Resolution 808, dietro le quinte del Tribunale penale internazionale

Il libro “Resolution 808” racconta il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia dall’interno, attraverso testi e immagini, ripercorrendo le storie delle persone che vi hanno lavorato, nonché i luoghi e gli oggetti centrali dei processi. Intervista al fotografo Martino Lombezzi, co-autore del libro assieme a Jorie Horsthuis

30/09/2026, Nicole Corritore
Un corridoio del Tribunale dell'Aja - da Resolution 808 Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

Un corridoio del Tribunale dell’Aja – da Resolution 808 Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

Un corridoio del Tribunale dell'Aja - da "Resolution 808" di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

Sei autore, assieme a Jorie Horsthuis, del libro “Risoluzione 808” che stai per presentare in Italia, il cui titolo cita la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1993 che istituì il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPI). Perché l’interesse verso i Balcani e nello specifico per il TPI?

Nasce da due fattori. La guerra dei Balcani ha caratterizzato la mia adolescenza: negli anni ’90 vedevamo le immagini riportate dai media e se ne parlava a scuola, era qualcosa di molto vicino. E per me era particolarmente “vicino”, perché mio padre Mimmo da giornalista inviato è stato tante volte nei Balcani e ha seguito quei conflitti dall’inizio, per cui la mia giovinezza è stata segnata dai suoi racconti di prima mano.

Poi, all’università ho studiato Storia contemporanea e la tesi l’ho dedicata alla nascita del Tribunale dell’Aja (TPI). All’epoca anche con una certa carica ideale, con l’idea che forse c’era qualcuno o qualcosa che stava cercando di fare giustizia in quel contesto e riguardo ai crimini perpetrati in quella guerra.

In seguito, la vita mi ha portato a lavorare con la fotografia occupandomi di temi di attualità, anche dei Balcani. Sono tornato sull’argomento della mia tesi in maniera più diretta e specifica molto anni dopo, quando nel 2017 è nata la collaborazione con la collega Jorie Horsthuis, l’ultimo anno in cui il Tribunale operava e in cui si aspettava la sentenza del processo a carico di Ratko Mladić [ex comandante delle truppe serbo-bosniache, nel 2017 condannato all’ergastolo in primo grado, poi confermato in appello nel 2021, ndr].

Quindi era un anno in cui si stava riaccendendo l’attenzione su questa istituzione e sul tema dei crimini di guerra. Jorie è olandese, per cui abbiamo iniziato a cercare di entrare al TPI e raccontare le storie delle persone che vi avevano lavorato e vissuto. Dopo molte resistenze e un gran lavoro burocratico, le porte si sono aperte e quell’anno abbiamo fatto la prima parte di lavoro, inizialmente pensata per essere pubblicata su giornali e riviste. Da lì, si è poi aperto un vaso di Pandora…

“Resolution 808: Inside the Yugoslavia Tribunal” (Editore Eriskay Connection) di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi, racconta il Tribunale dall’interno, attraverso testi e immagini, ripercorrendo le storie delle persone che vi hanno lavorato, nonché i luoghi e gli oggetti centrali dei processi. Unendo il giornalismo d’inchiesta alle testimonianze umane, l’opera guarda oltre l’aula di tribunale, documentando come la guerra e le sue conseguenze continuino a plasmare la vita quotidiana nei Balcani e dando voce a racconti rimasti in gran parte inediti.

Resolution 808 è un progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, realizzato da Officine Fotografiche in collaborazione con Zona e Gramma Studio, con la partnership culturale di Casa della Memoria, Festival di Internazionale a Ferrara, Fotodok, Museo Storico della Bosnia Erzegovina (Historijski Muzej BIH), Humanitarian Law Center HLC, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Il libro comincia ad essere presentato in Italia: il 30 settembre a Milano e il 2 ottobre al Festival di Ferrara di Internazionale.

Questo interesse sui crimini di guerra, tema anche oggi molto attuale, da dove nasce?

Credo sia derivato dallo shock che avevo provato nel vedere cosa stava avvenendo in quella guerra. In tutte le guerre avvengono crimini, ma non è per tutti chiaro che questi crimini sono codificati, con leggi e codici che le parti in conflitto sono obbligati – in teoria – a rispettare e per questo porsi dei limiti nelle loro azioni.

Poi, mi ha colpito in particolare un libro, “The Graves: Forensic Efforts at Srebrenica and Vukovar” di Gilles Peress ed Eric Stover, che raccontava il lavoro degli anatomopatologi sul campo in Bosnia Erzegovina e Croazia. Sia per le immagini, sia per ciò che raccontava del lavoro di chi era andato a fare le esumazioni dalle fosse comuni. Dietro al lavoro di questi specialisti c’era, appunto, il TPI che si occupava direttamente di queste operazioni.

Mi ha colpito come si potesse cercare di analizzare – fin dal 1993 a conflitto ancora in corso – le prove, cercare di mettere ordine, mettere in collegamento i fatti in maniera quasi scientifica per ricostruire ciò che era accaduto e ricostruire la catena di comando che aveva portato a commettere quei crimini… ed arrestare esecutori e mandanti per portarli a processo.

Di preciso, quali sono state le difficoltà ad accedere al TPI?

Il TPI è un’istituzione molto strutturata, anche a livello di comunicazione, e controlla molto ciò che esce dal Tribunale stesso e come viene comunicato. A noi interessava fare un lavoro diverso, cioè raccontare chi ci aveva lavorato dietro le quinte.

Una delle intepreti intervistate - da Resolution 808 Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

Una delle interpreti intervistate – da “Resolution 808” di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

La storia di cui ci siamo occupati subito – e forse rappresenta una delle storie più interessanti del libro – è quella degli interpreti, che per antonomasia stanno dietro le quinte, ma in qualche modo sono la spina dorsale invisibile del lavoro del tribunale. Lavoro che si svolge in inglese, in parte in francese e, ovviamente, in serbo-croato o come lo chiama il tribunale “BCS” (Bosnian/Croatian/Serbian).

Durante le udienze passavano attraverso il loro corpo, proprio fisicamente, le voci e le testimonianze delle vittime, ma anche degli accusati, dei giudici, degli avvocati. Mi ha spinto a seguire questa strada anche la lettura del libro di una ex interprete – Ellen Elias-Bursać – uscito nel 2015, “Translating Evidence and Interpreting Testimony at a War Crimes Tribunal: Working in a Tug-of-War“.

Molte sono donne, la maggior parte proviene dai territori della ex Jugoslavia; quindi, hanno anche esperienza di prima mano del conflitto… e il loro lavoro non è quasi mai stato raccontato.

Quando abbiamo ottenuto l’autorizzazione ad accedere agli uffici, ci hanno proposto una serie interviste istituzionali: il presidente, il capo dell’ufficio del procuratore, alcuni giudici, avvocati. A noi non interessava parlare delle sentenze dal punto di vista giudiziario, ma far emergere il lato umano: cosa avevano provato nelle aule dei processi, o durante le indagini. Ma anche il vissuto delle guardie di sicurezza, che avevano il compito di accompagnare i detenuti.

Raccontare la loro esperienza, che per molti aveva rappresentato anche un anelito ideale nel cercare di riparare ai crimini commessi in quella guerra, e al contempo il lato quotidiano del lavoro d’ufficio, delle battute tra colleghi con dettagli anche ironici…

La stanza delle toghe al TPI - da Resolution 808 Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

La stanza delle toghe al TPI – da “Resolution 808” di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

A proposito del libro, si può dire che si basa su tre pilastri: persone, luoghi e oggetti?

Esatto. Un altro capitolo importante della parte del lavoro dentro al tribunale, a cui poi è seguita la seconda parte fatta nei Balcani, è che abbiamo avuto accesso ai corpi di reato presso l’ufficio del procuratore che negli anni di indagini ha raccolto nei teatri del conflitto.

Si tratta di una miriade di oggetti che provengono da fonti più disparate: dalle esumazioni di fosse comuni, per cui oggetti personali delle vittime; alcuni da teatri di scontro, altri da perquisizioni fatte sul campo; altre ancora direttamente consegnate dai testimoni.

Tutti questi oggetti, che abbiamo potuto fotografare in parte in soli quattro giorni, al momento sono inaccessibili e si sta decidendo cosa farne, vista la loro importanza. Perché rappresentano un’evidenza fisica della storia della guerra, tutti quegli oggetti riportano plasticamente a quegli anni. Oggetti che sono serviti all’identificazione delle vittime, ma anche a ricostruire gli eventi.

I quattro orologi di vittime del genocidio di Srebrenica - da Resolution 808 Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

I quattro orologi di vittime del genocidio di Srebrenica – da “Resolution 808” di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi

Ci fai un esempio di questi oggetti?

Ad esempio, quattro orologi che sono serviti nell’indagine su Srebrenica per determinare che queste vittime sono state fucilate tutte nello stesso orario: sono orologi automatici che si sono fermati dopo l’uccisione e dimostrano che è stata un’esecuzione, non di caduti in battaglia.

Gli anelli trovati addosso ai corpi esumati, serviti per identificare le singole vittime, che sono una parte dell’enorme lavoro fatto nei primi anni dal tribunale – in seguito dall’ICPM – necessario per avviare poi i processi.

Poi ci sono i luoghi del tribunale, di cui troviamo foto nel libro…

È una parte del lavoro molto importante per me, molto fotografica. Dentro quei luoghi, quasi dismessi perché il tribunale aveva già avviato la dismissione della sua operatività [per passare la conclusione di alcuni processi al Meccanismo residuale per i Tribunali Penali Internazionali, ndr]. Quindi molte stanze erano già state svuotate. A me interessava catturare in quegli spazi il fantasma di ciò che era avvenuto lì dentro. Spazi anche anonimi come uffici, corridoi e aule, dove però erano passate le vite di tantissime persone.

Ci parli della seconda parte del lavoro fatto nei Balcani?

Come dicevo, con la prima fase si è aperto una specie di Vaso di Pandora. Ciò che avevamo raccolto al TPI, ma anche ciò che sta accadendo oggi nei Balcani, è molto legato al lavoro che il Tribunale ha fatto. Per cui abbiamo deciso di proseguire, tra il 2020 e il 2021, cercando di raccontare altri due aspetti.

Innanzitutto, cosa sta succedendo oggi nei Balcani, una volta finito il lavoro all’Aja. Perché man mano le corti speciali locali hanno preso in carico i processi per crimini di guerra – che sono ancora oggi tantissimi – e non solo in Bosnia. Per cui siamo stati alla Corte speciale di Sarajevo, per capire quali sono oggi le difficoltà nel continuare i processi in loco: dai problemi finanziari, al tanto tempo trascorso dai fatti, alla mancanza dei testimoni che nel frattempo sono deceduti oppure così anziani da aver perso la memoria. O anche degli imputati, anziani, morti o non rintracciabili…

Il secondo aspetto che ci interessava sondare era quello di altri “attori”: avevamo sentito al TPI la pubblica accusa, il procuratore, le guardie di sicurezza, ma mancavano i condannati. Per cui ci siamo dedicati alla raccolta della storia di alcuni di questi, che dopo aver scontato la pena sono tornati a casa, in Serbia. Un tema che oltretutto si ricollega a ciò che è accaduto di recente con i funerali di Ratko Mladić a Belgrado, cioè la glorificazione dei criminali di guerra.

Abbiamo voluto andare a vedere, dopo la detenzione, cosa ne era stato di quattro di loro, che abbiamo incontrato appunto in Serbia. Hanno tra l’altro storie molto diverse, alcuni sono tornati a ricoprire un ruolo politico, come Vojislav Šešelj che aveva usato la platea del Tribunale per la sua retorica nazionalista e che ha continuato una volta tornato in Serbia. Nikola Šainović, il braccio destro di Slobodan Milošević che è stato condannato per crimini commessi in Kosovo, tornato ad essere membro del suo partito e rientrato nello spettro pubblico del paese.

Con questa parte del lavoro abbiamo tentato di dare anche il quadro della situazione oggi, attraverso persone che magari erano sconosciuti e sono diventati famosi grazie al fatto che sono stati processati e condannati. In un’ottima pubblicazione di due olandesi, “ICTY Celebrities: War Criminals Coming Home” di Barbora Holá and Olivera Simić (2018) viene analizzato proprio questo aspetto: ora attivi in politica, diventati autori di libri, chiamati in trasmissioni o a rilasciare interviste, cioè diventati delle “celebrità”.

Resolution 808, di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi - Editore Eriskay Connection

Resolution 808, di Jorie Horsthuis e Martino Lombezzi – Editore Eriskay Connection

Da fine settembre iniziate le presentazioni in Italia, dopo un tour nei Balcani e all’Aja. Cosa vorreste fare in futuro con questo vostro libro?

Sì, per esempio a Sarajevo abbiamo fatto due presentazioni a luglio. Durante il Festival WARM, è stato molto interessante perché si è trattato di un pubblico giovane, di altri paesi europei oltre che da paesi della regione dei Balcani, che ha fatto molte domande e ha apprezzato il nostro lavoro. Pur in un contesto in cui abbiamo avuto l’impressione che in Bosnia Erzegovina ci sia anche una certa stanchezza nel tornare su questi temi: si è parlato talmente tanto di quello che è accaduto negli anni ’90… e c’è molto desiderio di andare oltre, di pensare al futuro. Sebbene, da storico, mi viene da dire che è difficile guardare al futuro se non si ha conoscenza del passato.

Con la prima parte di lavoro avevo già realizzato una mostra presentata in diverse occasioni tra il 2018 e il 2022, ma ora che abbiamo anche il libro e molto più materiale vorremmo realizzare una mostra più completa. Per questo ci vogliono risorse, e con l’associazione Zona, che ci ha seguito fin qui per arrivare alla nascita del libro, speriamo di riuscire a trovare contesti e fondi.

Mi piacerebbe molto creare dei percorsi nelle scuole, perché al di là del tema specifico del Tribunale, la storia passata e il presente dei Balcani è ancora poco conosciuto… mentre ci può insegnare molto sulla storia europea e su cosa è l’Europa oggi.


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