Ucraina tra Ankara e Bankova: la guerra cambia volto, la pace resta lontana
Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj recupera credito internazionale dopo l’incontro con Donald Trump al vertice NATO di Ankara, mentre sul fronte i droni ridisegnano la strategia militare e in patria la corruzione e i diritti civili tornano al centro del dibattito pubblico

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Presidenza ucraina © Ruslan Lytvyn/Shutterstock
Il vertice NATO di Ankara dello scorso 8 luglio ha offerto un’immagine che solo qualche mese fa sarebbe stata difficile da immaginare: Donald Trump che, davanti alle telecamere, annuncia a Volodymyr Zelens’kyj la concessione di una licenza di produzione per i missili intercettori Patriot. Un episodio che racconta bene quanto sia cambiato il rapporto tra i due leader; e, insieme, quanto resti fragile e soggetto a continue oscillazioni.
Zelens’kyj e Trump: più adattamento che vittoria?
Rispetto al clima di qualche anno fa, e soprattutto rispetto allo scontro pubblico avvenuto nello Studio Ovale, quella tra Kyiv e Washington è oggi una relazione profondamente diversa.
Ma più che una vittoria personale di Zelens’kyj, si potrebbe forse parlare di un adattamento reciproco. Il presidente ucraino ha imparato che con Trump certi registri retorici non funzionano: contano gli interessi strategici, non gli appelli morali.
Ha quindi abbassato i toni dello scontro personale, presentandosi come un partner geopolitico capace di prendere decisioni autonome, determinato e fermo, ma mai aggressivo. Un cambio di approccio che ad Ankara ha prodotto risultati concreti, sia pure ancora parziali.
L’annuncio sui Patriot, in particolare, resta al momento più politico che operativo: le aziende produttrici, Lockheed Martin e RTX (ex Raytheon), non erano state informate al momento della dichiarazione, e gli osservatori concordano sul fatto che una produzione ucraina autonoma richiederà anni, non mesi.
Nel frattempo Kyiv continua a segnalare carenze critiche di intercettori PAC-3, gli unici davvero efficaci contro i missili balistici russi, mentre Mosca ha intensificato gli attacchi con circa cento lanci al mese.
È comunque significativo che, dopo i colloqui con Zelens’kyj, Trump non abbia immediatamente cercato un contatto con il presidente russo Vladimir Putin, come era invece accaduto in altre occasioni. A prima vista ciò potrebbe essere visto come un segnale politico che indica come, almeno in questa fase, Washington stia esercitando una pressione maggiore anche nei confronti di Mosca.
Tuttavia, la spiegazione più plausibile è che il presidente statunitense sarebbe stato assorbito su più fronti, dall’Iran ai rapporti tesi con gli alleati europei sull’esistenza e il ruolo della NATO.
D’altronde, lo stesso Cremlino, attraverso il portavoce Dmitrij Peskov, ha accennato a un’agenda impegnata (e impegnativa) per gli Usa, non a uno strappo politico: pochi giorni prima, infatti, Trump e Putin hanno avuto un colloquio di novanta minuti definito ‘costruttivo’ da entrambe le parti.
Proprio questa linea di comunicazione diretta tra Washington e Mosca, che prosegue parallelamente ai contatti con Kyiv, riporta al centro una questione che Zelens’kyj pone da tempo con insistenza: il diritto dell’Ucraina di essere parte del negoziato in qualsiasi accordo che la riguardi, e non un soggetto terzo a cui un’intesa viene comunicata a cose fatte.
È il timore, non nuovo nella storia dei negoziati sull’Ucraina, di un “Jalta 2.0” deciso sopra la testa di Kyiv, uno scenario che lo stesso Zelens’kyj ha più volte respinto pubblicamente, ribadendo che nessuna soluzione sui territori o sul futuro del Paese potrà essere legittima senza la partecipazione diretta ucraina al tavolo.
È una rivendicazione che va oltre la diplomazia di circostanza: riguarda il principio stesso per cui un paese aggredito non può essere ridotto a oggetto di trattativa tra grandi potenze.
C’è poi un passaggio del bilaterale che sintetizza bene il mutato equilibrio simbolico tra i due paesi in guerra. Interpellato sull’ipotesi di un vertice con Putin a Mosca, Zelens’kyj ha risposto con una battuta che è anche un messaggio politico preciso: un incontro nella capitale russa sarebbe troppo rischioso, vista la quantità di droni ucraini che sorvolano ormai i cieli russi.
Una replica ironica, certo, ma che dice qualcosa di sostanziale: l’Ucraina non è più soltanto il paese che subisce gli attacchi, è anche un attore capace di proiettare la propria capacità offensiva ben oltre i propri confini.
Su questo, però, va fatta una distinzione netta tra la dimensione internazionale e quella interna. Zelens’kyj continua a essere il simbolo della resistenza ucraina all’estero, ma in patria il consenso attorno a lui è tutt’altro che unanime.
Le difficoltà economiche, la mobilitazione militare, la stanchezza dopo oltre quattro anni di guerra e le critiche sulla gestione del potere hanno eroso la sua popolarità. Non è dunque un leader “rafforzato” in senso assoluto, quanto un presidente che oggi appare più efficace nella gestione dei rapporti internazionali rispetto a qualche mese fa.
La nuova fase della guerra: il cielo
Sul piano militare la guerra è entrata in una fase diversa da quella dei primi anni. Sul fronte terrestre lo stallo è ormai strutturale: la Russia continua ad avanzare in alcune aree orientali, ma a costi umani e materiali molto elevati e con guadagni territoriali limitati.
L’Ucraina, dal canto suo, riesce a difendere gran parte delle proprie posizioni ma non dispone delle forze necessarie per lanciare controffensive su larga scala come quelle del 2022.
Per questo Kyiv ha cambiato approccio. L’obiettivo non è più soltanto contenere l’avanzata russa lungo la linea del fronte, ma spostare parte del conflitto “in profondità”, colpendo con droni a lungo raggio aeroporti militari, depositi logistici, impianti dell’industria della difesa e infrastrutture energetiche sul territorio russo e sulla penisola occupata di Crimea.
In particolare, i droni ucraini sono diretti al comparto petrolifero, tra le principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico di Mosca.
Non è un dettaglio marginale: la scelta di colpire l’economia di guerra russa, invece di prendersela con i civili, è parte integrante della narrazione strategica con cui Kyiv giustifica queste operazioni davanti ai partner occidentali.
La vera novità, nell’ambito tecnico, è che il drone è diventato il baricentro della strategia militare ucraina. La Russia dispone di una capacità industriale superiore e produce quantità maggiori di droni, ma il punto di forza ucraino resta la velocità dell’innovazione: Kyiv riesce spesso ad anticipare l’avversario nell’impiego di nuove soluzioni tecnologiche, modificando rapidamente tattiche e strumenti.
Si sta delineando così un modello bellico che probabilmente influenzerà anche i conflitti futuri: meno grandi manovre corazzate, più sistemi autonomi, intelligenza artificiale, guerra elettronica e capacità di colpire il nemico a centinaia di chilometri dal fronte.
La politica interna, tra riforme rinviate e priorità di sopravvivenza
Sul piano interno l’Ucraina resta una democrazia attraversata da un dibattito vivace, anche in tempo di guerra. Esistono movimenti civici che chiedono più trasparenza, una lotta più efficace alla corruzione, riforme della giustizia e un ampliamento dei diritti civili. Tutte richieste reali, che la guerra non ha fatto sparire.
Il conflitto, tuttavia, modifica inevitabilmente la scala delle priorità. Quando una popolazione vive sotto bombardamenti pressoché quotidiani, il primo diritto messo in discussione non è quello politico o civile, ma il diritto stesso alla sicurezza: avere una casa che non venga distrutta da un missile, poter dormire senza dover correre ogni notte in un rifugio, avere accesso a soccorsi tempestivi, energia elettrica, acqua, ospedali funzionanti.
Questo non significa che le richieste di cambiamento siano scomparse. Due dossier, in particolare, mostrano quanto la società ucraina continui a mobilitarsi anche sotto le bombe.
Il primo è la riforma del Codice Civile: la bozza attualmente in discussione per l’approvazione della seconda lettura in parlamento nega, tra le altre cose, il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso e rischia di invalidare retroattivamente matrimoni già contratti da persone trans, sollevando il malcontento di organizzazioni femminili, comunità LGBTQ+ (comprese quelle dei militari al fronte) e difensori dell’informazione indipendente.
A giugno la decima marcia del Kyiv Pride ha radunato migliaia di persone, la più partecipata dall’inizio dell’invasione su vasta scala, segno di quanto la questione resti sentita nonostante il contesto bellico.
Il secondo dossier riguarda la corruzione. Le dimissioni di Andrij Jermak, per anni il collaboratore più potente di Zelensky, arrivate dopo le perquisizioni legate all’inchiesta “Midas” sul settore energetico, non hanno chiuso il caso: le indagini interne proseguono, e restano aperte domande su quanto il presidente stesso e il suo partito di governo fossero o siano a conoscenza dei meccanismi di potere e di finanziamento illecito venuti alla luce.
Il dossier Jermak
Sul dossier Jermak, abbiamo pubblicato recentemente un approfondimento in due puntate: Ucraina: come funzionava il “sistema Jermak”, l’uomo più potente dopo Zelens’kyj e Il “sistema Jermak” resiste ancora? L’inchiesta che scuote il potere ucraino.
È un tema che pesa sulla credibilità interna di Zelens’kyj proprio nel momento in cui la sua immagine internazionale appare rafforzata. Una divergenza che difficilmente potrà restare irrisolta a lungo, qualunque sia l’esito dei negoziati con Mosca e Washington.
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