Bosnia Erzegovina ai Mondiali, la vittoria più grande è fuori dal campo

Pur essendosi fermata ai sedicesimi, la nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina ha raccolto le simpatie dei tifosi di tutto il mondo con il suo talento e la sua energia positiva. Ma la conquista più grande è quella raggiunta fuori dal campo, dimostrando come il calcio possa rafforzare il senso di unità e convivenza in un paese dilaniato dal nazionalismo

03/07/2026, Edin Krehić
I festeggiamenti a Sarajevo dopo la vittoria con il Qatar ai Mondiali 2026. Foto: Sead Kresevljakovic

I festeggiamenti a Sarajevo dopo la vittoria con il Qatar ai Mondiali 2026. Foto: Sead Kresevljakovic

I festeggiamenti a Sarajevo dopo la vittoria con il Qatar ai Mondiali 2026. Foto: Sead Kresevljakovic

Ogni viaggio ha una fine. La Bosnia Erzegovina è stata eliminata dai Mondiali di calcio, perdendo contro gli Stati Uniti, uno dei paesi ospitanti, per 2-0. Il risultato ha segnato la fine della partecipazione della Bosnia Erzegovina al campionato, ma non ha cancellato la storia scritta dalla nazionale.

Dal fischio finale dell’arbitro, video di tifosi bosniaco-erzegovesi in lacrime sugli spalti si sono susseguiti sui social e sugli schermi televisivi. Erano le lacrime di persone che, per la prima volta dopo tanto tempo, hanno capito che la nazionale della BiH poteva unire il paese e la sua diaspora dispersa.

I festeggiamenti a Sarajevo dopo la vittoria con il Qatar ai Mondiali 2026. Foto: Edin Krehić

I festeggiamenti a Sarajevo dopo la vittoria con il Qatar ai Mondiali 2026. Foto: Edin Krehić

Il profumo dei gigli si diffonde nel campo

Le immagini di decine di migliaia di bosniaco-erzegovesi che cantano per le strade delle città americane hanno fatto il giro del mondo. Le bandiere, le sciarpe e una moltitudine di voci che intonano “Poljem se širi miris ljiljana” [Il profumo dei gigli si diffonde nel campo] sono diventate una delle immagini più memorabili di questi Mondiali. Dopo la morte del cantante Halid Bešlić, questa canzone ha assunto un nuovo significato ed è diventata una sorta di inno di una generazione che, a migliaia di chilometri dalla propria patria, ha celebrato la Bosnia Erzegovina.

Per tanti cittadini della BiH, Halid Bešlić è molto più di un semplice cantante di musica folk. Occupa un posto speciale nella cultura bosniaco-erzegovese, simile a quello riservato ai grandi cantautori nella cultura italiana. Parliamo di artisti le cui canzoni sono diventate la voce della gente comune, dell’amore, della nostalgia, della patria e della memoria collettiva.

Allo stesso tempo, la canzone dei Dubioza Kolektiv “I Am From Bosnia, Take Me to Bosnia” risuonava negli stadi. Poco dopo, sui social sono apparsi video di tifosi americani che indossavano magliette con la scritta “I Am From America, Take Me to Bosnia”, una risposta di solidarietà che ha dimostrato come la nazionale della BiH avesse conquistato ben più della semplice simpatia del pubblico.

Molti cittadini di Croazia, Serbia e di altri paesi dell’area post-jugoslava hanno appoggiato pubblicamente la nazionale bosniaco-erzegovese, dimostrando che il calcio a volte riesce ad aprire uno spazio che la politica non riesce (o non vuole) trovare per anni.

Edin Krehić

Numerosi media stranieri e commentatori sportivi hanno definito i tifosi bosniaci come una delle più belle sorprese del campionato, sottolineando il loro entusiasmo, la loro lealtà e l’atmosfera che hanno creato negli stadi e nelle strade delle città americane. La Bosnia Erzegovina non è riuscita a raggiungere la vetta del mondo, ma ha mostrato al mondo un volto di un paese che raramente emerge dalle notizie: un paese di musica, unità, dignità e persone che portano la loro patria nel cuore, ovunque vivano.

La Bosnia Erzegovina ha partecipato per la prima volta ai Mondiali nel 2014. Oggi è di nuovo tra le migliori al mondo, ma con una generazione completamente nuova. Si tratta di giovani giocatori perlopiù nati all’estero. Sono cresciuti in Svezia, Germania, Austria, Svizzera, America e altri paesi, figli di persone che hanno lasciato la Bosnia Erzegovina a causa della guerra o in cerca di una vita più sicura. Parlano con accenti diversi, ma indossano le maglie con lo stesso stemma.

Il ritorno dei figli

“Non rubiamo i giocatori, riportiamo a casa i nostri figli”, ha affermato Emir Spahić, direttore della nazionale della BiH, riassumendo in una sola frase l’idea alla base della creazione di questa squadra. In sostanza, si tratta del ritorno di una generazione di giovani sparsi per il mondo nel paese dei loro genitori.

Per questi giovani è stato un campionato impegnativo. Dopo drammatici calci di rigore, hanno eliminato prima il Galles e poi l’Italia nei play-off. In un paese con tre milioni e mezzo di abitanti, sono iniziati i festeggiamenti attesi da anni. Sarajevo, Tuzla, Zenica, Mostar, Bihać e decine di altre città sono state invase da fiumi di persone. Le bandiere sventolavano, la gente cantava fino all’alba, colonne di auto sfilavano per le strade e le piazze sembravano palcoscenici di una grande festa.

Il sostegno non si è limitato alla Bosnia Erzegovina. Molti cittadini di Croazia, Serbia e di altri paesi dell’area post-jugoslava hanno appoggiato pubblicamente la nazionale bosniaco-erzegovese, dimostrando che il calcio a volte riesce ad aprire uno spazio che la politica non riesce (o non vuole) trovare per anni.

Tifosi in preghiera. Foto: Sead Kresevljakovic

Tifosi in preghiera. Foto: Sead Kreševljaković

Allo stesso tempo, nelle strade stava accadendo qualcosa che andava oltre lo sport. Tra le migliaia di bandiere, sono ricomparsi i gigli, storico simbolo della Bosnia medievale e della bandiera con cui la Bosnia Erzegovina ha ottenuto il riconoscimento internazionale nel 1992. Si è insistito per anni sull’attuale bandiera nazionale e su un inno senza parole, simboli creati a seguito di compromessi politici dopo la guerra, tant’è vero che la maggior parte dei cittadini li aveva accettati come simboli di stato, seppur con certo distacco emotivo.

In occasione dei Mondiali 2026, molti hanno deciso di sventolare la bandiera con i gigli, senza per questo rinnegare gli attuali simboli di stato, ma come messaggio che l’identità storica non può essere cancellata dagli accordi politici. Mentre in Republika Srpska si sono registrati casi di confisca illegale da parte della polizia di bandiere con i gigli e tentativi di presentarle come provocazione, per migliaia di persone esporre quella bandiera è stato un atto di ribellione e una manifestazione di appartenenza. Il messaggio è semplice: in Bosnia Erzegovina c’è spazio per la bandiera attuale, ma anche per un simbolo che molti percepiscono come parte della memoria storica.

Srebrenica

Le immagini dei tifosi bosniaco-erzegovesi si sono susseguite sui social media e sugli schermi televisivi ben oltre il torneo. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade delle città americane, dipinte di blu e giallo e sventolando bandiere con gigli, trasformando piazze e viali in luoghi di canto, danza e condivisione. Per molti americani e canadesi, che raramente incontrano la comunità bosniaca in numeri così elevati, è stata un’esperienza inaspettata e un’occasione di conoscere un popolo la cui diaspora è tra le più organizzate del Nord America.

Proprio in America è nato Esmir Bajraktarević, la cui famiglia è originaria di Srebrenica, città dove l’esercito serbo aveva commesso il genocidio nel 1995. La famiglia di Esmir aveva trovato rifugio in America. È stato il suo gol ai rigori contro l’Italia a portare la Bosnia Erzegovina ai Mondiali. Un video del piccolo Esmir, ancora bambino in America, che indossava con orgoglio la maglia di Edin Džeko, si è diffusa rapidamente sui social. Vent’anni dopo, i due si sono ritrovati a giocare insieme nella nazionale della BiH.

Il quarantenne Džeko, capitano e il più grande simbolo del calcio bosniaco, non vedeva l’ora di giocare al fianco del ragazzo che un tempo lo considerava il suo eroe. Edin Džeko è stato per anni il volto della nazionale nelle partite più difficili e importanti, un giocatore che ha visto il susseguirsi delle generazioni, insegnando ai suoi compagni la continuità. Anche negli ultimi anni della sua carriera, è rimasto un punto di riferimento.

“Per Srebrenica, i risultati raggiunti dalla nostra nazionale sono molto più che semplici eventi sportivi”, afferma Ahmed Hrustanović, funzionario religioso di Srebrenica il cui padre e numerosi parenti sono stati uccisi nel genocidio. “I nostri figli indossano con orgoglio la maglia della nazionale per le strade della città. Un tempo era impensabile. Oggi è ancora più bello e ci commuove vedere i bambini giocare nei cortili scolastici con le maglie della nazionale della BiH.”

Per Hrustanović, ogni partita è una storia di vita, di vittoria e di speranza, e questo vale soprattutto per il giovane Esmir con la maglia numero 20.

“I genitori di Esmir sono sopravvissuti al genocidio, i suoi nonni sono stati uccisi e l’ideologia serba voleva che loro e i loro discendenti non esistessero più. Oggi, il loro figlio indossa la maglia della Bosnia Erzegovina e rappresenta la sua patria in tutto il mondo. Questa è una risposta al male, una risposta fatta di impegno, successo, dignità e amore per il proprio paese”, afferma Hrutanović.

Ecco perché, secondo lui, ogni partecipazione di Esmir ai Mondiali ha suscitato emozioni particolari tra la popolazione di Srebrenica.

La vita trova sempre una via

Secondo Hrustanović, Esmir è simbolo della vita che trova sempre la sua strada. “È la prova vivente che persone di successo, atleti e modelli per le nuove generazioni possono provenire da Srebrenica. Oggi la Bosnia Erzegovina è una realtà molto più ampia di prima, e questo si riflette nei nostri figli, nei loro successi, nei loro cuori e sui campi di tutto il mondo e della nostra patria. Questa è la vittoria più grande e la migliore risposta a tutti quelli che pensavano che saremmo scomparsi”, afferma Hrustanović.

Tutto questo accade in un momento in cui la Bosnia Erzegovina sta attraversando una delle crisi politiche più gravi dalla fine della guerra. La retorica di alcuni politici nazionalisti serbi e croati fa riemergere la questione della divisione, della secessione e del futuro dello stato bosniaco-erzegovese. Proprio per questo motivo, il successo della nazionale di calcio è stato visto da molti come la prova che in Bosnia Erzegovina esiste ancora un forte senso di unità e di resistenza alla divisione.

“Credo sarebbe irrealistico aspettarsi che uno o due successi sportivi possano cambiare radicalmente la realtà politica o risolvere gli annosi problemi latenti in Bosnia Erzegovina”, afferma Muamer Tanović, giornalista sportivo e politico di lunga data.

Tuttavia, lo sport può cambiare il clima che si respira in una società. Molti esempi hanno dimostrato che in BiH c’è più buona volontà e rispetto reciproco di quanto spesso suggerisca il discorso politico.

È solo l’inizio

“Lo sport ha un grande potere di far emergere emozioni umane condivise. Se dallo sport si riesce ad imparare un insegnamento più profondo di una euforia fugace, allora i successi possono avere un significato duraturo”, sottolinea Tanović. “Non perché cambieranno la politica, ma perché possono cambiare il modo in cui i cittadini della Bosnia Erzegovina guardano ai propri connazionali. E quando il clima sociale cambia, è più facile credere che siano possibili altri cambiamenti positivi verso una società in cui ci sarà più spazio per la cooperazione e la creazione di un’identità collettiva, e meno per una retorica che insiste sulle differenze”.

I Mondiali continuano senza la Bosnia Erzegovina, ma per questa giovane nazionale è solo l’inizio di una storia che si prospetta lunga.

Tag: Sport