Bosnia, Daniele Dainelli

Uno sguardo sul presente e sul futuro dei cosiddetti Balcani Occidentali. Una tesi di laurea in giornalismo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

26/03/2014 -  Francesco Salvoro

“Dove finisce la logica inizia la Bosnia Erzegovina”, Vedran Jusufbegović, accompagnatore turistico di Sarajevo, si affida a una citazione del premio Nobel Ivo Andrić per raccontare con trasporto il suo Paese.

Aforisma suggestivo e preludio forse valido per raccontare tutti i Balcani Occidentali, intesi in questo contesto come le sette repubbliche sorte dalle ceneri della Jugoslavia unita. Un territorio geostrategico di assoluta importanza, ponte di indubbio interesse tra Occidente e Oriente ma tuttora dalle prospettive incerte. Incertezza emersa dai recenti fatti di cronaca, con Sarajevo e Belgrado di nuovo in prima pagina, a dimostrazione di quanto attuale sia ancora la questione balcanica.

Forse, però, non ancora del tutto chiara. Troppo spesso, infatti, si tende a ricondurre le guerre di secessione degli anni novanta a mere ragioni di carattere etnico, confessionale o legate a odi primitivi. Una visione senz’altro superficiale, da confutare per riuscire ad analizzare le reali cause che hanno spinto la Jugoslavia nel baratro e che sono utili per meglio capire la situazione odierna. Un tentativo di comprensione che deve partire da lontano e, più precisamente, dal 1914, con l’assassinio di Francesco Ferdinando sul Ponte Latino. Da lì, poi, la nascita del Regno di Jugoslavia, l’invasione nazi-fascista, la resistenza partigiana e, infine, la terza via comunista di Tito. Quasi tutti tentativi di costruire un’unica entità in grado di mantenere vive le autonomie del territorio.

Ma è davvero impossibile la convivenza interculturale, garanzia alla convivialità delle differenze? L’esempio svizzero è davvero inimitabile? La dicotomia è solo economica. In Svizzera da sempre c’è benessere, stabilità, un’omogeneità di vita che in Jugoslavia non si riscontra neppure prima della crisi globale degli anni ottanta. L’inaspettato crollo, così, ha di fatto acuito il disagio sociale e l’irrefutabile forbice. Una crisi cavalcata dalle oligarchie corrotte al potere, abili a convincere le masse sull’inevitabilità della guerra e sulla via nazionalista da seguire. Ecco che la questione etnica diventa quasi conseguenza di spietati giochi politici e corruzione. Un imbroglio in piena regola che ha ingannato in egual misura le forze internazionali.

Il retaggio attuale è sotto gli occhi di tutti. La Bosnia immobile e divisa in due entità. La Serbia alle prese con annosi dilemmi geopolitici, primo fra tutti il Kosovo, ridotto ormai a vero Stato-mafia. Senza contare la Macedonia, con il trenta percento di indigenti, o il Montenegro, vittima di una crisi ormai strutturale. Anche Croazia e Slovenia, oggi membri Ue, versano in situazioni critiche.

Quali, quindi, le soluzioni future? L’integrazione in Europa rappresenta la risposta migliore. Ma l’Unione oggi non è in grado, sprovvista com’è di unità politica, di assorbire un ulteriore allargamento, che la potrebbe di fatto indebolire ulteriormente. Senza un concreto appoggio continentale, perciò, la cooperazione regionale diventa la strada maestra. Ma l’eredità del recente passato è ancora troppo manifesta e l’impressione è che siano indispensabili diverse generazioni prima di poter ambire a rosei orizzonti. Con il concreto rischio che il consolidamento dell’attuale status quo sia sfruttato ancora una volta dalle corrotte classi politiche al comando. Siano esse serbe, croate o musulmane.


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