In bici in Bosnia Erzegovina ai tempi dei Mondiali di calcio
Un viaggio in bicicletta attraverso la Bosnia Erzegovina, alla riscoperta di un paese dove, a oltre trent’anni dalla fine della guerra, la convivenza multietnica e l’umanità resistono nonostante le continue strumentalizzazioni politiche

Foto di Saša Leković
Foto di Saša Leković
Recentemente ho deciso di attraversare la Bosnia Erzegovina in bicicletta. In un viaggio di circa 1.300 chilometri, ho attraversato entrambe le entità del paese e aree abitate da tutti e tre i principali gruppi etnici. Volevo godere delle bellezze naturali della Bosnia Erzegovina, osservando al contempo la quotidianità della cosiddetta gente comune, quella che i politici pretendono di rappresentare.

Tra Jablanica e Sarajevo. Foto: Saša Leković
Crolla il ponte a Gradiška
Il mio viaggio in bicicletta attraverso la Bosnia Erzegovina è iniziato con un episodio significativo. Meno di due ore dopo che ho attraversato il ponte sul fiume Sava che collega la Croazia alla Bosnia Erzegovina, al valico di frontiera di Gradiška, una parte del ponte è crollata. I politici della Republika Srpska e della Federazione BiH, che in precedenza si erano scontrati sull’apertura del nuovo valico di frontiera nel contesto di una più ampia discussione politica, hanno continuato a litigare, anziché cercare di affrontare il problema.
A preoccupare maggiormente i proprietari di negozi e attività di servizi dalla parte bosniaca del confine, dove i prezzi sono più bassi rispetto alla Croazia, sono state le perdite economiche, visto che, dopo il crollo del ponte, i cittadini croati non potevano più attraversare il confine e usufruire dei servizi in BiH.
Tifare Bosnia Erzegovina
Uno dei punti di riferimento più importanti per l’identità nazionale è, come altrove, il calcio. Tuttavia, a differenza di altri paesi, dove la nazionale di calcio gode di un ampio sostegno popolare, in Bosnia Erzegovina questo sostegno si basa sull’appartenenza etnica. Quando la nazionale bosniaca ha sconfitto la favorita Italia nei playoff e si è qualificata ai Mondiali, sono stati soprattutto i bosgnacchi a festeggiare.
Nella città di Gradiška, in Republika Srpska, così come lungo la strada verso Banja Luka, la principale città della RS, non c’erano segni di sostegno ai calciatori della nazionale della Bosnia Erzegovina. Man mano che mi avvicinavo a Jajce, nella Federazione BiH, il panorama è cambiato. Questa è una delle poche aree in BiH dove la comunità bosgnacca e quella croata sono numericamente quasi uguali.

Foto: Saša Leković
A Jajce, dove nacque la Jugoslavia
A Jajce, nel 1943, durante la seconda sessione del Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia (AVNOJ), si era deciso che dopo la guerra sarebbe stata creata una nuova Jugoslavia come stato federale di repubbliche, popoli e gruppi etnici uguali.
La Jugoslavia non c’è più ormai da tempo, qui nessuno ne parla nemmeno, ma i cittadini nutrono un profondo rispetto nei confronti di quel paese e non si vogliono dividere in base all’appartenenza etnica. Tifano per la Bosnia Erzegovina unita. Per questo la bandiera della Bosnia Erzegovina sventola sulla Torre Medvjed sopra Jajce, e la popolazione parla con orgoglio del successo della nazionale di calcio bosniaco-erzegovese, che partecipa ai Mondiali per la seconda volta.
A Jajce ho notato cartelloni con messaggi di sostegno ai calciatori della nazionale, oltre alle bandiere della BiH sulle auto. Ho visto le stesse immagini nelle aree a maggioranza bosgnacca, soprattutto con l’avvicinarsi dell’inizio dei Mondiali.
Alloggio all’ultimo momento
Questa tendenza è particolarmente evidente nelle aree di Donji Vakuf e Bugojno, dove i bosgnacchi costituiscono oltre il 90% della popolazione. Curiosamente, nessuno mi ha chiesto chi fossi o da dove venissi, se non nel contesto del mio viaggio in bici. Quando scoprivano che venivo dalla Croazia, quanti chilometri avevo già percorso in bicicletta e quanti altri ne avevo in programma, spesso mi offrivano da mangiare, da clienti occasionali in un bar a venditori di frutta lungo la strada. Parlavano con me di tutto e di più, ma nessuno ha mai tirato fuori la questione dell’appartenenza etnica.
Inoltre, le persone che mi hanno ospitato (indipendentemente dalla zona della Bosnia Erzegovina in cui mi trovavo) non mi hanno mai chiesto il nome né alcun documento. Questo vale sia per gli alloggi privati sia per i motel. Mi hanno chiesto la carta d’identità solo negli alberghi e negli ostelli. Ho evitato gli hotel, non tanto per il prezzo (sono molto più economici rispetto a quelli in Croazia), ma per poter cogliere meglio l’atmosfera, cosa possibile solo socializzando con la gente del posto. Quindi, pur avendo programmato tutto in anticipo, trovavo alloggio all’ultimo momento, il più delle volte chiedendo informazioni nei negozi, nei bar, nelle taverne e nelle stazioni di servizio locali. In brevissimo tempo qualcuno chiamava qualcuno che conosceva qualcuno che mi avrebbe affittato un alloggio dove pernottare.
Parlare della guerra
Nelle aree a maggioranza serba e croata (Kupres, Šuica, Tomislavgrad, Posušje) mi sono imbattuto in reliquie di guerra sotto forma di graffiti lungo le strade, e nelle zone bosgnacche, accanto alle bandiere della Bosnia Erzegovina, c’erano anche quelle dell’Armija BiH [Esercito della Bosnia Erzegovina] risalenti alla guerra, ma non ho mai sentito nessuno parlare della guerra. O meglio, quella parola è emersa, due volte, ma si tratta di esempi talmente insignificanti e innocui che vale la pena menzionarli solo come eccezioni.
In un ristorante in Republika Srpska, un cliente ubriaco ha ostentato la propria “serbità” parlando dei presunti meriti in tempo di guerra, ma l’uomo che era con lui lo ha calmato dicendo: “Lascia stare la guerra. Non dire sciocchezze”. Davanti a un bar dove mi sono fermato per prendere dell’acqua fresca, ho sentito un uomo dire ad un altro di essere stato fregato perché era stato un cecchino durante la guerra, mentre nel suo certificato di pensione c’era scritto che era stato una sentinella.

Il lago di Jablanica. Foto: Saša Leković
Oltre le divisioni etniche
Sulla via del ritorno, dopo aver percorso un piccolo tratto della costa montenegrina e un tratto leggermente più lungo della costa croata, ho pedalato attraversando Jablanica (oltre il 90% bosgnacca), poi di nuovo Mostar, che è ancora praticamente una città divisa in una parte bosgnacca e una croata, raggiungendo la capitale Sarajevo, poi Kiseljak, Busovača e Vitez (dove la comunità croata è leggermente numericamente superiore a quella bosgnacca) e Travnik (i due terzi bosgnacchi e un terzo croati), percorrendo la parte iniziale del tragitto, ma in direzione opposta: Donji Vakuf – Banja Luka – Gradiška.
Ho guardato la prima partita della Bosnia Erzegovina ai Mondiali, contro il Canada, a Banja Luka. A differenza di alcune aree della Bosnia Erzegovina a maggioranza bosgnacca, dove la vittoria della BiH è stata festeggiata, a Banja Luka non c’era traccia di euforia. Nessuno ha nemmeno menzionato la partita pubblicamente. A quanto pare, tutti avevano ben compreso il proprio ruolo all’interno del gruppo etnico di appartenenza. Ci sono però anche persone che rifiutano ogni classificazione in gruppi etnici (in realtà, la maggior parte della popolazione la pensa così, nonostante la strumentalizzazione politica) e desiderano solo vivere in pace.
Per i viaggiatori, la Bosnia Erzegovina è un paese sicuro. Tutto ciò che c’è da sapere su questo paese è riassunto nella frase di un anziano signore che, nel bel mezzo di una salita di diversi chilometri tra Jablanica e Sarajevo, mi ha invitato a riposarmi sul suo treppiede a bordo strada, dove offriva diverse cose ai viaggiatori. “La gente è buona ovunque, ma i politici sono degli stronzi”, ha detto, dandomi una manciata di fragoline di bosco per il viaggio.
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