Ex Jugoslavia: dopo Mladić, ancora più lontani dalla riconciliazione
I funerali del criminale di guerra Ratko Mladić, con onori militari e messaggi profondamente divisivi, hanno risvegliato nella regione balcanica ricordi degli anni Novanta, in un momento in cui Belgrado e Sarajevo si preparano alle elezioni e si assiste alla recrudescenza della retorica nazionalista

Sarajevo © Sean Pavone/Shutterstock
Sarajevo © Sean Pavone/Shutterstock
C’è un momento nella complessa storia della Bosnia Erzegovina che non può essere separato dagli eventi a cui stiamo assistendo oggi. L’11 luglio 1995, Ratko Mladić, comandante dell’esercito serbo-bosniaco, entrò a Srebrenica, pronunciando davanti alle telecamere parole che rimarranno impresse nella memoria come uno degli annunci più agghiaccianti di ciò che sarebbe seguito: “Pravac Potočari” [direzione Potočari].
Quel giorno ebbe inizio l’atto finale del genocidio a Srebrenica.
Più di trent’anni dopo, lo stesso messaggio è apparso sugli spalti dello stadio di Belgrado. Un’enorme immagine di Ratko Mladić con un dito puntato, accompagnata dalla scritta: “Pravac Potočari”.
“Questo è l’ultimo allarme e un messaggio che dovrebbe risvegliare tutti quelli che non hanno ancora compreso l’essenza del regime di Aleksandar Vučić e cosa queste persone stiano pianificando di nuovo”, ha dichiarato Elmedin Konaković, ministro degli Esteri della Bosnia Erzegovina, durante una conferenza stampa convocata d’urgenza a Sarajevo, città sopravvissuta al pesante assedio serbo dal 1992 al 1995.
Per i bosgnacchi, la foto di Mladić con la scritta “Pravac Potočari” è un messaggio molto chiaro, soprattutto per le famiglie che ancora cercano le ossa dei loro cari uccisi durante la guerra. In Bosnia Erzegovina, questo messaggio è percepito come una terrificante glorificazione di un uomo condannato per genocidio. E quando un messaggio del genere appare in pubblico, senza una reazione chiara e decisa da parte dello stato, acquisisce un peso ancora maggiore.
Poi si sono svolti i funerali.
Ratko Mladić, condannato da un tribunale internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è morto mentre scontava l’ergastolo ed è stato sepolto a Belgrado con una cerimonia che, soprattutto in Bosnia Erzegovina e Croazia, è stata interpretata come una riabilitazione della figura e della politica dell’ex generale.
La salma di Mladić è stata trasportata in Serbia con un aereo di stato e ai funerali hanno partecipato alti funzionari serbi, rappresentanti della Republika Srpska e l’ambasciatore russo, mentre il patriarca della Chiesa ortodossa serba Porfirije ha guidato la cerimonia religiosa. La dimensione militare e le modalità di organizzazione dell’evento hanno suscitato forti reazioni nell’area post jugoslava.
Le reazioni a Sarajevo
Il ministro Konaković ha compiuto un gesto che rivela la gravità della situazione. Ha dichiarato due dipendenti dell’ambasciata serba a Sarajevo, l’addetto militare Milan Dulanović e il consigliere Danko Maksimović, persone non grate, concedendo loro 48 ore per lasciare la Bosnia Erzegovina.
Allo stesso tempo, la Bosnia Erzegovina ha ritirato il proprio consenso alla firma della dichiarazione congiunta sulle relazioni di buon vicinato e sulla cooperazione regionale, che avrebbe dovuto essere firmata il prossimo primo ottobre in Montenegro.
Konaković ha dichiarato che la Bosnia Erzegovina non firmerà documenti formali sul buon vicinato con una Serbia come quella che “stiamo vedendo in questi giorni”. Il giorno precedente, Konaković aveva annunciato il ritiro di parte del personale dell’ambasciata della BiH a Belgrado.
“Non credo a quello che si diceva negli anni Novanta, ossia che per una guerra ci vogliono due attori”, ha affermato Elmedin Konaković, aggiungendo: “No. La Serbia di oggi, che assomiglia a quella degli anni Novanta, è sufficiente per scatenare una guerra”.
Konaković ha affermato che la Bosnia Erzegovina è profondamente consapevole del pericolo e si impegnerà attivamente per prevenire, come ha detto, “le situazioni di conflitto che la Serbia sta cercando di creare in questi giorni”.
Nel giro di pochi giorni, le relazioni tra i due paesi sono entrate in una delle crisi più profonde degli ultimi anni.
Anche i più importanti rappresentanti politici della Republika Srpska hanno partecipato ai funerali di Ratko Mladić a Belgrado. Tra questi, Milorad Dodik, leader storico dell’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), Željka Cvijanović, membro serbo della Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, e Draško Stanivuković, sindaco di Banja Luka.
Le reazioni a Zagabria e Bruxelles
Dodik è diventato il simbolo più riconoscibile della politica che nega il genocidio di Srebrenica, contesta le decisioni delle istituzioni statali e dei tribunali internazionali e parla della possibilità di secessione della Republika Srpska. È curioso notare come Dodik da Belgrado sia partito per Israele, dove sta cercando di ottenere sostegno per la sua politica separatista e di avvicinarsi a Washington tramite Tel Aviv.
I funerali di Mladić hanno suscitato forti reazioni in Croazia, dove l’ex generale iniziò la sua carriera bellica come comandante del Corpo d’armata Knin dell’Esercito popolare jugoslavo (JNA), ordinando la distruzione di città croate.
“Quanto accaduto rappresenta certamente un momento senza precedenti e il ministro degli Esteri e i suoi colleghi che si occupano di politica estera solleveranno la questione a tutti i livelli, soprattutto considerando le conseguenze di un simile omaggio ad un uomo che viene ricordato e percepito in una luce negativa in Croazia e in Bosnia Erzegovina”, ha dichiarato il premier croato Andrej Plenković.
Plenković ha ricordato che Ratko Mladić era al comando della JNA quando ebbe luogo il massacro di Škabrnja nel novembre del 1991, mentre la battaglia per Vukovar stava entrando nelle sue fasi finali.
“Non approviamo affatto tali cerimonie”, ha affermato Plenković, criticando apertamente la reazione inizialmente molto tiepida dell’Unione europea.
Anche a Sarajevo la posizione iniziale dell’UE ha suscitato forte indignazione. Paula Pinho, portavoce della Commissione europea, rispondendo alle domande sui funerali, ha ribadito che “non c’è posto per la glorificazione dei criminali di guerra”, ma i media in Bosnia Erzegovina hanno riportato anche una sua dichiarazione in cui negava il carattere statale dei funerali di Mladić in Serbia.
Per gli abitanti di Sarajevo queste parole hanno rievocato il periodo dell’assedio, quando i proiettili serbi e i cecchini appostati sulle colline circostanti uccidevano i civili, mentre i funzionari europei esprimevano “profonda preoccupazione” e tracciavano i confini di una nuova Bosnia Erzegovina, che è stata poi effettivamente creata a Dayton dividendo il paese in due entità.
Solo dopo che le immagini del funerale hanno suscitato reazioni internazionali, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha definito le immagini “scioccanti”, esprimendo profondo rammarico per la presenza di alti funzionari serbi e per il sostegno istituzionale all’organizzazione dei funerali.
“Ratko Mladić era un criminale di guerra condannato. Era responsabile di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È morto mentre scontava l’ergastolo per il genocidio di Srebrenica e altri crimini. Gli elementi di sostegno ufficiale e la presenza di alcuni alti funzionari serbi al funerale sono profondamente deplorevoli. Rivelano l’incapacità di affrontare un capitolo oscuro della storia europea recente e sono in contraddizione con i valori su cui si fonda il percorso della Serbia verso l’Unione europea”, ha scritto von der Leyen.
Madri di Srebrenica
L’Associazione Madri di Srebrenica, che riunisce donne che hanno perso figli, mariti e fratelli nel genocidio di Srebrenica, si è rivolta direttamente alla presidente della Commissione europea.
“Non abbiamo bisogno delle sue dichiarazioni formali. Non si stupisca della nostra risposta quando un funzionario dell’UE vorrà venire a Potočari. Non si stupisca!”.
Questo è forse il messaggio più forte di questi giorni. Quando le vittime iniziano a respingere le dichiarazioni europee come mera retorica, il problema non è solo la Serbia, il problema è la fiducia nell’Europa.
Le parole di Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e Marta Kos, commissaria europea per l’allargamento, sono state molto più dirette.
“La glorificazione pubblica di un criminale di guerra condannato a Belgrado offende la memoria delle vittime, delle loro famiglie e di tutti quelli che hanno sofferto”, ha scritto Kallas.
Ha inoltre lanciato un monito: “Il percorso della Serbia verso l’Unione europea richiede un impegno inequivocabile per il rispetto dei valori europei fondamentali e della verità storica. Non c’è posto in Europa per l’esaltazione i criminali di guerra”.
Tuttavia, la reazione più decisa è stata quella di Marta Kos, che ha annullato la sua visita programmata a Belgrado.
“Ratko Mladić è stato condannato per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il ritorno della sua salma a Belgrado ricorda all’Europa le pagine più oscure della nostra storia recente. La glorificazione che accompagna la sua morte non è in linea con i valori su cui si fonda il percorso europeo. Un percorso che richiede il confronto con il passato, una vera riconciliazione e il rispetto per le vittime dei crimini di guerra. I valori su cui si basa il nostro futuro comune non sono negoziabili. In questo contesto, ho deciso di non visitare la Serbia in questo momento”.
La reazione di Vučić
Il presidente serbo Aleksandar Vučić non ha partecipato al funerale, giustificando la sua assenza con impegni pregressi, ma ha respinto le critiche europee.
“Pensate di poter decidere chi parteciperà al funerale e chi no, per poi rimanere scioccati dalle immagini che giungono da Belgrado?”, ha chiesto polemicamente Vučić.
Il presidente serbo ha definito le critiche rivolte a Belgrado “attacchi isterici”.
“Abbiamo assistito ad una valanga di attacchi isterici provenienti da Sarajevo, Pristina, Zagabria, Podgorica, ce lo aspettavamo. Nulla ci sorprende”.
Ha dichiarato di essere soddisfatto del fatto che il funerale di Ratko Mladić si sia svolto in modo pacifico e che lo stato abbia fornito pieno supporto logistico.
“Da dove viene tutto questo odio? C’è tanto odio perché la Serbia sta crescendo più velocemente, la Serbia sta progredendo più velocemente. Vedete, stavano tutti aspettando l’occasione per fare qualcosa contro la Serbia, perché non accettano il fatto che la Serbia stia diventando più forte. Se vogliono distruggermi, lo faranno a causa dei missili balistici a lungo raggio, perché tra un anno saremo in grado di produrli in Serbia”.
Per chi ascoltava con attenzione, queste parole suonavano come una chiara minaccia.
Mercoledì 9 settembre, Vučić ha sciolto il parlamento e ha annunciato elezioni parlamentari straordinarie per il prossimo 25 ottobre. In Bosnia Erzegovina, le elezioni generali si terranno il 4 ottobre.
In questo clima, la paura e le questioni nazionali si possono facilmente trasformare nelle più potenti armi di campagna elettorale. Per i politici è sempre più facile parlare delle minacce che di salari, corruzione, emigrazione giovanile, sanità, istruzione, giustizia e tenore di vita.
C’è quindi il rischio che nelle prossime settimane i confini tra reali preoccupazioni per la sicurezza e retorica elettorale si facciano ancora più labili.
Sarajevo e Belgrado entrano in periodo elettorale quasi contemporaneamente, e le questioni nazionali hanno già acquisito forte rilevanza. Di conseguenza, i cittadini potrebbero ancora una volta ritrovarsi spettatori di uno spettacolo politico in cui il passato è il protagonista indiscusso, mentre il presente, e soprattutto il futuro, restano relegati in secondo piano.
Nei paesi ex jugoslavia la gente è contenta finché non c’è la guerra, con un umorismo nero e un detto che in realtà rispecchia al meglio la realtà: “Basta che tacciano le armi”.
Hai notato inesattezze o errori in questo articolo? Contattaci a redazione@balcanicaucaso.org .
In evidenza
- Politica e crimini di guerra
- Fumetti e Balcani
- Partecipa al nostro sondaggio









