Bosnia Erzegovina, scontro Ue-USA sull’Alto rappresentante

Dietro i tentativi falliti di nominare un nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, si cela uno scontro politico tra gli Stati Uniti e gli alleati europei sul futuro di questa istituzione. La comunità internazionale entra così nella sua più profonda crisi di fiducia interna dalla fine della guerra degli anni ‘90

02/07/2026, Edin Krehić Sarajevo
L'Alto rappresentante Schmidt incontra la missione di valutazione pre-elettorale del National Democratic Institute, guidato da Tanja Fajon (foto OHR)

L’Alto rappresentante Schmidt incontra la missione di valutazione pre-elettorale del National Democratic Institute, guidato da Tanja Fajon (foto OHR)

L'Alto rappresentante Schmidt incontra la missione di valutazione pre-elettorale del National Democratic Institute, guidato da Tanja Fajon (foto OHR)

Anche il secondo tentativo è andato a vuoto. La Bosnia Erzegovina sta entrando in una fase in cui non avrà un Alto Rappresentante nominato con un mandato completo, ma un rappresentante ad interim. Dietro alla decisione di nominare Louis Crishock, fino a poco tempo fa primo vice dell’Alto Rappresentante, si cela una questione ben più seria, ossia uno scontro politico aperto tra gli Stati Uniti e i suoi principali alleati europei sul futuro dell’istituzione dell’Alto Rappresentante e sulla politica internazionale nei confronti della Bosnia Erzegovina.

Invece di concludersi con la nomina del successore di Christian Schmidt, la sessione del Consiglio per l’implementazione della pace (PIC), tenutasi martedì 30 giugno, ha confermato che la comunità internazionale è entrata nella più profonda crisi di fiducia interna dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina.

Una soluzione provvisoria

Un accordo definitivo sul nuovo Alto Rappresentate dovrebbe essere raggiunto entro il 14 luglio. La comunità internazionale ha quindi guadagnato due settimane di tempo, e ora dovrà affrontare la causa dello stallo politico, che per la prima volta ha messo in luce le divisioni transatlantiche su una delle funzioni più importanti in Bosnia Erzegovina.

Secondo quanto riportato dai media di Sarajevo, i membri europei del PIC continuano a opporsi alla candidatura del diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi, sostenuto da Stati Uniti e Italia. Allo stesso tempo, Washington non si è mostrata disposta a sostenere il candidato di Germania e Francia, il diplomatico francese René Troccaz. Nessuna delle proposte ha ottenuto il sostegno necessario, quindi ora si dovrà trovare un compromesso. Negli ambienti diplomatici si parla già di un terzo candidato, anch’egli italiano, il cui nome però non è stato ancora reso noto.

“In realtà, l’Ufficio dell’Alto Rappresentante è relativamente piccolo, ma sulla carta detiene poteri enormi. Può sostituire i titolari di cariche pubbliche, imporre leggi e persino modificare le costituzioni a livelli inferiori di governo”, afferma Adnan Ćerimagić, analista del think tank European Stability Initiative (ESI) con sede a Berlino.

Adnan Ćerimagić (foto archivio privato)

Adnan Ćerimagić (foto archivio privato)

Come abbiamo visto nel caso dell’ultimo Alto Rappresentante, Christian Schmidt, questi poteri possono essere ancora esercitati, il loro utilizzo provoca forti reazioni nel paese e richiede enormi risorse diplomatiche e di altro tipo per l’attuazione delle decisioni.

“Se consideriamo poi la drastica svolta nella politica statunitense nei confronti della Bosnia Erzegovina e dei Balcani occidentali, ma anche relativamente alle relazioni transatlantiche nel loro complesso dall’arrivo della nuova amministrazione Trump, non sorprende che il tentativo di nominare un nuovo Alto Rappresentante sia fallito”, spiega Ćerimagić.

L’analista individua due ragioni principali per questo esito. Innanzitutto, i diplomatici americani che si occupano della questione hanno esercitato una forte pressione su Schmidt affinché si dimettesse, e poi, con altrettanta aggressività, hanno insistito per la rapida nomina di un candidato specifico. Tale comportamento ha fatto sorgere numerosi interrogativi e dubbi.

Un altro motivo è la generale mancanza di fiducia reciproca tra alcuni paesi europei e l’amministrazione Trump. Gli americani affermano di sostenere ancora la sovranità e l’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina e gli accordi di pace di Dayton. In linea di principio, sono più propensi a eleggere un Alto Rappresentante attivo che collabori con tutte le parti e apra la strada a soluzioni interne.

Il problema principale, come sottolinea Ćerimagić, è lo scetticismo europeo riguardo alle reali intenzioni degli Stati Uniti per quanto riguarda l’Ufficio dell’Alto Rappresentante e i suoi poteri. La questione, quindi, è come vanno utilizzati questi poteri e con quali conseguenze.

“Se venissero utilizzati al servizio degli interessi economici americani, porterebbero ad una situazione politica, e forse anche di sicurezza, diversa? Questo, a mio avviso, è il nocciolo della questione”, afferma Ćerimagić.

Per il professor Neven Anđelić, docente di relazioni internazionali alla Regent’s University di Londra, l’Europa è la principale perdente nel generale riassetto delle relazioni geopolitiche globali.

“Le intenzioni dell’Europa saranno anche moralmente più corrette, ma hanno un costo finanziario, strategico e politico. Invece di concordare una visione comune, qualunque essa sia, si lanciano in un costoso confronto con la Russia, in una ignobile adulazione di Trump con occasionali critiche formali che poi pagano a caro prezzo, e in una relazione poco chiara con la Cina, il cui costo ricade principalmente sull’Europa”, commenta Anđelić. “La Bosnia Erzegovina è solo un altro fronte su cui gli europei sanno cosa non vogliono, ma non sanno cosa vogliono. Alla fine ne usciranno perdenti”.

Neven Anđelić (foto archivio privato)

Neven Anđelić (foto archivio privato)

Messaggi per la Bosnia Erzegovina

“Sin dalla creazione dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante, c’è stato un conflitto latente tra l’Alto Rappresentante europeo e il suo vice statunitense”, spiega Anđelić. “Ci troviamo ora in un mondo nuovo in cui la visione transatlantica della Bosnia Erzegovina si basa sui presupposti transazionali della politica estera statunitense. L’UE ha come unica visione quella di rimandare la decisione chiave sulle relazioni con la Bosnia Erzegovina e sulla posizione europea sulla questione. Mancano il coraggio e la visione di costruire una nuova politica. Tutto è orientato al mantenimento dello status quo, sullo sfondo del quale c’è un solo obiettivo: impedire una potenziale ondata di rifugiati dalla Bosnia Erzegovina verso l’UE in caso di nuove minacce alla sicurezza. Si impegnano solo su questo fronte e ignorano il fatto che il mondo è profondamente cambiato dal 1995 ad oggi, sono trascorsi trent’anni”,

Secondo Anđelić, l’UE non è capace di compiere azioni concrete, può solo impedire certi scenari, mentre gli Stati Uniti non hanno la volontà sufficiente per imporre la propria politica a scapito dei loro alleati.

“Il messaggio per la Bosnia Erzegovina, se ben compreso, è che l’unità interna è l’unica via verso il progresso e la liberazione dalla schiavitù sempre più evidente, inevitabile nel nuovo ordine mondiale, e che può essere scongiurata solo rafforzando l’idea che un compromesso sulle visioni più importanti per la società e per lo stato sia salvifico per tutti, comprese le forze che attualmente si mostrano favorevoli alle idee secessioniste”, conclude il professore.