Serbia: la tragedia di Novi Sad ancora senza un epilogo giudiziario

Tre procedimenti penali separati, seguiti da tre procure diverse, ostruzionismo, forti strumentalizzazioni politiche, perplessità sull’effettiva indipendenza di alcuni magistrati: a distanza di quasi due anni dal crollo della tettoia a Novi Sad, la giustizia sul caso che ha scosso la Serbia è ancora lontana

29/09/2026, Uglješa Bokić
Fiori e pelouche in memoria delle vittime di Novi Sad © Dusanka Ljubojevic/Shutterstock

Fiori e pelouche in memoria delle vittime di Novi Sad © Dusanka Ljubojevic/Shutterstock

Fiori e pelouche in memoria delle vittime di Novi Sad © Dusanka Ljubojevic/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Danas)

Nel giugno 2026, a più di un anno e mezzo dal crollo della tettoia in cui hanno perso la vita sedici persone, la Corte d’Appello di Novi Sad ha confermato l’atto di accusa, formulato dalla Procura generale del capoluogo della Vojvodina, nel procedimento riguardante l’accertamento delle responsabilità per le omissioni che hanno portato alla tragedia.

Con questa decisione è stata ribaltata la sentenza del Tribunale di Novi Sad, che nel dicembre del 2025 aveva respinto l’atto di accusa contro alcuni imputati, tra cui Goran Vesić, esponente di spicco del Partito progressista serbo (SNS) e ministro dell’Edilizia all’epoca dei fatti. Dopo la conferma della Corte d’Appello, tutti e tredici gli indagati, sospettati di gravi reati contro l’incolumità pubblica, si troveranno sul banco degli imputati.

Questo è uno dei tre procedimenti avviati a seguito della tragedia di Novi Sad e l’unico ad essere giunto all’istruttoria dibattimentale. Recentemente, la Corte d’Appello di Belgrado per la terza volta ha respinto l’atto di accusa sollevato dalla Procura generale di Belgrado contro tre persone accusate di atti di corruzione legati alla ricostruzione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

Il fascicolo è stato nuovamente rinviato al tribunale di primo grado per un riesame. Anche la Procura per la criminalità organizzata sta conducendo un’indagine, che però riguarda solo indirettamente il crollo della tettoia a Novi Sad, essendo focalizzata sulle potenziali irregolarità nel progetto di modernizzazione e ricostruzione della linea ferrovia che collega la Serbia e l’Ungheria.

In questa intervista per il quotidiano Danas, Radmila Dragičević Dičić, già giudice della Corte suprema e membro della Commissione d’inchiesta che ha indagato sulle cause del crollo della tettoia della stazione di Novi Sad, parla delle modalità di svolgimento dell’indagine e dei poteri delle procure coinvolte, sottolineando numerose criticità ed esprimendo perplessità sull’effettiva indipendenza della magistratura serba.

A distanza di oltre un anno e mezzo dal crollo della tettoia, è stato definitivamente confermato l’atto di accusa sollevato dalla Procura generale (VJT) di Novi Sad. La VJT aveva presentato la richiesta di rinvio a giudizio poche settimane dopo la tragedia, ma l’atto di accusa originario [riguardante tutti e tredici gli indagati] è stato confermato solo di recente. Come valuta le indagini condotte dalla VJT di Novi Sad? Ritiene che l’atto di accusa sia corroborato da prove solide?

La richiesta di rinvio a giudizio è stata depositata il 30 dicembre 2024, quindi poco meno di due mesi dopo la tragedia, un lasso di tempo insolitamente breve per un procedimento penale di tale rilevanza. Durante le indagini, è stata raccolta una vasta documentazione, sono stati ascoltati decine di testimoni e sono state effettuate numerose perizie. L’atto di accusa della VJT riguarda esclusivamente i reati gravi contro l’incolumità pubblica. Tra i tredici imputati ci sono quattro alti funzionari statali, compreso l’ex ministro Goran Vesić.

Quindi, dopo un anno e quasi sette mesi dalla tragedia, è stato finalmente reso noto che l’incriminazione è stata confermata e che il procedimento è giunto alla fase dell’istruttoria dibattimentale.

Nonostante le indagini preliminari siano state condotte tempestivamente, il fascicolo è rimasto molto tempo in tribunale, essendo stato sottoposto a due procedure di revisione. Si ha l’impressione che l’Alta Corte di Novi Sad, durante il riesame dell’atto di accusa, abbia fatto di tutto per escludere dal procedimento i funzionari del ministero dell’Edilizia e altri esponenti dell’SNS.

Non posso esprimere un giudizio sull’indagine in questa fase. La procura è evidentemente convinta della correttezza della sua decisione, e c’è sempre la possibilità di ampliare l’indagine e includere nuovi imputati.

Tuttavia, il procedimento ha subito ritardi non necessari, soprattutto a causa dell’insistenza dell’Alta Corte di Novi Sad su un’ulteriore revisione dell’atto di accusa contro i quattro funzionari dell’SNS, compromettendo così la fiducia dell’opinione pubblica nella possibilità di un procedimento giusto.

Nella mia lunga carriera da giudice, non mi è mai capitato di seguire un procedimento dove un tribunale, in fase di revisione dell’atto di accusa, abbia stabilito che non vi fossero prove a sostegno di un ragionevole sospetto e abbia deciso di sospendere il procedimento penale, ritenendo che non vi fossero motivi per formalizzare l’accusa.

Anche in casi molto più semplici, i tribunali non fanno valutazioni e analisi dettagliate delle prove nella fase di revisione dell’atto di accusa. È sufficiente stabilire che le prove presentate supportino il fondato sospetto di un reato, mentre durante il dibattimento vero e proprio, nel rispetto del principio del giusto procedimento, tutte le prove vengono valutate e ne vengono addotte di nuove.

La Corte d’Appello di Novi Sad ha finalmente posto rimedio al vizio formale di cui sopra, consentendo così l’avvio del processo, al termine del quale, nel rispetto di tutti i principi di un processo equo e pubblico, il tribunale emetterà una sentenza.

Gran parte dell’opinione pubblica si aspetta che il procedimento penale si concluda rapidamente. Quanto sono realistiche queste aspettative? Quanto durano in genere i procedimenti nei casi così complessi nelle democrazie avanzate dove la magistratura è molto più indipendente?

Si è già perso molto tempo. Il procedimento si è protratto per un periodo eccessivamente lungo nella fase di revisione dell’atto di accusa. Questo processo non può essere concluso rapidamente. Si tratta di un reato complesso, con più imputati e diversi gradi di responsabilità. È probabile che vengano richieste nuove perizie, che si proceda ad un riesame dei testimoni e che vengano addotte e valutate nuove prove. In base alla mia esperienza, e tenendo conto della prassi in altri paesi, il procedimento, nella fase del dibattimento, fino alla sentenza di primo grado, non può durare meno di un anno. Dopodiché, può essere proposto il giudizio d’appello, e quindi un nuovo processo.

In tutto questo, non dobbiamo dimenticare la parte lesa, cioè le vittime e il loro diritto ad un’indagine efficace e ad un procedimento giusto.

È chiaro che non sono state soddisfatte le condizioni per un processo efficiente ed efficace. Il principio del giusto procedimento è stato violato sin dall’inizio dai funzionari statali, i quali, con le loro dichiarazioni pubbliche inappropriate, hanno creato un clima in cui si ha l’impressione che la magistratura non sia immune da ingerenze politiche.

Recentemente, il presidente serbo ha dichiarato che la decisione della Corte d’Appello di Novi Sad è stata presa per pura arroganza, senza alcuna argomentazione. Si tratta dell’ennesima dichiarazione inopportuna che suggerisce, tra l’altro, come si muove la leadership al potere e chi difende e protegge.

A indagare sul caso della tettoia sono tre procure: la VJT di Novi Sad, la Procura per la criminalità organizzata (JTOK) e la Procura generale di Belgrado. Questo crea non poca confusione nell’opinione pubblica. Non sarebbe stato meglio che il caso fosse stato seguito da una procura nell’ambito di un unico procedimento penale?

A mio avviso, è più efficace condurre procedimenti separati, uno a Novi Sad e uno affidato alla JTOK. Sarebbe difficile gestire un unico procedimento, anche perché nei casi di reati contro la sicurezza pubblica, la vita e l’incolumità delle persone e la proprietà si applica una normativa completamente diversa rispetto a quella legata ai reati corruttivi, di cui la JTOK è responsabile.

Gli esperti criticano soprattutto l’indagine condotta dalla Procura di Belgrado. Persino la procura generale della Repubblica ha disposto il trasferimento del fascicolo alla JTOK. Ciononostante, la procura di Belgrado, all’ultimo momento, ha sollevato un atto di accusa, che però non è ancora stato confermato. Qual è la sua opinione al riguardo?

La commissione d’inchiesta, di cui faccio parte, si è a più riprese espressa sulla questione, sottolineando che il procedimento avviato dalla procura di Belgrado sin dall’inizio ha avuto lo scopo di ostacolare il procedimento a Novi Sad e quello seguito dalla Procura speciale per la criminalità organizzata. A mio avviso, il procedimento di Belgrado va a vantaggio dei funzionari accusati.

La Corte d’Appello ha annullato per ben tre volte la decisione dell’Alta Corte di Belgrado di confermare l’atto d’accusa, contestando la competenza di quest’ultima. Eventuali nuove prove avrebbero dovuto essere trasmesse alla procura di Novi Sad. Il pubblico ministero del capoluogo della Vojvodina, il 24 febbraio 2025, ha rilasciato una dichiarazione spiegando perché aveva deciso di non aprire un fascicolo per gli stessi reati per i quali la procura di Belgrado aveva emesso il controverso atto di accusa con procedura d’urgenza.

La commissione d’inchiesta ha concluso che il crollo della tettoia non è solo il risultato di singole omissioni tecniche, ma anche dell’elusione delle procedure e di potenziali pratiche corruttive. La commissione ha inoltre accertato che sussistono motivi di legittimo sospetto rigardo al coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato, ovvero sull’esistenza di “un’intesa corruttiva piramidale” ai vertici dello stato, e che Aleksandar Vučić è capo di tale gruppo. Su cosa si basano questi sospetti?

È vero che abbiamo espresso un parere sull’esistenza di motivi di sospetto circa le attività di un gruppo criminale organizzato, che si è unito per commettere atti criminali di corruzione.

La documentazione a cui abbiamo avuto accesso, a partire da un accordo commerciale firmato con il governo della Repubblica di Cina, e dai relativi allegati, con il precedente abbandono di un progetto significativamente più vantaggioso con l’UE, il coinvolgimento delle più alte autorità, lo scambio epistolare tra l’ufficio del presidente della Repubblica e l’ufficio del ministro dell’Edilizia e delle Infrastrutture all’epoca dei fatti, l’accelerazione dei lavori, la decisione ingiustificata di costruire una ferrovia a 200 km/h, la mancanza di trasparenza, le continue modifiche legislative per ridurre gli standard edilizi, le violazione del codice appalti e della legge sui rapporti obbligatori, la modifica di importanti regolamenti.

Tutti questi elementi rappresentano i presupposti per sospettare che diverse persone ai vertici dello stato e di alcune autorità competenti abbiano agito per un lungo periodo di tempo con un accordo diretto o tacito al fine di commettere atti di corruzione. In primo luogo, si tratta di reati di abuso d’ufficio, violazioni in materia di appalti pubblici, reati fiscali, riciclaggio di denaro, il tutto allo scopo di ottenere profitto finanziario e potere.

In teoria e in pratica, nell’ambito dell’attività di un gruppo criminale organizzato, oltre all’associazione a delinquere e all’acquisizione del potere, il gruppo agisce anche attraverso l’utilizzo del potere giudiziario, l’influenza sui magistrati e sulle procure, la strumentalizzazione dello spazio mediatico, delle forze dell’ordine e del potere legislativo, mediante continue modifiche legislative, l’adozione delle leggi speciali come norma, la costante repressione contro i cittadini, le minacce e l’ingaggio di persone legate al sottobosco criminale per provocare scontri e compiere atti intimidatori.

Allo stesso tempo, si instaura una congiura del silenzio, un’omertà, per proteggere i cosiddetti lealisti, compresi gli imputati sotto processo. Casi analoghi sono caratterizzati dalla tendenza a concedere promesse e grazie, come segno di protezione per i fedeli, e dall’impunità per i ministri e gli altri alti funzionari.

L’indagine condotta dalla Procura speciale per la criminalità organizzata (JTOK) riguarda in parte le azioni corruttive di funzionari statali. Ciò è bastato alla leadership al potere per accusare la procura di voler rovesciare il governo.

La JTOK ha infatti denunciato il fatto che le sue indagini vengono ostacolate, anche attraverso lo scioglimento della task force istituita per questo caso e la mancata collaborazione della polizia. Ritiene che la JTOK disponga di meccanismi adeguati per costringere il ministero dell’Interno a collaborare? Secondo lei, la JTOK riuscirà a contrastare lo ostruzionismo e a sollevare un atto di accusa?

La Procura speciale ha informato il pubblico della mancata collaborazione della polizia, ed è un fatto positivo. Ha inoltre ricevuto il sostegno della magistratura e dei cittadini.

Ritengo che, per ragioni di trasparenza e responsabilità futura, la JTOK si debba avvalere dei poteri previsti dall’articolo 44, paragrafi 2 e 3 della legge di procedura penale, e informare il governo e il parlamento dell’inazione delle aurorità competenti, compresa la polizia e il ministro dell’Interno. Può anche richiedere l’avvio di procedimenti disciplinari.

È vero che tutte queste azioni sono disperate e destinate al fallimento, ma sono necessarie per l’integrità del pubblico ministero e per documentare l’inerzia e l’inosservanza della legge.

Ritengo che in alcune azioni della polizia e di altre autorità competenti si siano configurati gli elementi costitutivi del reato di ostruzione alla giustizia previsto dall’articolo 336b del Codice penale, quando le autorità di polizia e di altri organismi statali ostacolano lo svolgimento dei procedimenti penali con la loro inerzia e la mancata osservanza della legge. Si potrebbe anche configurare il reato di abuso d’ufficio, anche nell’ambito di un piano e di un accordo più ampi volti a garantire la protezione di determinati funzionari statali.

In teoria, la Procura speciale potrebbe lavorare senza la collaborazione della polizia, ammesso che disponga della maggior parte del materiale raccolto dalla task force. Potrebbe avvalersi di esperti indipendenti, cosa che forse ha già fatto. Tutto ciò richiede molto tempo e comporta costi elevati. Si pone inoltre la questione della possibilità di ricorrere in tribunale in questo momento. Sussistono dubbi sull’indipendenza e l’imparzialità di alcuni colleghi, nonché sulle modalità di selezione dei giudici che si occupano di determinati casi nel cosiddetto Tribunale speciale.

L’importante è che la JTOK continui a raccogliere e analizzare le prove. Questa procura non può informare il pubblico su tutte le sue azioni.

Il crollo della tettoia ha suscitato forte indignazione pubblica, che si è poi trasformata in proteste studentesche. Se i cittadini non fossero scesi in piazza, l’andamento delle indagini sarebbe stato diverso?

Le proteste studentesche hanno contribuito all’apertura del procedimento, alla pubblicazione della documentazione e al coinvolgimento di diversi esperti. Hanno dato il via ad una mobilitazione ormai inarrestabile e all’aspirazione dei cittadini a creare un sistema dove le istituzioni operino nell’ambito delle proprie competenze, nel rispetto della legge e in modo equo nei confronti di tutti i cittadini.

Gli studenti hanno smascherato la corruzione, denunciando un governo che difende i suoi fedelissimi, utilizza la forza contro i cittadini, abusa, tortura, umilia, mente e poi accusa gli stessi studenti e cittadini di voler rovesciare l’ordine costituzionale. Solo un governo marcio fino al midollo e legato alla criminalità organizzata si difende in questo modo.

Lei è stata giudice in importanti casi di criminalità organizzata e ha partecipato ai procedimenti per l’attentato a Zoran Đinđić e l’omicidio di Ivan Stambolić. Volendo fare un confronto tra le istituzioni serbe di oggi e quelle del periodo in cui la Serbia si era impegnata a contrastare la criminalità organizzata all’inizio degli anni 2000, ritiene che il pubblico ministero che oggi avvia un’inchiesta sulla leadership politica gode di maggiore o minore protezione istituzionale?

Era stato difficile agire in quei casi, sia per i pubblici ministeri che per i magistrati. Ci eravamo trovati nel mirino delle autorità statali. Ad un certo punto ci era sembrato di essere stati lasciati soli a lottare contro la corruzione e la criminalità organizzata. Avevamo subito minacce e tentativi di corrompere giudici e pubblici ministeri. Tuttavia, era prevalsa una particolare unità, la tenacia delle forze sane della magistratura, della procura, della polizia, dei servizi segreti, il desiderio di far crollare un sistema statale profondamente criminalizzato che aveva ucciso il primo ministro e, in precedenza, gli oppositori politici, seminando il terrore. Lo avevamo fatto per i nostri figli, per il futuro del paese. Avevamo tutti firmato dichiarazioni, affermando di essere consapevoli che lo stato non poteva garantire la nostra sicurezza. Avremmo potuto fare molto di più, ma ad un certo punto ci siamo fermati, quando, per l’ennesima volta, è emersa la corruzione.

Credo che i pubblici ministeri e i magistrati che oggi esprimono apertamente la propria indipendenza e autonomia godano di minore tutela istituzionale. C’è meno unità, meno coraggio, e molta ipocrisia tra i colleghi.

Siamo in attesa dell’apertura del dibattimento nel processo a Novi Sad e, se gli atti di accusa formulati dalla Procura speciale e quella di Belgrado venissero confermati, avremmo tre procedimenti penali. Ritiene che oggi nella magistratura serba ci siano ancora dei giudici capaci di procedere in modo indipendente, a prescindere da eventuali pressioni?

Innanzitutto, mi preme precisare che non è possibile avviare un procedimento sulla base dell’atto di accusa della Procura di Belgrado. Quel fascicolo può solo essere unito al caso seguito dalla Procura speciale o a quello della Procura di Novi Sad.

Abbiamo certamente un numero sufficiente di giudici indipendenti che resistono alle varie pressioni. Lo conferma la recente decisione della Corte d’Appello di Novi Sad. Resta da vedere, però, se tutti questi casi in corso verranno naturalmente assegnati ai giudici competenti, oppure se i presidenti dei tribunali li indirizzeranno a quei giudici che ritengono fedeli alla leadership politica e sui quali possono esercitare pressioni.

Tuttavia, l’esperienza insegna che i magistrati più leali al potere politico sono anche più attenti ai cambiamenti, e un domani saranno pronti a giudicare secondo la volontà di un altro governo. Questo è pericoloso per qualsiasi paese. Abbiamo bisogno di magistrati indipendenti e imparziali in ogni momento.

La tragedia di Novi Sad ha evidenziato un alto livello di corruzione nei grandi progetti infrastrutturali. Al momento, la leadership al potere è attivamente impegnata nella realizzazione di grandi opere come la costruzione di nuove autostrade e di uno stadio nazionale, l’EXPO 2027, ecc., senza praticamente alcun controllo sulla spesa pubblica. Ritiene che la ricostruzione della linea ferroviaria ad alta velocità e della stazione ferroviaria di Novi Sad possa fungere da esempio di come il denaro pubblico venga sottratto attraverso grandi progetti infrastrutturali?

La commissione d’inchiesta si è già espressa sulla questione. La realizzazione del progetto di ricostruzione della ferrovia rappresenta il modus operandi per altri progetti simili. Le leggi vengono modificate, si adottano leggi speciali, si aboliscono gli appalti pubblici, partecipano appaltatori e subappaltatori leali al governo, non c’è alcun controllo, non c’è trasparenza, la credibilità di tutte le istituzioni competenti è compromessa.

Secondo lei, se l’attuale leadership dovesse rimanere al potere, si riuscirebbe ad assicurare alla giustizia tutti i responsabili del crollo della tettoia a Novi Sad?

No, non credo.


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