Le cento vite di Dragoljub Mićunović

Lo scorso 26 maggio è mancato il filosofo e politico serbo Dragoljub Mićunović. La parabola di un’esistenza straordinaria, dalla partecipazione al movimento partigiano alla lotta contro il regime di Milošević, passando per l’imprigionamento a Goli Otok, le proteste studentesche del ‘68 e un lungo esilio senza rinunciare mai alla battaglia per la democrazia

04/06/2026, Dejan Kožul
Dragoljub Mićunović - foto Medija Centar Beograd (CC 3.0)

Dragoljub Mićunović

Dragoljub Mićunović - foto Medija Centar Beograd (CC 3.0)

(Originariamente pubblicato da Novosti)

Se c’è un uomo che, durante il suo percorso esistenziale, ha sperimentato tutte le “delizie” della vita in Jugoslavia e poi in Serbia, quello è Dragoljub Mićunović Mićun. Nato il 14 luglio 1930, dopo l’occupazione nazista nel 1941 fu costretto a fuggire da Skopje, dove suo padre lavorava come impiegato, verso il sud della Serbia. Pur avendo contribuito alla lotta partigiana unendosi al Movimento di liberazione popolare all’età di quattordici anni, alcuni anni dopo la guerra fu deportato nel lager di Goli Otok.

Partecipò alle attività della Scuola estiva di Korčula e della rivista Praxis. Fu docente alla Facoltà di Filosofia di Belgrado e uno dei leader delle proteste studentesche del ‘68. A metà degli anni Settanta, venne espulso dall’università per motivi politici.

Dopo il licenziamento, lasciò la Jugoslavia e, durante gli anni trascorsi all’estero, lavorò anche presso l’università di Costanza, in Germania. Ritornò in Serbia agli albori del “risveglio” democratico e, insieme ad altri intellettuali, partecipò al rinnovamento del Partito democratico (DS). Fu una delle figure chiave che contribuirono alla creazione di quell’ampia coalizione di opposizione (DOS) che nel 2000 rovesciò definitivamente il regime di Slobodan Milošević. Fu presidente del parlamento dell’Unione di Serbia e Montenegro, rimanendo membro del parlamento di Belgrado fino al 2020.

Dopo il rilascio dal lager di Goli Otok – dove era stato mandato ancora minorenne perché, di fronte all’alternativa tra Tito e Stalin, aveva scelto quest’ultimo – affermò che a vent’anni si sentiva come se ne avesse duecento. Sembra proprio che durante il suo lungo percorso di vita abbia sperimentato molte più esperienze di quante ne potesse abbracciare un’esistenza umana.

Oggi, nel contesto delle proteste che scuotono la Serbia da un anno e mezzo – con richieste di elezioni anticipate e dibattiti sulla possibilità di creare una grande alleanza tra gli oppositori al regime – particolare attenzione va prestata alla partecipazione di Mićunović alle proteste del ‘68 e al suo impegno politico dai primi anni ‘90 fino alla caduta di Milošević.

Nel 2019 è uscito il libro di Mićunović “Moja 68” [Il mio ‘68] sulle proteste studentesche. “Ci sono eventi nella vita – si legge nell’introduzione del libro – che più di altri mettono in discussione la nostra percezione di sé, eventi che sembrano mettere alla prova l’anima e la natura umana. Se si riesce a superare questa ‘sfida con se stessi’, è più facile prevedere i propri comportamenti e valutare la forza della propria resilienza di fronte alle varie ‘tentazioni’ future. Se un evento mette alla prova le virtù morali – solidarietà, coraggio, dignità – e se la prova viene superata, quell’esperienza si imprime nell’habitus dell’individuo e diventa un importante regolatore delle sue decisioni future”.

Parlando delle nuove generazioni, diceva spesso che non erano apolitiche e che prima o poi sarebbero scese in piazza, sottolineando però che era un’illusione credere che alla lotta politica partecipassero solo persone moralmente e politicamente pulite. Lo affermava partendo dalla propria esperienza.

Nel 1994 fu rimosso dalla guida del Partito democratico e Zoran Đinđić venne eletto presidente del DS. Due anni dopo Mićunović fondò una nuova forza politica, il Partito del centro democratico, ma quando capì che era il momento giusto, lanciò un appello all’unificazione dell’opposizione. Tornò nel DS e fu eletto presidente del Consiglio politico, nonché membro della Direzione del Comitato centrale del partito.

Quando, dieci anni fa, gli fu proposta la carica di presidente onorario, rifiutò affermando: “Farò del mio meglio, come ho sempre fatto, a beneficio del DS per preservarne i valori il più possibile, sia nella sfera pubblica che all’interno del partito stesso, ma lo farò come membro attivo, non come presidente onorario”.

In un’intervista rilasciata al settimanale Nedeljnik, ha affermato di aver cambiato – come la sua intera generazione – otto paesi senza mai dover cambiare residenza. In tali circostanze, come ha sottolineato, non è stato facile mantenere almeno una parvenza di normalità, poiché i cambiamenti politici hanno avuto ripercussioni anche sullo status sociale, passando da “alunno, profugo, giovane promettente, prigioniero e internato in un lager, studente brillante, laureato in filosofia, professore universitario, poi disoccupato, iscritto alle liste di collocamento, poi ancora emigrante, borsista e professore ospite presso una prestigiosa università straniera, presidente del primo partito di opposizione del dopoguerra, deputato, presidente del parlamento della Repubblica Federale di Jugoslavia e dell’Unione di Serbia e Montenegro”.

Diceva di aver avuto la sfortuna di essere presidente del parlamento dell’ultima unione statale a cui la Serbia ha partecipato, quella con il Montenegro. “In seguito mi hanno proposto di essere presidente dell’assemblea parlamentare della Serbia – ha commentato Mićunović – ma ho rifiutato, scherzando sul fatto che anche quella si sarebbe sciolta. Spero che la Serbia sarà l’ultimo paese in cui vivrò”.

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