Andriy Movchan, oppressione e lotta di liberazione tra Ucraina e Palestina
Nell’aprile 2026 l’attivista di sinistra ucraino Andriy Movchan si è imbarcato sulla Global Sumud Flotilla insieme alla sua connazionale e attivista Nina Potarska. In questa intervista, Movchan condivide la sua esperienza e racconta il parallelismo che unisce il sostegno al popolo palestinese e ucraino oppressi dall’occupazione

Global Sumud Flotilla © NICORIVERAPH/Shutterstock
Global Sumud Flotilla © NICORIVERAPH/Shutterstock
(Questa intervista è stata originariamente pubblicata su Meridiano 13)
Andriy, alla fine di aprile tu e l’attivista Nina Potarska vi siete imbarcati sulla Global Sumud Flotilla, come primi partecipanti ucraini. Perché avete preso parte a questa missione in rappresentanza di un paese invaso e come è possibile conciliare la lotta per la solidarietà palestinese con il conflitto che sta devastando il vostro paese?
Quando mi trovavo sulla nave-prigione sequestrato dalle forze israeliane, in mezzo al mar Mediterraneo, circondato da guardie armate con distintivi israeliani, guardavo e pensavo: “Come sono finito qui? Cosa ci faccio qui? Come ha fatto il corso della mia vita a portarmi a questo punto?”. Perché è inaspettato che un ucraino si ritrovi nel mar Mediterraneo, in mezzo a un gruppo di attivisti rapiti, sorvegliati da soldati israeliani. Ma d’altra parte è anche logico che fossi lì, perché a un certo punto ho sentito che era mio dovere unirmi alla Flotilla.
Quando ho visto la prima Flotilla nel settembre 2025, ho deciso che dovevo esserci a tutti i costi e che l’Ucraina doveva essere rappresentata in questa missione.
Chi è Andriy Movchan
Andriy Movchan è un attivista ucraino di sinistra che attualmente vive in esilio politico a Barcellona a seguito di ripetute aggressioni fisiche subite a Kyiv da parte dell’estrema destra. Attualmente è attivo nella Rete europea di solidarietà con l’Ucraina (Ensu), che riunisce organizzazioni di sinistra di tutta Europa a sostegno della resistenza ucraina contro l’imperialismo russo. La sua posizione politica, che definisce anticampismo, sostiene che le nazioni invase e occupate abbiano il diritto all’autodeterminazione a prescindere dagli allineamenti geopolitici, una convinzione che lo ha portato a unirsi al sostegno internazionale al popolo palestinese oppresso dall’occupazione israeliana.
Nell’aprile del 2026, Movchan si è imbarcato sulla Global Sumud Flotilla insieme alla sua connazionale e attivista Nina Potarska, diventando così i primi partecipanti ucraini alla missione. L’imbarcazione che li trasportava è stata intercettata dalle forze navali israeliane vicino a Creta, ed entrambi sono stati arrestati prima di essere rilasciati in seguito a pressioni internazionali.
Appartengo alla Rete europea di solidarietà con l’Ucraina, che riunisce sindacati e organizzazioni in Europa che sostengono la resistenza ucraina contro l’imperialismo russo. La nostra posizione è anticampista: crediamo che le nazioni oppresse, invase e occupate abbiano il diritto all’autodeterminazione e a una vita libera, indipendentemente dallo schieramento geopolitico a cui appartiene il governo e quello dell’oppressore.
Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, siamo stati in costante dibattito con la frangia più radicale della sinistra che rifiutava la solidarietà con l’Ucraina perché il suo oppressore – la Russia – si dichiara anti-americano. Noi sosteniamo che tutti gli imperialismi, tutti gli aggressori, debbano essere condannati. Quando si è trattato della Palestina, quando è iniziato il genocidio a Gaza, per noi è stato naturale sostenere il popolo palestinese e opporci all’occupazione e alle politiche aggressive di Israele.
Purtroppo una parte significativa della sinistra, soprattutto quella radicale, semplifica eccessivamente la realtà, riducendola alla mera opposizione all’imperialismo egemonico. Per molti è più facile semplificare ed eliminare le sfumature, perché queste non permettono di radicalizzare la propria posizione fino all’estremo. Per questo posizioni più articolate e complesse risultano scomode.
Uno degli obiettivi della nostra partecipazione alla Flotilla era proprio questo: dimostrare che opporsi contemporaneamente a entrambi gli imperialismi non solo è possibile, ma anche ovvio.
Credo che la presenza ucraina sulla Flotilla rappresenti una tappa molto importante nello sviluppo del movimento antimperialista. Per la stragrande maggioranza della sinistra in Occidente, America Latina e Medio Oriente, il rifiuto della logica campista è un concetto nuovo. Perciò mi sento uno dei pionieri di questa tendenza. La presenza ucraina nella Global Sumud Flotilla è un contributo significativo all’agenda globale della sinistra.
Poco dopo la partenza, le forze navali israeliane hanno intercettato diverse imbarcazioni della Flotilla al largo delle coste di Creta, tra cui quella su cui viaggiavate tu e Nina. Le testimonianze parlano di diffusi abusi e violazioni dei diritti umani subiti dagli attivisti, perpetrati dalle forze israeliane. Puoi raccontarci cosa è successo?
In effetti ci aspettavamo di essere intercettati nella cosiddetta “zona arancione” tra Cipro e la Palestina, come era già successo alla precedente Flotilla. Nessuno si aspettava che parte della Flotilla venisse intercettata appena quattro giorni dopo la partenza dalla Sicilia, quando ci stavamo avvicinando a Creta. È stato talmente inaspettato che, quando abbiamo avvistato dei droni sopra la nostra imbarcazione e abbiamo visto alcune navi, abbiamo tutti pensato che si trattasse della guardia costiera greca.
Ma quando sono saliti a bordo e hanno iniziato a puntarci contro pistole e puntatori laser verdi (non posso dimenticare come il puntatore del laser mi appariva costantemente sul petto), ho notato il loro accento ebraico in inglese e mi sono reso conto che non erano greci. Quello è stato l’unico momento in cui mi sono spaventato. In realtà mi aspettavo più ansia e più paura da parte mia, ma quello che ho capito è che il coraggio è contagioso. La fiducia delle persone intorno a me e la dedizione alla causa mi hanno dato una grande carica morale.
Quando siamo stati intercettati ci hanno trasferiti su un gommone Zodiac: l’intera scena sembrava uscita da un videogioco, tipo Cyberpunk. Erano le due del mattino, una notte buia, il cielo e il mare completamente neri. Si vedevano solo stelle e droni, e ci trovavamo su un’imbarcazione ad alta velocità e tecnologicamente avanzata, circondati da soldati, diretti chissà dove. Non c’era terra all’orizzonte e nessun’altra nave in vista, era come se stessimo andando nel buio più totale.
Quando siamo arrivati sulla nave-prigione in mare aperto, il livello di violenza è aumentato. Ci hanno messi in ginocchio con la testa china, alcuni sono stati picchiati, fortunatamente non io. Un attivista è stato colpito alla gamba da un proiettile di gomma e ha perso molto sangue. Siamo stati interrogati con le mani appoggiate alla parete di metallo, a testa bassa, mi hanno messo di fronte a una bandiera israeliana su quella parete. Poi mi è stato riferito che alcune persone sono state costrette a baciare la bandiera.
Inizialmente i soldati israeliani erano riluttanti a usare violenza eccessiva contro gli attivisti, ma ci sono state alcune forme di umiliazione che non implicavano danni fisici. Uno degli episodi più disgustosi di cui mi è stato riferito è accaduto durante la seconda notte sulla nave: alcune persone dormivano nei container, che erano pieni e non c’era posto per tutti, quindi alcuni dormivano fuori sul ponte. Quelli che si trovavano sul ponte sono stati deliberatamente inondati di acqua.
Ci hanno interrogati sui nostri dati personali e mi ha sorpreso che mi abbiano chiesto informazioni su eventuali problemi di salute. Inizialmente mi è sembrato strano, ma poi ho capito: temevano di uccidere qualcuno. Umiliare, fare del male, torturare è una cosa, ma rapire cittadini europei e restituire un cadavere al loro governo è tutt’altra cosa.
Abbiamo trascorso 40 ore sulla nave prigione, poi dopo le pressioni internazionali sono stati costretti a rilasciarci a Creta.
Sono stato fortunato, ma questo non significa che quanto è successo sia accettabile. Rapire persone che non hanno commesso alcun reato è addirittura contro la legge israeliana stessa. Eravamo completamente innocenti. Questo non è normale.
Qual è stata la reazione del governo e della società civile ucraina nei tuoi confronti? Ritieni che la tua partecipazione abbia contribuito a richiamare maggiore attenzione sulla questione palestinese nel tuo paese?
Inaspettatamente, il ministero degli Affari Esteri ucraino si è dimostrato molto disponibile. Dopo essere stata rilasciata, la mia compagna attivista Nina è stata contattata dal consolato ucraino, che le ha fornito fondi di emergenza, assistenza pratica e contatti utili. Ne è rimasta piacevolmente sorpresa.
Dopo gli abusi ad Ashdod, il ministero ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui condannava il trattamento riservato ai partecipanti alla Flotilla. Non ce lo aspettavamo. Sono più che certo che la nostra partecipazione abbia avuto almeno un certo effetto sulla posizione pubblica dello stato ucraino. È un piccolo risultato, certo non è sufficiente, ma è meglio di niente.
In Ucraina ci troviamo in una situazione paradossale, l’opposto di quella europea. Il nostro governo adotta una posizione più ragionevole ed equilibrata sulla Palestina rispetto alla parte più attiva della società civile. La società civile ucraina è liberale e nazionalista: esiste un settore significativo che sostiene direttamente Israele, soprattutto nei media, profondamente influenzati dalla propaganda israeliana e dai gruppi di lobby sionisti attivi sui social media.
Di fatto, abbiamo subito pressioni attive e aggressive da parte loro. Il resto della società è piuttosto indifferente alla causa palestinese, il che è comprensibile dato che abbiamo la nostra guerra e questa è la priorità assoluta per tutti.
Ma siamo rimasti sinceramente sorpresi da quante persone che sostengono la Palestina siamo riusciti a trovare e a riunire: musulmani ucraini che prestano servizio nelle forze armate ucraine, ma anche rifugiati ucraini che vivono all’estero e che, dopo tutte le proteste in Europa, hanno acquisito maggiore consapevolezza sulla causa palestinese. E anche persone di origine ucraina che vivono in paesi arabi e musulmani. Queste persone si sentivano molto isolate, avevano bisogno di una voce – e noi siamo diventati quella voce.
A Gaza vivevano alcune centinaia di ucraini, per lo più donne che hanno sposato studenti palestinesi in Ucraina, la maggior parte è stata evacuata insieme alle famiglie dal governo ucraino già due anni fa.
Com’era l’atmosfera a bordo della Flotilla, tra attivisti provenienti da oltre 70 paesi diversi? C’era consapevolezza o curiosità verso la partecipazione di attivisti ucraini?
In generale temevo che non saremmo stati visti bene e che saremmo stati accolti con sospetto, ma la mia preoccupazione si è rivelata infondata: siamo stati accolti e questa è stata una piacevolissima sorpresa. I partecipanti alla Flotilla si sono dimostrati molto più accoglienti nei confronti degli ucraini rispetto alla media della sinistra europea. Ho anche incontrato molte persone che avevano sostenuto l’Ucraina in diverse occasioni – giornalisti, medici, volontari – che erano venuti con lo stesso senso del dovere di sostenere la Palestina.
Dall’ottobre 2023, gli occhi del mondo sono puntati sul genocidio in corso a Gaza, mentre si è indebolita l’attenzione globale sulla Cisgiordania, dove gli attacchi continui e impuniti da parte dei coloni israeliani verso la popolazione palestinese non si sono mai fermati. In che modo, a tuo parere, l’esperienza dell’Ucraina sotto l’aggressione russa permette di comprendere o interpretare la situazione della popolazione di Gaza? Quali sono, a tuo avviso, i parallelismi coloniali tra l’occupazione della Cisgiordania e i territori ucraini occupati, e perché è importante farli emergere in questo momento?
Dopo aver preso parte alla Flotilla ho iniziato a sentire questi legami in maniera ancora più profonda, a causa del mio coinvolgimento personale nella causa palestinese. Ma vedo anche collegamenti oggettivi e diretti. Ad esempio, durante la formazione per la Flotilla abbiamo discusso di diversi aspetti dell’occupazione.
Uno di questi era l’occupazione economica e l’espropriazione e il sequestro delle proprietà palestinesi. La nostra famiglia possiede un appartamento nei territori occupati dalla Russia, nella città natale di mia madre. Ora gli occupanti hanno approvato una legge che stabilisce che, per poter accedere legalmente alla propria proprietà, è necessario ottenere il passaporto russo, altrimenti la proprietà verrà espropriata e molto probabilmente assegnata a un colono russo.
Questo aspetto dell’espropriazione, dei coloni e della deliberata alterazione della composizione etnica dei territori occupati, tutto questo per me è molto familiare, solo che le modalità operative sono diverse.
La distanza etnica tra palestinesi e israeliani è ampia nonché deliberatamente enfatizzata dallo stato israeliano: gli occupanti non riescono a integrare i palestinesi nella loro società, non possono rieducarli e assimilarli come ebrei. L’obiettivo dell’occupazione israeliana è quello di ottenere quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi.
La pratica dell’occupazione russa, a causa delle vicinanze culturali ed etniche, è quella di ottenere quanto più territorio possibile con la maggior popolazione possibile, al fine di impadronirsi non solo del territorio ma anche di “materiale umano” per trasformare gli ucraini in russi. Per questo motivo rieducano gli ucraini nei territori occupati, rapiscono i bambini, cancellano la loro identità e li militarizzano per la guerra contro l’Ucraina. Questi meccanismi di occupazione sono diversi, ma entrambi sono occupazioni.
E lo dico con le dovute scuse ai miei compatrioti ucraini: per certi aspetti, la situazione palestinese è più difficile. Nel nostro caso, si può scegliere di diventare un collaborazionista per salvare la propria vita o i propri beni. Ai palestinesi non viene nemmeno data questa possibilità.
Esiste in Ucraina uno spazio, magari all’interno di movimenti di sinistra, sociali o sindacali, per un dibattito sulla solidarietà internazionale che non sia dettato esclusivamente dalle alleanze strategiche del governo? Quali narrazioni prevalgono in Ucraina e nei media post-sovietici riguardo alla Palestina?
Devo spiegare un aspetto molto importante delle società post-sovietiche, inclusa quella ucraina. Le persone in Europa occidentale hanno determinate aspettative sulla nostra società e una visione di come vorrebbero che si comportasse, e quando non riusciamo a soddisfare queste aspettative ci condannano. Ma la nostra società è così com’è per ragioni storiche oggettive: il punto è comprenderle, non condannarle.
Il movimento pro-palestinese in Europa ha una storia di decenni. Per tutti i settori della sinistra è una parte fondamentale della loro identità, è qualcosa di ovvio. Quando le persone si avvicinano alla sinistra iniziano a sostenere la Palestina.
Ma la società ucraina è diversa perché in passato non avevamo un’opinione consolidata su questo tema. Lo stato sovietico aveva una posizione filo-palestinese che si rifletteva nella propaganda. Ma a partire dagli anni Settanta, la società è diventata profondamente scettica nei confronti di qualsiasi affermazione rilasciata dallo stato.
Inoltre, molti ebrei e ucraini sono emigrati in Israele, e queste voci dissidenti hanno influenzato l’opinione pubblica in tutti gli stati post-sovietici. Dopo il crollo dell’Urss, la questione palestinese è scomparsa dal nostro spazio pubblico e non è stata portata avanti da nessun altro gruppo. Di conseguenza, le nostre società non hanno una familiarità organica con la causa palestinese.
Polonia, Lituania, Belarus’, Ucraina e Russia occidentale sono state il cuore storico dell’insediamento ashkenazita e dell’Olocausto. Di conseguenza, questi paesi sono diventati le principali fonti di quella che è nota come Aliyah [l’immigrazione di ebrei dalla diaspora verso le terre di Israele e Palestina, n.d.a.]. Ecco perché, almeno nelle grandi città, praticamente ogni bielorusso, ucraino o russo ha amici o ex compagni di classe emigrati in Israele.
Il 20% della popolazione israeliana parla russo. Le persone tendono a fidarsi di chi conoscono, hanno contatti in Israele e ricevono notizie da lì. Quindi i nostri social network e persino i nostri spazi personali sono pieni di narrazioni di prospettiva sionista. Avere una percentuale così alta di israeliani di lingua russa – molti dei quali anche con un buon livello di istruzione – rende molto facile inondare i nostri media con propaganda sionista, senza barriere linguistiche. Questo è un problema molto serio che influenza l’opinione pubblica.
La Hasbara [la diplomazia pubblica di Israele condotta attraverso i social media, n.d.a.] in Ucraina fa costantemente riferimento ad argomentazioni campiste, a queste argomentazioni semplificate e manipolatorie che sostengono che i palestinesi non siano attori indipendenti, ma burattini dell’Iran, e che l’Iran sia un alleato della Russia. È facile intuire dove porti questo ragionamento.
Secondo la loro logica distorta, per indebolire l’invasione russa noi ucraini dobbiamo sostenere l’occupazione della Palestina. Questo rispecchia il ragionamento della sinistra campista: il governo ucraino è un alleato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono un alleato diretto di Israele, quindi, per liberare la Palestina, dobbiamo incoraggiare l’occupazione dell’Ucraina. Questa logica malata si ripete in entrambi gli schieramenti.
Per una società traumatizzata come l’Ucraina, queste manipolazioni funzionano molto bene. Ecco perché è così difficile convincere la nostra società a sostenere la Palestina. È possibile, ma è più difficile che in altri paesi.
Ho visto questo stesso tipo di ragionamento applicato da alcuni palestinesi, i quali riconoscono che l’Ucraina è in qualche modo una vittima, ma poiché è alleata con gli Stati Uniti, non merita sostegno contro l’invasione russa.
Queste logiche ignorano convenientemente alcune contraddizioni. Ad esempio, Russia e Israele hanno stretti legami. Alla Knesset, Netanyahu ha dichiarato che Putin è un suo stretto alleato e che spesso hanno conversazioni telefoniche dirette. Non ci sono state, invece, conversazioni dirette tra Netanyahu e Zelens’kyj, che alcuni definiscono un “sionista”. Inoltre, poco prima dell’attacco a Gaza del 2023, alcuni influenti personaggi politici russi, operanti in segreto, sostenevano deliberatamente Netanyahu.
Per quanto riguarda la responsabilità della sinistra occidentale nell’affrontare queste problematiche, la sinistra internazionale deve essere compresa e sostenuta dagli ucraini che soffrono a causa degli imperialismi non occidentali. Dobbiamo imparare a dialogare con queste società, non da una posizione di superiorità, non liquidando la questione con l’affermazione che “gli ucraini sono anticomunisti e sionisti”. No. Questo è il nostro problema comune. Anche la sinistra ha la responsabilità di rivolgersi a queste società e di costruire ponti.
La sfida principale del XXI secolo per la sinistra è uscire da questa mentalità campista da bianco o nero. Non siamo nel XX secolo: viviamo nel secolo della rivalità tra diverse potenze imperialiste. Questa contraddizione si farà sempre più acuta. L’Ucraina è solo l’inizio. Il compito principale è smettere di semplificare la realtà e iniziare a cogliere le sfumature. Ecco perché è così importante mostrare e mettere in evidenza questi parallelismi.










