Montenegro, come si salva una foresta primaria

Una spedizione sul campo con EuroNatur a Zeletin, un angolo di foresta intatta che rischia di scomparire, proprio mentre il Montenegro negozia il suo ingresso nell’Unione Europea

24/07/2026, Marta Abbà
La foresta primaria dello Zeletin in Montenegro. Foto: Marta Abbà

La foresta primaria dello Zeletin in Montenegro. Foto: Marta Abbà

La foresta primaria dello Zeletin in Montenegro. Foto: Marta Abbà

“Le persone non sanno che tipo di ricchezza abbiamo. Anche nei luoghi più meravigliosi, il primo giorno ti trovi davanti ad una strada nuova e poi… l’autostrada.” Bojan Zeković, ricercatore del CZIP (Centre for Protection and Research of Birds of Montenegro), lo dice prima ancora di entrare nella foresta.

È mattina a Zeletin, altopiano boscoso nel centro-nord del paese, non lontano dal Parco Nazionale di Biogradska Gora. Davanti al nostro gruppo si apre una pista appena tracciata, scavata dai mezzi nel terreno. Ai lati, ceppi freschi. Alberi abbattuti di recente in un’area che nessun documento ufficiale riconosce come protetta e che, proprio per questo, può essere attraversata e sfruttata a piacimento.

Attorno a Bojan Zeković ci sono una quindicina di persone venute da Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia e Montenegro, con taccuini e GPS alla mano. Sono lì nell’ambito del progetto Forest Beyond Borders, guidato dalla ong tedesca EuroNatur. Sono venute a mappare quello che quella strada sta già attraversando.

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Una foresta primaria

Zeletin non compare su nessuna mappa ufficiale delle foreste protette. Non ha uno statuto, non ha un perimetro legale. Eppure quello che ospita ha un nome preciso: foresta primaria.

Secondo le linee guida della Commissione Europea del 2023, una foresta primaria è un ecosistema di rigenerazione naturale, composto da specie arboree native, dove non vi sono indicazioni visibili di attività umana e i processi ecologici non sono perturbati. Non si tratta semplicemente di un bosco vecchio o fitto. È un sistema che si è sviluppato per secoli senza tagli né ripiantumazioni: gli alberi nascono, crescono, cadono e marciscono secondo dinamiche proprie. Il legno morto si accumula per decenni. Le cavità nei tronchi più antichi diventano habitat per insetti, uccelli, funghi, piccoli mammiferi. Niente di tutto questo si può ricreare.

Secondo il Joint Research Centre dell’UE, questi ecosistemi rappresentano meno del 3% della superficie forestale europea. In Europa centrale le foreste primarie sono state sistematicamente rimosse negli ultimi tre secoli, sostituite da boschi orientati alla resa del legno. I Balcani occidentali sono tra i pochi luoghi dove ne sono sopravvissuti frammenti significativi, ma la maggior parte non è mai stata né studiata né misurata, né tantomeno protetta. Zeletin è uno di questi, ed è uno dei primi che rischia di scomparire.

Mappare prima che sia troppo tardi

Siegmund Missall, responsabile del programma foreste di EuroNatur, ha camminato a Zeletin, sul Velebit croato e in Bosnia Erzegovina. “La qualità ecologica che è ancora preservata qui è superiore a qualsiasi parco nazionale che abbiamo in Germania”, dice, prima di aggiungere: “Queste sono le foreste più preziose d’Europa”.

Il problema è che questa qualità si perde in modo irreversibile. “Una volta che il taglio inizia, la struttura complessa, le specie che vivono solo qui, tutto va perduto. Una foresta degradata non ridiventa primaria. O almeno non su scale di tempo umane”, prosegue Siegmund Missall.

Lo strumento per proteggere le foreste, però, esiste. Con la Strategia per la Biodiversità 2030, la Commissione Europea si è impegnata a mappare e a proteggere rigorosamente tutte le foreste primarie e vetuste rimaste nell’UE. Ogni foresta che soddisfa i criteri deve essere inserita nella rete Natura 2000 – il sistema di aree naturali protette che copre oltre il 18% del territorio dell’UE – con protezione stretta: nessun taglio, nessuna estrazione.

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Ma molti paesi non hanno ancora fatto la mappatura. I Balcani occidentali, che non sono ancora nell’UE ma aspirano all’adesione, si trovano in una posizione delicata: le linee guida non li vincolano formalmente, ma diventano un argomento potente nei negoziati di accesso. Nel caso del Montenegro la pressione è concreta: il paese punta a chiudere entro l’estate il “Capitolo 27” dei negoziati, quello dedicato all’ambiente. Zeletin era stata inserita come sito candidato nella rete Emerald – il sistema di aree protette previsto dalla Convenzione di Berna per i paesi non ancora nell’UE – ma un nuovo piano territoriale del governo montenegrino l’ha esclusa dall’elenco. Il rischio, ora, è che il paese entri nell’Unione senza che Zeletin venga mai designato come un sito Natura 2000.

“Dobbiamo mapparla prima che venga degradata”, riprende Siegmund Missall di EuroNatur, “perché una volta che si trasforma in foresta gestita, non si possono più usare le regole della Commissione per salvarla. Siamo in una corsa contro i taglialegna”.

Tre giorni nella foresta

Il progetto Forest Beyond Borders ha riunito a Zeletin ricercatori ed esperti provenienti da quattro paesi per una settimana di formazione sul campo, guidata da Martin Mikoláš e Rhiannon Gloor della Czech University of Life Sciences di Praga, uno degli istituti europei con la più lunga esperienza di monitoraggio delle foreste primarie.

La sfida è tecnica ma anche filosofica. “Di solito noi scienziati complichiamo tutto”, scherza Martin Mikoláš. “Qui il nostro ruolo è opposto: dobbiamo rendere le cose semplici”. Il suo team monitora circa 1.200 parcelle di studio permanenti in foreste primarie europee, con misurazioni che richiedono in media cinque o sei persone e quattro ore di tempo per una superficie di 0,15 ettari. A Zeletin servono dei metodi che permettano a due persone di coprire 50-100 ettari al giorno.

“Dobbiamo mappare la foresta prima che venga degradata. Siamo in una corsa contro i taglialegna”.

Siegmund Missall, EuroNatur

Per tre giorni, tra il 15 e il 19 giugno 2026, il gruppo di Forest Beyond Borders ha percorso la foresta a piedi, fermandosi ogni volta che un albero poneva una domanda. Le linee guida della Commissione elencano gli indicatori da misurare: alberi grandi e vecchi, legno morto in piedi e a terra, microhabitat come cavità nei tronchi, cortecce sciolte, funghi lignicoli, rami in varie fasi di decomposizione. Ma non fissano soglie numeriche precise, perché variano a seconda dell’ecologia locale. Quanti metri cubi di legno morto per ettaro? Qual è il diametro minimo per definire un albero “grande”? Qual è la specie indicatrice giusta per questa latitudine?

Non sono domande che si risolvono in aula. Si risolvono fermi davanti a un faggio caduto, discutendo se la sua decomposizione è abbastanza avanzata, se il fungo che lo ricopre è quello giusto, se la cavità nel tronco vicino è grande abbastanza da ospitare un picchio. Il gruppo – con background diversi che vanno dall’ornitologia alla biologia forestale, dalla gestione dei parchi alla ricerca accademica – ha guardato ogni albero da angolature diverse. Un esperto slovacco si fermava su licheni che nei boschi del suo paese non esistono più da vent’anni. Un ricercatore albanese chiedeva come distinguere la rigenerazione naturale da quella favorita dall’uomo. Qualcuno fotografava, qualcun altro misurava, un altro ancora cercava la risposta nelle tabelle sul telefono.

Lo scambio produce qualcosa che va oltre la tecnica. “Si fermano davanti a specie indicatrici che da loro non ci sono più e dicono: ma questo è meraviglioso!”, afferma Bojan Zeković del CZIP. La perdita diventa così concreta, visibile, quasi personale.

Il metodo che emerge da questi giorni non è una procedura rigida calata dall’alto, ma uno schema che la conoscenza locale deve riempire. “Noi diamo supporto scientifico,” spiega Martin Mikoláš, “ma sono i partner locali gli esperti del territorio. Sono loro che sanno dove c’è una strada che non appare sulle mappe, o che conoscono la storia di quel versante. Alla fine decidono loro”. Ogni ong partner tornerà nel proprio paese con un protocollo da adattare e applicare in autonomia.

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Partecipanti al progetto Forest Beyond Borders. Foto: Marta Abbà

Una corsa contro il tempo

L’ornitologo Bojan Zeković conosce l’altopiano dello Zeletin dal 2016. Sa dove le strade nuove tagliano il paesaggio, dove i ceppi sono più freschi, dove le macchine sono salite nell’ultimo inverno. La foresta è classificata nei piani amministrativi montenegrini come foresta economica, ed è quindi soggetta a sfruttamento. Le proteste locali del 2016-2017 avevano bloccato temporaneamente i tagli, ma l’amministrazione ha solo spostato le operazioni su un altro versante. Finché lo Zeletin rimane senza uno statuto legale, qualsiasi variazione al piano forestale può aprire nuove aree al taglio.

I dati raccolti dalla mappatura verranno ora pubblicati su una rivista scientifica internazionale – per evitare che i governi li trattino come opinioni di attivisti – e saranno usati come argomento nei negoziati di adesione. Se la foresta primaria dello Zeletin soddisferà i criteri europei, sarà difficile per Bruxelles accettare che il Montenegro chiuda il Capitolo 27 senza includerla nella rete Natura 2000.

Il budget totale del progetto Forest Beyond Borders – per tre anni e cinque paesi – è di 580.000 euro. I team di ricerca hanno davanti a loro mesi di lavoro sul campo, con 17.200 ettari da percorrere a piedi. “Dobbiamo essere veloci”, dice Bojan Zeković, “anche perché alcune aziende sono più veloci di noi e hanno già le infrastrutture sul posto”.

Martin Mikoláš posa lo sguardo sulla foresta e non nasconde l’ambivalenza di chi fa questo lavoro da molti anni: “a volte torni in un posto dopo cinque anni e vedi che la foresta è sparita davanti ai tuoi occhi”. È per questo – dice – che questa volta vogliono arrivare prima.

Tag: Foreste

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