei negoziati di Vienna ha significato per loro l'avvio del countdown verso il giorno dell'indipendenza... e non sono disposti ad aspettare tanto per vedere il loro sogno diventare realtà.

Dall'altro lato, la presenza stessa di UNMIK è paradossalmente una garanzia per la comunità serba. Finché c'è UNMIK, non c'è separazione da Belgrado. La presenza dell'ONU è funzionale quindi al raggiungimento degli obiettivi di questa comunità, la quale non ha alcun interesse a produrre un miglioramento della situazione. E così le parti non si parlano e quando lo fanno, urlano e non concludono niente, come dimostrano i primi round di negoziati di Vienna. E questo avviene perché un po' come in Bosnia non sono state abituate a farlo, c'è qualcuno che lo fa per loro... e la palla ripassa alla comunità internazionale...

Quanto la percezione di insicurezza che la minoranza serba ha è legata all'atteggiamento di Belgrado nei suoi confronti e quanto invece ad una situazione delicata sul campo?

Credo che dipenda da entrambi i fattori. Da un lato, è vero, non è affatto facile vivere in quelle condizioni. E non lo è soprattutto per i giovani, perché non è possibile programmare minimamente il futuro. Nonostante la calma apparente che regna dal 2004 in poi, tutti i serbi del Kosovo sanno che basta un niente per far sì che debbano fare le valigie in direzione Serbia. Ma il loro senso di insicurezza è dato anche dall'atteggiamento di Belgrado riguardo al Kosovo. La coesione del popolo serbo riguardo la questione kosovara non è più quella di 15 anni fa. I serbi del Kosovo sanno di essere alquanto "soli" nella loro battaglia. I politici di Belgrado si interessano del Kosovo solo per ragioni strategiche, mentre la gente comune pensa che quella terra sia già stata persa dalla Serbia negli anni novanta e non è più disposta a soffrire e combattere per dei serbi da loro stessi considerati di "serie b". Il pensiero della gente va al limite al Patriarcato di Pec e ai monasteri di Decani e Gracanica che verrebbero a trovarsi in terra nemica in caso di indipendenza della Provincia, e non alle case dei serbi kosovari.

Quale a tuo avviso il destino della minoranza serba nel caso di un Kosovo indipendente?

Credo che qualunque essa sia, una decisione finale sarà meglio della situazione attuale per le minoranze. Il dramma del Kosovo è, infatti, proprio questo: la mancanza di uno status definitivo. Il Kosovo non è la Bosnia. A Dayton, per quanto criticabile e imperfetta, una decisione è stata presa. In Kosovo regna invece l'ambiguità... e nell'ambiguità vige la legge del più forte, la quale non è il sistema più adatto per la tutela delle minoranze. Una decisione finale, per quanto diluita nel tempo, avrà il merito di porre regole e distribuire responsabilità. Sulla base di queste, spetterà poi ai serbi scegliere se e come vivere in un Kosovo indipendente.


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