Negli ultimi anni il ruolo del migrante come soggetto dei rapporti di cooperazione e sviluppo con il suo paese d'origine è stato sempre più riconosciuto. Una tesi di laurea

08/04/2013 -  Cecilia Piccoli

La cooperazione internazionale allo sviluppo passa negli anni attraverso diversi approcci. Da un’iniziale forma di assistenzialismo si trasforma, coinvolgendo sempre più i beneficiari. È un fatto che molti, fra questi ultimi, divengano col tempo promotori di progetti di sviluppo.

Sami Naïr introduce il concetto di migrante quale acteur conscient de développement; senza cui le politiche di sviluppo non possono essere sostenibili. La cooperazione decentrata diventa protagonista e fa del decentramento la propria bandiera. Il coinvolgimento dell’associazionismo migrante si fa sempre più forte. Si parla in questo senso di co-sviluppo: una partecipazione del migrante come agente dello sviluppo del proprio Paese di origine, ma anche di quello di arrivo.

Per Marabello, egli è un mediatore tra i due contesti locali. Il co-sviluppo è un’integrazione tra la migrazione e lo sviluppo: attraverso la prima attività (migrare) se ne ottengono altre (fare sviluppo “qui” e “lì”). D‘altronde gli strumenti creati da chi migra sono connessi alla posizione transnazionale entro cui il soggetto migrante esiste. Il suo ruolo nella diaspora, la produzione di rimesse economiche e sociali e il concetto di migrazione circolare fanno parte del transnazionalismo vissuto e condiviso. Ma, sottolinea Riccio, tutti questi strumenti risultano efficaci laddove le politiche emanate dalle istituzioni (dei Paesi di origine ed arrivo) trovino nel migrante un attore cosciente di sviluppo e un dialogatore privilegiato.

La mera esaltazione dei migranti come agenti di sviluppo diventa un’arma a doppia taglio che comporta il rischio di deresponsabilizzare i governi degli Stati coinvolti, delegando al migrante lo sviluppo (o il mancato) del suo Paese di origine. L’azione del migrante deve essere supportata a livello governativo, affinché produca sviluppo “qui” e “lì”, tenendo conto dei singoli schemi migratori . Si tenta qui di illustrare la necessità di comunicazione tra associazionismo migrante nei Paesi di arrivo ed istituzioni di entrambi i Paesi, senza dimenticare la specifica volontà di ognuno o la particolarità dell’area di provenienza. Il co-sviluppo non è intrinseco nella figura del migrante e dipende dalla sua volontà, dal tipo di associazioni di migranti costituitesi nel Paese di arrivo, nonché dalle politiche con cui dialoga. Nel caso dei Balcani, l’integrazione tra migrazione e sviluppo è ancora in cerca di una forma di partenza, proprio per l’area storico-geografica di appartenenza: l’Europa. Considerata per alcuni una facilitazione, in quanto esistono punti in comune tra le culture europea occidentale ed orientale, di fatto, per Chiodi, si rivela un potente ostacolo nella costruzione di integrazioni.

Cooperativa Zajedno-Insieme sarà un esempio perfetto di cooperazione decentrata non definibile però come co-sviluppo. Le motivazioni sono molteplici, ma la principale riguarda l’originalità della migrazione compiuta dai soci della Cooperativa. Un’iniziativa che non si presenta meno importante di altre Cooperative nate dal co-sviluppo e che anzi dimostra come la cooperazione internazionale decentrata e comunitaria siano un importante passaggio per superare orrori quali la guerra e ridare impulso all’economia e alla speranza partendo dalla volontà dei singoli individui riunitisi in gruppi, una volta tornati “a casa”, in rete con organizzazioni governative e non.

Però, se l’apertura dei confini dell’Europa occidentale nei confronti della gemella orientale fosse illuminata potremmo elaborare risposte alternative ad una crisi economica mondiale, anche nella parte europeo-occidentale, la quale invece risponde chiudendo a qualsiasi modello di sviluppo economico alternativo (vd. programmi di co-sviluppo).


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