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Alla scoperta degli ultimi 'schiavuni'

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Alla scoperta degli ultimi 'schiavuni'

Scritte bilingue - di Francesco Martino

In Molise resiste una piccola comunità di un'antica minoranza croata. Tre paesi isolati in bilico tra indifferenza e rivendicazione dell'identità culturale, tra difficoltà economiche, abbandono delle istituzioni e sguardi all'altra sponda dell'Adriatico

Sono rimasti in pochi, duemila anime appena. Da molto tempo ne hanno pronosticato la scomparsa, troppo isolamento, emigrazione fortissima, lenta assimilazione culturale. Eppure resistono ancora, e le tante difficoltà non sono riuscite a cancellare il loro secolare patrimonio linguistico e culturale, almeno fino ad ora.

Provincia di Campobasso, entroterra di Termoli, tra i fiumi Trigno e Biferno. E' qui, non lontano dall'Adriatico, nei paesi di Acquaviva Collecroce (Kruč), San Felice del Molise (Filić) e Montemitro (Mundimitar) che vive la comunità dei croati molisani, probabilmente la più piccola minoranza linguistica d'Italia.

Giunti intorno al XV-XVI secolo "iz d'one bane mora"  (dall'altra parte del mare) per sfuggire all'avanzata ottomana nei Balcani, gli "schiavuni" , come furono ribattezzati dalle popolazioni locali, trovarono rifugio sull'altra sponda dell'Adriatico, in terre in gran parte spopolate dopo il terribile terremoto del 1456 e un'epidemia di peste.

A testimoniare queste migrazioni rimangono i nomi di molti paesi della zona, come San Giacomo degli Schiavoni o Schiavi d'Abruzzo, che hanno perso però col passare dei secoli la lingua e con questa anche la consapevolezza della propria identità.

Identità che invece si è conservata, sfidando i secoli e in fondo proprio grazie al forte isolamento, nei tre paesi in cui oggi si parla ancora il "na-našu" , antico dialetto slavo originario dell'entroterra dalmata.

Nel 1996, con l'accordo bilaterale tra Italia e Croazia sulla protezione delle minoranze linguistiche, è arrivato finalmente il riconoscimento ufficiale della minoranza croata, ribadito un anno dopo da una legge di salvaguardia della regione Molise.

Oggi a dieci anni di distanza, i croati del Molise rimangono una minoranza in bilico tra passato e futuro, con un presente incerto e molte domande ancora senza risposta.

San Felice del Molise (Filić)

Un cartello avverte, "strada priva di barriere e segnaletica". E' la strada, tortuosa e malandata, che dalla valle del Trigno porta fino a San Felice del Molise, tra macchie di ginestra e piccoli uliveti scuri.

Fino al 1929 il paese si chiamava San Felice Slavo, poi Mussolini decise che il nome non andava, non era abbastanza nazionale, e fu ribattezzata San Felice Littorio, nome che gli restò appiccicato fino alla fine della guerra.

consolato croato

Il consolato croato a Montemitro - di Francesco Martino

Oggi ci vivono circa ottocento persone, ed è il centro in cui la tradizione linguistica e culturale croata è più a rischio. Nelle strade del paese, piccolo, disteso sul crinale di una collina argillosa, silenzioso, e oggi immerso nella luce intensa di una fredda giornata di febbraio, si sente parlare quasi soltanto in italiano, anzi in dialetto molisano-abruzzese. L'unico segno visibile della sua diversità è all'ingresso del paese, dove la scritta "Dobro došli u Filić"  campeggia sotto il benvenuto in italiano.

"Nella prima metà degli anni '90 non era facile lavorare sull'identità e avere rapporti con la Croazia", ci racconta nel bar del paese, Luigi Zara, ex poliziotto ed ex sindaco di San Felice, "e in quel periodo la Digos è venuta a fare parecchie chiacchierate con noi. Conseguenze nessuna, ma chi si esponeva su questo tema veniva visto con qualche sospetto".

"Quando nel '96 fu firmato l'accordo, a Zagabria, fummo invitati tutti e tre, io e i colleghi di Acquaviva e Montemitro" continua Zara. "Le autorità croate hanno sempre insistito perché fossimo presenti, anche se poi, col tempo, ci siamo accorti di essere stati in fondo soltanto merce di scambio nelle trattative tra Italia e Croazia sulla minoranza italiana in Istria e Dalmazia".

Nelle sue parole il riconoscimento dello status di minoranza sembra essere stato un'opportunità sfruttata male."Ci chiamavano all'ultimo momento, dall'alto, dicendo: ci sono soldi da spendere, ma non c'era nessuna possibilità di programmare, ed ora questi fondi non ci sono più".

Il problema principale però è che "qui la gente non si rende conto dell'importanza del suo patrimonio culturale. Da due anni abbiamo creato un'associazione culturale, ma i soci non sono attivi, e le iniziative, purtroppo, sono poche".

Questa impressione ci viene confermata in comune da Rosida Norelli, attuale sindaco e insegnante di "na-našu" nelle scuole materna ed elementare del paese. Anche se in teoria si potrebbe utilizzare anche l'antico dialetto slavo, le ordinanze e le circolari appese ai muri del piccolo edificio sono tutte in italiano.

"Interessare i bambini non è facile quando la lingua non viene parlata a casa, e in paese ormai le famiglie che lo fanno si contano sulle dita di una mano. Insegno il "na-našu" per un'ora a settimana per classe, a cui si aggiunge un'ora di croato moderno. E' poco, troppo poco per avere dei risultati", ci dice il sindaco-insegnante. E aggiunge "sembra che l'unico vero interesse dei genitori a questo insegnamento sia strumentale, tenere aperta la scuola, visto che ormai abbiamo in tutto una quarantina di alunni".

Le attività culturali al momento si limitano ad un presepe vivente con le scritte trilingue ed al gemellaggio con il comune di Omiš, in Dalmazia, che per il momento non ha portato a risultati concreti. Con voce rassegnata, il sindaco conclude, "devo ammettere che c'è più interesse in Croazia che da noi".

Acquaviva Collecroce (Kruč)

In questo viaggio nel Molise, regione marginale e quasi dimenticata, percorrere la strada provinciale che da San Felice porta ad Acquaviva Collecroce richiama alla mente altre zone periferiche e poco conosciute dall'altra sponda dell'Adriatico. Smottamenti, buche, interminabili curve e dossi, rendono i due paesi molto più lontani degli undici chilometri segnati sulla carta, mentre incrociamo in più punti l'antico tratturo, ora abbandonato, che collegava il mare alle montagne, percorso secolare di greggi e pastori nel corso ciclico delle transumanze.

Cippo chilometrico - di Francesco Martino

Cippo chilometrico - di Francesco Martino

"Negli ultimi dieci anni siamo stati letteralmente abbandonati dalle istituzioni" lamenta Enrico Fagnani, classe '39, sindaco di Acquaviva dal 2004, "basta vedere, appunto, lo stato disastroso delle vie di comunicazione".

Una targa sulle mura del municipio ricorda Nicola Neri, originario di Acquaviva e commissario della repubblica partenopea, impiccato nel 1799, vero precursore che già nel XVIII secolo esortava i suoi compaesani "Nemojte zabit naš lipi jezik"  (Non dimenticate la nostra bella lingua!).

Anche Fagnani parla di un riconoscimento soltanto formale dello status di minoranza. "Lo stato non ci dà neanche un soldo, la regione Molise ha stanziato un contributo di quattromila euro l'anno. Cosa ci possiamo inventare con fondi così risicati?"

Anche sui soldi stanziati però, dubbi e qualche polemica, come quella che riguarda il master "For- Informa", sul tema delle minoranze, finanziato dallo stato e proposto per due anni dall'Università del Molise. Il master, che prevedeva settanta posti, di cui trenta riservati alla comunità croata, sarebbe costato 800mila euro, producendo risultati che a molti non sembrano proporzionati ai soldi spesi.

Rispetto a San Felice, comunque, ad Acquaviva l'attaccamento alla tradizione linguistica è più vivo, come testimoniano le numerose scritte bilingui che si trovano in paese. "Quella però non la fotografate, è sbagliata", ci fa con un sorriso sornione Pasqualino Sabella, appassionato della propria lingua e autore di un bel dizionario illustrato "na-našu-italiano-croato" per bambini.

In paese, racconta ancora Sabella, laureato all'Università di Zagabria, il na-našu si parla ancora in molte famiglie, e fino al '96 il parroco era un croato, originario di Spalato.

Quando arriviamo al bar, un anziano dal volto rubizzo, ci saluta tendendoci la mano. "Dobar dan, kaka gre?"  (Buongiorno, come va?). Entriamo, e da un gruppo intento a giocare a carte, finalmente, sentiamo davvero il croato molisano, groviglio inestricabile e affascinante di due culture che si affacciano sull'Adriatico.

Quando parliamo di economia, però, gli accenti si fanno cupi. "In paese non c'è nessuna attività produttiva". Il racconto procede con la cadenza lenta dei paesani, davanti ad un bicchiere di vino."Qualcuno lavora sul litorale, ma in paese siamo quasi tutti anziani. Sono emigrati in tanti, in Argentina, in Australia, in Venezuela, e il paese, che negli anni '50 faceva più di duemila abitanti, oggi ne fa a malapena ottocento. Una volta c'era l'agricoltura, ma oggi è diverso. Prima chi aveva trenta ettari era un possidente, oggi, con cento, si fa la fame".

Montemitro (Mundimitar)

Cinquecento abitanti, piccole case di pietra aggrappate ad un ripido colle, la strada che scende a picco sul Trigno, che scorre lento nel suo corso sassoso, molti metri più in basso. Montemitro è il più piccolo dei paesi croati del Molise, ma anche quello che sembra avere più energie per trasformare in un'opportunità il riconoscimento della propria identità linguistica e culturale.

Non che i problemi non manchino; anche qui l'emigrazione, che è stata forte soprattutto negli anni '60, ha spopolato il paese, come racconta il signor Nicola, tornato a vivere a Montemitro dopo ventotto anni passati a lavorare in una zincheria di Stoccarda.

"Un compaesano, che era stato prigioniero in Germania ha aperto la strada, poi lì siamo andati in tanti, quasi tutti lontano dalla famiglia. Il lavoro era duro, si respiravano gli acidi, ma qui non c'era niente da fare. Io sono tornato, ma in tanti sono rimasti lì, si sono sposati, si sono rifatti una vita".

A Montemitro, però, il dialetto croato (che qui si chiama na-našo) è vivo, e dal 2004 il paese è il centro abitato più piccolo a potersi fregiare di un consolato onorario, quello della Repubblica di Croazia.

Il console, Antonio Sammartino, ci accoglie nella sua bella casa di pietra squadrata, sede del consolato. Racconta di un'infanzia in cui i bambini del paese imparavano l'italiano soltanto a scuola, visto che a casa tutti parlavano soltanto in dialetto slavo.

A Montemitro, oggi, le autorità croate sono di casa, ci dice, e questo è importante perché stiamo tentando di creare e consolidare legami economici con l'altra sponda dell'Adriatico. Anche le attività culturali a Montemitro sono frequenti e negli ultimi anni ci sono state numerose pubblicazioni, tra cui un dizionario dell'idioma di Montemitro e un ricettario in cui sono state messe nero su bianco le antiche ricette del paese.

Nel consolato incontriamo anche Vesna Ljubić, insegnante di croato moderno, stipendiata dal governo croato, che ha voluto così mostrare la volontà di supportare la comunità molisana non soltanto a parole.

"I bambini hanno una bella pronuncia, senza accento" ci dice la Ljubić, "ma un'ora a settimana non è sufficiente e per integrare ogni venerdì facciamo proiezioni di film e giochi in croato".

Prima di andarcene chiediamo al console quale sarà il destino dei croati del Molise. "Non è facile fare un pronostico", ci risponde mentre fuori scende la sera. "Negli ultimi trent'anni, linguisticamente, sono stati fatti più danni che in tutti i secoli precedenti, a causa dell'emigrazione e della televisione. C'è da dire però che siamo una comunità molto attaccata alle proprie radici. A inizio '900, il grande studioso Milan Rešetar, dopo aver visitato i nostri paesi pronosticò che la nostra lingua sarebbe scomparsa nel giro di una generazione. Per adesso, come vedete, i fatti l'hanno smentito".

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