La polvere di Piksi: il calcio jugoslavo tra letteratura e conflitto
Belgrado, 1989. Barbi ha otto anni e viene trascinata allo stadio dal padre, che cerca di farla appassionare al “gioco più bello del mondo”. In quella giornata assolata, sugli spalti Barbi sviene miseramente e per rianimarla il padre le getta addosso la polvere miracolosa sollevata dagli scarpini del celebre Dragan Stojković, detto Piksi. Nostra recensione

Calciatore con pallone – Master305/Shutterstock
Calciatore con pallone © Master305/Shutterstock
Il calcio come metafora della vita. È il tentativo riuscito dalla scrittrice serba Barbi Marković con il suo romanzo “Polvere di Piksi”, edito da Voland, nella traduzione di Lucia Assenzi. È un romanzo autobiografico in due tempi, come lo sono le partite di calcio, più i supplementari.
Nel primo tempo abbiamo una bambina, la stessa Barbi, che dai sei ai nove anni il padre Slobodan porta con sé allo stadio per farla innamorare del gioco del pallone. A furia di andare allo stadio, Barbi più che innamorarsi, comincia a odiare il calcio, tanto che, a furia di mescolarsi ai tifosi, si rende conto che l’amore per una squadra si traduce in odio per i tifosi dell’altra squadra.

Polvere di Piksi – Voland Editore
La bambina arriverà al punto da non tollerare più di essere portata allo stadio, tanto, a un certo momento, da svenire. Il padre cercherà di rianimarla e lo farà gettandole addosso un po’ di polvere di Piksi, dal soprannome dell’attaccante della Stella Rossa Dragan Stojković, polvere sollevata dagli scarpini del grande giocatore, e perciò benedetta, con l’intento anche di farla risorgere come una appassionata di calcio. Che lei, invece, odia sempre di più perché ormai le è anche chiaro – siamo alla fine degli anni Ottanta, inizio dei Novanta e vigilia della guerra che sconvolgerà la ex Jugoslavia – che si respira un’aria di guerra.
Emblematico quanto percepisce Barbi: “Ovunque si sentono metafore di guerra, soprattutto nel calcio. E in guerra si usano metafore calcistiche. Ma le metafore calcistiche sono già di per sé al settanta per cento metafore di guerra. Invece le metafore di guerra, in guerra, non sono metafore”.
Capita, intanto, che il padre e la madre si separano, e il padre tornerà a vederla sempre più raramente, sbagliandone pure il nome, quasi non ricordandolo. E già comincia il distacco della bambina da lui. “A ogni nome sbagliato sprofondo sempre di più nel pozzo di catrame interiore da cui non si fa ritorno”.
Si accorgerà che lo sprofondare nel pozzo di catrame non è solo suo e della sua famiglia, con la madre che non vuole più che il padre venga a trovarla, ma anche tra i popoli che compongono il suo paese quando il 13 maggio del 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, lo scontro tra la Dinamo – squadra di casa – e la Stella Rossa di Belgrado, si trasformerà in una guerra tra i giocatori delle due squadre, con il pubblico sugli spalti e la polizia: una cronaca in diretta che è l’anteprima di una guerra che comincerà meno di un anno dopo.
“Quando una società non è all’altezza, va tutto in malora, e i bulli devastano il devastabile. Se ne fregano della fratellanza e dell’unità, buttano via questi ideali come un paio di calzini vecchi e aprono le porte dell’inferno. Tutti fottono le madri di tutti”.
(Barbi Marković in Polvere di Piksi)
Il secondo tempo è la cronaca, aggiungerei anche sentimentale, della partita a Firenze tra la Jugoslavia e l’Argentina di Maradona il 30 giugno del 1990 ai campionati mondiali di calcio in Italia. Una partita che aveva in gioco la partecipazione ai quarti di finale. La Jugoslavia è una squadra divisa. Il buon commissario tecnico, il bosniaco Ivica Osim ha cercato in tutti i modi di mantenere uniti i suoi campioni, ormai, dentro di loro segnati dalle rivalità, non più sorde, tra i vari popoli della ex Jugoslavia. Quando parte l’inno jugoslavo “Ehi, Slavi” solo lui e forse qualcun altro lo canta con la mano nel cuore, altri giocatori se ne stanno muti, altri si mostrano distratti.
Barbi racconta quella partita, i tiri in porta, le parate, certi falli degli argentini che l’arbitro non fischia, il gol annullato, i tempi supplementari, i rigori, che elimineranno la Jugoslavia dai mondiali per sempre. Perché poi non ci sarà più la quadra, come non ci sarà più il paese.
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