Sono note come “le valli”, e sono un'area al confine tra Italia e Slovenia. Colline basse, boschi fitti e un sottile strato di terra. Sotto solo roccia. Il racconto di un viaggio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

22/03/2010 -  Fabio Romano

Varco in un soleggiato mattino un valico di seconda categoria tra l’Italia e la Slovenia, lungo una valle secondaria, attraversata da un torrente secondario: lo Judrio. Obiettivo: fare un tour di una delle zone transfrontaliere tra Italia e Slovenia meno note ed anche meno fortunate. Non a caso quest’area è riportata nei documenti ufficiali come zona 87.3.c: un’area dove gli aiuti di stato a comunità ed imprese sono ammessi, in deroga appunto all’articolo 87 del trattato sull’Unione Europea proprio per far fronte a situazioni di disagio.

Sono zone dai nomi quantomai articolati, che ricordano per assurdo certi buffi nomi gaelici che si leggono in Galles. Anche per questo, oltre per non essere notoriamente delle zone attraenti, nel gergo comune dei friulani queste aree vengono genericamente definite come “le valli”. Gli abitanti, inoltre, mezzi sloveni e mezzi italiani come si addice alla migliori tradizioni delle aree transfrontaliere, sono stati a lungo oggetto di dileggio da parte di buona parte dei corregionali, considerandoli una popolazione scontrosa e povera. Insomma, un popolo chiuso, un po’ come la loro valle.

Entro in Slovenia attraverso il valico di Mernico/ Golo Brdo (foto). Su in cielo, il monte Nero ed il Matajur, entrambi imbiancati, paiono salutarsi oggi che c’è un’ottima visibilità.

La macchina geme e sobbalza sul manto d’asfalto sconnesso, o meglio ciò che resta. Anche l’asfalto qui dove essere un ricordo del tempo in cui attraversare il confine era un evento eccezionale.

La strada è tortuosa, piena di buche, stretta tra le pareti rocciose delle basse colline ed il corso del torrente, che dal 1947 segna una delle frontiere tra l’Italia ed il mondo slavo dell’ex Jugoslavia. Il paesaggio è aspro: colline basse, ove boschi fitti prosperano come per miracolo su uno strato ridotto di terra, per affondare infine le loro radici nella pietra. Gli unici tratti in cui lo sguardo riesce ed estendere un poco il suo raggio è lungo le rive del torrente. Qui, nei radi passaggi di pianura le viti allungano le loro radici verso il corso d’acqua.

Oltrepasso l’abitato di Golo Brdo e mi inoltro lungo la strada che segue il corso d’acqua. Dopo pochi chilometri incontro il secondo valico: Miscek o Ponte Miscecco. Tutt’intorno un paesaggio da No Man’s Land mi avvolge. Quasi tutte le case e gli edifici che incontro lungo la strada sono abbandonati e diroccati. Dalle loro finestre vuote e sfondate si può dedurre tutta la durezza della vita di una volta in queste valli chiuse: stanze interne piccole e di legno e pietra, al cui centro troneggia di solito un grande fogolar, per lunghi anni unica fonte di calore della casa e centro nevralgico della famiglia che vi abitava. Tutt’intorno alla casa, anche le vecchie stalle ed i vecchi magazzini, in quelle più abbienti, sono orami diruti e davvero hanno il languore “ di un circo primo o dopo lo spettacolo” per dirla con il grande poeta della prima guerra mondiale.

Già, la prima guerra mondiale. Queste valli non possono neppure vantare un passato gloriosamente tragico, come le valli di Caporetto, e di Canale d’Isonzo, che pure distano di qui non più di una ventina di chilometri in linea d’aria. La grande storia della grande guerra reca infatti dolorosa memoria di altri luoghi: il Carso, il monte Sabotino, il monte San Michele, Gorizia, Plezzo (ora Bovec) e di Caporetto. Questa valle, invece, angusta retrovia tra due fronti maggiori, la grande guerra è passata di striscio ed ha lasciato in doloroso dono solo un vago ricordo del suo dramma.

Egualmente, nella seconda guerra mondiale ben altri erano gli interessi sia dei partigiani titini, che delle truppe scozzesi che liberarono Cividale del Friuli nel 1945. Entrambe le formazioni erano infatti impegnate in quella che è poi passata alla storia come la “corsa per Trieste”. Non vi era tempo quindi per disperdere le forze in queste retrovie boscose: occorreva prendere o salvare la città adriatica.

Così, queste valli hanno vissuto quasi sempre nell’oblio e nel nascondimento.

Mentre rimescolo questi pensieri, mi avvio verso il confine fisico. Qui il valico è un solido ponte di pietra, corredato alle due estremità da due garitte abbandonate ed avvolte a un ruvido manto di rovi. Dalla porta sfondata di una di queste s’intravede un tavolo rotto: muffa e muschio montano ormai una guardia silenziosa al ridotto traffico transfrontaliero.

A metà del ponte, la pietra confinaria slovena reca quattro iniziali incise: RS/ RI. La pietra slovena è però levigata sotto la scritta: ricordo del tempo in cui i nostri vicini di casa non erano solo gli Sloveni, ma la fiera Jugoslavia di Tito. Ricordo di quando questo ponte separava, più che unire, il mondo del capitalismo occidentale e quello del socialismo jugoslavo.

Attraverso il valico a piedi e mi sorprendo ad osservare con curiosità la sbarra confinaria italiana, che, alzata verso il cielo, culmina con una penisola stilizzata. Dall’unica casa vicina abitata, un gatto nero mi scruta incuriosito mentre riattraverso il confine per visitare la caserma della guardia slovena.

Anche qui stessa scena: porte e finestre sono un vago ricordo. L’edificio ormai è ridotto alla corda: il tetto è collassato all’interno e le scale che una volta univano i vari piani sono ora adagiate su un fianco, come se la stanchezza della storia e l’obsolescenza del concetto stesso di confine territoriale le avesse afflitte da una invincibile debolezza.

Mi allontano turbato alla vista così evidente del passaggio della storia e mi accorgo che i miei movimenti e le mie fotografie hanno attirato l’attenzione. Due contadini locali, intenti a tagliare legna, mi apostrofano in un italiano slavizzato ma corretto. Il mio interesse per i confini li stupisce e li stuzzica allo stesso tempo. Mi spiega uno dei due, sempre stringendo l’ascia in modo poco rassicurante, che una volta c’erano intensissimi e puntigliosi controlli. I posti di blocco della polizia jugoslava erano uno ogni 2, al massimo 5 chilometri. “Tutta colpa dei contrabbandieri, che sfruttavano questi valichi per far passare bestiame, grappa e sigarette. Così qui era pieno di poliziotti e controlli, specie negli anni ’50.”

Poi il fenomeno lentamente è andato scemando e all’inizio degli anni ’70 gli Jugoslavi hanno iniziato a chiudere i valichi secondari più piccoli e si sono ritirati qualche chilometro più monte, al confine di Molino Vecchio/ Britof.

Vorrei chiedergli se è vera la storia che ho sentito da alcuni conoscenti, ovvero che mettevano al confine italiano giovani jugoslavi della nazione serba o bosniaca apposta per evitare che fraternizzassero col vicino capitalista, ma il contadino borbotta qualche parola in sloveno e si allontana senza troppi convenevoli.

Risalgo in macchina e mi dirigo verso l’ultimo valico: Molin Vecchio/Britof. Lo scenario è diverso. Il confine, anche qui un ponte, è corredato dalle case di confine italiana e slovena in cemento ed intonaco, con infissi nuovi che scintillano nella desolazione che li circonda in questa mattina di sole. Anche qui, le sbarre di confine colorate coi rispettivi colori nazionali sono sollevate verso il cielo in una verticale domanda di senso. In alto, dai due lati del confine, la vista dei Santuari mariani di Lig –Marino Cejle e Castelmonte mi ricordano che i confini politici, zigzagano sulla via dei monti sacri, percorso di pellegrinaggio tra Sveta Gora, Marjno Celje e Castelmonte opportunamente valorizzato dai fondi comunitari di un Interreg Italia Slovenia.

Poco oltre il confine, il paesetto di Britof mi viene incontro. È arroccato su una collinetta che si affaccia su un vasto prato, somigliando curiosamente ai certi paesini dell’Hertfordshire nei quali ho vissuto diletti momenti.

Anche qui non passo inosservato. Il mio fare curioso mi porta ad attaccare bottone con Josko, un apicoltore del posto. Mi accoglie in casa sua, mi offre un bicchiere di grappa al miele delle sue api e non ha reticenze a parlarmi del suo vivere sul confine.

“Contrabbando?” mi dice. “ Si, si ce n’era. Grappa, miele, bestie. Una volta passavano di qui, anche se di notte confine era chiuso e bisognava stare attenti. Uno là- dice indicando un punto qualsiasi verso la boscaglia- l’hanno trovato con macchina piena di jeans….” E con un gesto eloquente mi fa capire che non l’ha passata tanto liscia.

“Poi però tutto finito” prosegue. “Poi nuovo contrabbando: persone.” Così mi racconta di quando, prima dell’ingresso della Slovenia nell’area Schengen e nell’Unione, quei valichi, ormai già quasi dimenticati, erano attraversati da cinesi, polacchi, ed altre genti dell’est, che col favore delle tenebre e di passeurs locali raggiungevano l’Italia in cerca di fortuna.

“Ma adesso finito anche questo, ora tutti in Europa. Ora confine dimenticato.” conclude vuotando il suo bicchiere di grappa d’un fiato ed addentando un biscotto. Non capisco bene se nelle sue parole ci sia nostalgia del passato, timore per l’avvenire o entrambi.

Lo ringrazio per l’ospitalità e mi congedo pensoso.

Ri-attraverso il confine per tornare a casa. Lancio un ultimo sguardo alle case confinarie. Poi, senza che me ne accorga la mia mente richiama il monito montaliano:

“Tu non ricordi la casa dei doganieri / desolata t’attende dalla sera in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto…


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