Renzo Nicolini - foto di Andrea Pandini

Renzo Nicolini insegna sia a Trieste che a Buje, in Istria. Il suo è un punto di vista privilegiato sul mondo della scuola lungo un confine che molto è cambiato in questi anni. Un'intervista

01/10/2008 -  Davide Sighele

Renzo Nicolini è un docente di matematica e fisica. Insegna a Trieste e a Buje, Istria. E' inoltre vicepresidente del circolo "Istria" di Trieste e da un anno e mezzo membro del Consiglio di amministrazione e del Comitato direttivo dell'Università popolare di Trieste, ente delegato dal ministero degli Esteri alla gestione dei fondi per il sostegno alla minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Tre vesti che lui sottolinea essere tutte coerenti, tutte convergenti verso un interesse solista: la minoranza italiana al di fuori dei confini nazionali e i tratti multiculturali della regione in cui abita.
Come mai la scelta di insegnare a Buje, in Istria?
E' avvenuto un po' per caso. Quindici anni fa cercavo un posto da insegnante. Era il 1993, in piena dissoluzione della Jugoslavia. Molti docenti stavano fuggendo dalla Croazia e le scuole della minoranza italiana avevano bisogno di personale. Successivamente ho iniziato ad insegnare anche a Trieste ma non ho mai rinunciato a Buje.
Il suo è stato un punto di vista privilegiato sui grandi cambiamenti che hanno caratterizzato quest'area di confine negli ultimi quindici anni ...
Sì, ho avuto la possibilità di fare un po' di pedagogia comparata. Ho assistito all'evoluzione dei ragazzi di qua e di là del confine. Più radicali quelli verificatisi in Istria: all'inizio insegnavo a ragazzi che avevano vissuto la gran parte della loro infanzia nella Jugoslavia socialista, ora a ragazzi nati nel '92, '93, quando la Jugoslavia già non c'era più.
Quali i più significativi?
Negli ultimi anni ho visto i ragazzi di Buje "triestinizzarsi", nel senso che sottovalutano l'importanza della scuola come strumento di crescita culturale e di affermazione sociale.
La conoscenza dell'italiano è migliorata?
La nostra minoranza ha sempre guardato la tv italiana. La tv è stata un veicolo fondamentale per preservare la lingua in quelle aree. Ma poi è anche aumentata la mobilità, vi è stata una crescita economica, vi sono più opportunità di scambio. Non è inoltre da sottovalutare il fatto che la maggioranza di chi prosegue gli studi lo fa a Trieste. Questo ha portato ad una maggiore conoscenza dell'italiano.
Come hanno vissuto invece gli studenti triestini gli eventi relativi all'allargamento dell'Unione europea e le conseguenze per queste aree?
E' una nota dolente che non riguarda, a mio parere, soltanto i ragazzi. Tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni non ha cambiato granché il tessuto triestino. Solo qualcuno si ricorda che adesso esiste la Slovenia, la Croazia, non più la Jugoslavia...
Poca curiosità di scoprire cosa c'è "al di là"?
Ho partecipato ad un progetto che prevedeva gemellaggi tra scuole. E per la prima volta ho avuto la sensazione di un forte coinvolgimento dei ragazzi triestini, e lo stupore nello scoprire un territorio che erano convinti fosse distante, sia nel punto di vista spaziale che culturale. La deduzione è semplice: se noi riuscissimo a mostrare ai giovani triestini più spesso cosa c'è di là, vedendo con loro cosa si può fare insieme, le cose andrebbero molto meglio. Sino ad ora la politica non ha facilitato le cose perché si è lavorato sfruttando i muri, piuttosto che pensando di abbatterli. Questa è la realtà, non so altrove, ma a Trieste è così.
Scambi di questo tipo stanno aumentando?
Purtroppo rimangono saltuari e molto isolati... Ne sono un esempio le attività del Circolo Istria, associazione di cui faccio parte e che ha ormai 25 anni di vita ed è sorta dal mondo dell'esodo, da chi però guardava in modo diverso il mondo degli italiani d'Istria. Siamo stati attaccati in modo particolare dalla politica e da quelli che volevano dare un taglio netto con la minoranza italiana, un taglio netto con ciò che è rimasto di là, atteggiamento poi che si ripercuote sulla costruzione di legami tra le due aree del confine.
Vi sono differenze nelle relazioni con l'area slovena e l'area croata dell'Istria?
Molte. Ha influito in particolar modo la minoranza slovena in Italia: florida, vivace e secondo me molto intelligente nel suo modo di agire, soprattutto da quando la Jugoslavia è crollata. Hanno trovato varie modalità attraverso le quali allacciare rapporti con la madre patria, senza bypassare però l'Italia. Hanno spinto in tutte le maniere affinché si stringessero rapporti tra le scuole della minoranza slovena in Italia, scuole della maggioranza slovena in Slovenia o della minoranza italiana in Slovenia. Questo non si è verificato in Croazia, non esistendo una minoranza croata in Italia che potesse avere un ruolo altrettanto importante.
Un segno di apertura della minoranza slovena è dato a suo avviso dal fatto che sempre più scolari e studenti di lingua italiana si iscrivono alle scuole slovene in Italia?

In questo periodo di autonomia scolastica ogni scuola fa una sorta di "campagna acquisti" tra i ragazzi. Quest'anno per la prima volta ho visto in città poster e manifesti bilingue dove le scuole slovene invitavano gli studenti ad iscriversi da loro. Questo è certamente dovuto ad un problema di calo delle iscrizioni che si ritrovano ad affrontare ma è anche un segno d'apertura verso la maggioranza: legato anche al fatto che la Slovenia è diventata uno dei membri dell'Unione e quindi la minoranza si sente più sicura. Ma questo avviene simmetricamente anche dall'altra parte del confine: nelle scuole italiane in Slovenia e in Croazia è usuale che si iscrivano ragazzi della maggioranza.
In questi ultimi mesi si è parlato molto della caduta del confine tra Italia e Slovenia. Meno si è parlato del fatto che questo confine, a seguito dell'entrata della Slovenia nello spazio Schengen, si è di fatto spostato più a sud, dividendo ora in modo più netto di prima l'Istria ...
E' un problema molto sentito dai ragazzi di Buje e dagli istriani in generale. In passato le persone che vivevano lungo questo confine godevano di trattamenti di favore. Per attraversarlo bastava mostrare l'ormai storica "Propustnica" che attestava la residenza in quell'area e permetteva il passaggio di confine anche in valichi che non erano "internazionali". Ora non è più così, occorre mostrare la carta d'identità e far timbrare un cartellino. Gli abitanti della zona croata dell'Istria sono divenuti di fatto "extracomunitari". I ragazzi di Buje sono abituati a venire a Trieste per studiare, andare al cinema, fare compere. E lo fanno quasi sempre in autobus. L'idea di dover scendere dall'autobus e, uno a uno, mostrare i documenti, aprire le borsette e via dicendo sta creando delle conseguenze psicologiche nel modo di vivere un territorio che prima si percepiva unitario. Non si tratta purtroppo solo di lungaggini burocratiche.