Grano rubato, armi negate e Flotilla per Gaza: la crisi tra Ucraina e Israele

Due crisi parallele e intrecciate, quella del grano ucraino sottratto dalla Russia ed acquistato da Israele e l’arresto di due attivisti ucraini su una nave della Global Sumud Flotilla, mostrano i nervi scoperti nei rapporti sempre più complicati tra i due paesi

05/05/2026, Claudia Bettiol Kyiv
Nel porto di Haifa © Boris Yazmir/Shutterstock

Nel porto di Haifa © Boris Yazmir/Shutterstock

Nel porto di Haifa © Boris Yazmir/Shutterstock

Il 12 aprile la nave da carico russa Abinsk approda tranquillamente al porto di Haifa. Le autorità israeliane lasciano scaricare il cargo (43.765 tonnellate di grano) e la nave fa ritorno in Russia, quattro giorni dopo. Il 27 aprile, una seconda nave, la Panormitis (bandiera panamense), si ancora nella baia di Haifa con un carico di oltre 25 mila tonnellate di cereali. Secondo Kyiv e un’inchiesta di Haaretz quel grano sarebbe stato rubato da Mosca nei territori ucraini occupati.

Dopo un primo avviso, il ministero degli Esteri ucraino convoca l’ambasciatore israeliano Michael Brodsky e gli consegna una nota di protesta formale, mentre il presidente Volodymyr Zelens’kyj punta apertamente il dito contro Israele: “Questo non è – e non può essere – un commercio legittimo”.

La questione sul grano si rivela essere solo l’ultimo capitolo di una relazione ambigua tra i due Paesi, le cui tensioni risalgono ai primissimi giorni dell’invasione russa su larga scala del febbraio 2022.

La macchina del grano rubato

Come documenta il progetto SeaKrime del Centro Myrotvorets, il meccanismo dietro al commercio del grano è piuttosto elaborato: le navi della cosiddetta “flotta fantasma” disattivano i sistemi di identificazione automatica nelle acque vicino ai porti ucraini occupati, eseguono trasferimenti di carico da nave a nave nello stretto di Kerč’, poi riattivano i segnali e salpano verso i mercati internazionali con il grano russo-ucraino miscelato e non più tracciabile.

All’inizio, infatti, Mosca cercava di esportare il grano dichiarandone apertamente l’origine, ma le proteste internazionali e il rifiuto di molti armatori di entrare nei porti occupati l’hanno spinta a perfezionare la copertura, che si è evoluta nel tempo.

Secondo il commissario presidenziale ucraino per la politica sanzionatoria Vladyslav Vlasyuk, la Russia “continua a cercare acquirenti per il grano ucraino rubato, usando i porti occupati come canale stabile”. Il governo ucraino ha una linea più dura e sostiene che i proventi di questo commercio vadano direttamente a finanziare la macchina bellica russa.

Come rivela Haaretz, Israele è diventato uno di questi destinatari almeno dal 2023, anche se uno degli importatori israeliani coinvolti ha confermato di non aver mai saputo della reale provenienza del grano fino all’avvertimento dell’ambasciata ucraina.

Il 29 aprile l’Ucraina presenta allora una richiesta formale di arresto della Panormitis. I documenti giudiziari attestano che la nave aveva fatto scalo illegale in porti chiusi dell’Ucraina, violando sia la legislazione ucraina sia le norme del diritto marittimo internazionale. L’UE si unisce alla pressione e contatta direttamente il ministero degli Esteri israeliano.

Il 30 aprile, la società di importazione israeliana Zenziper rinuncia a scaricare il carico. Zelens’kyj parla di una vittoria diplomatica, annunciando che l’Ucraina sta costruendo un sistema strutturato di contrasto alla flotta fantasma cerealicola russa, in parallelo a quello già esistente contro la flotta fantasma petrolifera.

Una relazione complicata

Sin dai primissimi giorni del febbraio 2022, l’Ucraina aveva chiesto a Israele – uno dei pochi paesi al mondo a disporre di un sistema di difesa antiaerea avanzato – di fornire o quantomeno di non bloccare il trasferimento di batterie Iron Dome.

Israele aveva negato e addirittura convinto gli USA a non cedere all’Ucraina le batterie di proprietà americana, per via del diritto di veto sulle riesportazioni israeliane. Il motivo ufficiale era il rischio di retroingegneria iraniana; quello reale, per molti analisti, era il timore di compromettere la libertà operativa israeliana in Siria, dove la Russia controllava allora lo spazio aereo (una condizione venuta meno dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024).

Sul piano diplomatico, già nel marzo 2022, il premier Naftali Bennett aveva tentato la mediazione tra Putin e Zelens’kyj. I risultati erano stati nulli e un funzionario ucraino aveva accusato Bennett di aver suggerito al presidente ucraino di “accettare l’offerta” di Putin, accusa poi smentita sia da Israele che da un consigliere di Zelens’kyj.

Il rapporto si incrina poi anche sul piano simbolico. Nel novembre 2022, l’Ucraina avrebbe votato a favore di una risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che chiedeva alla Corte internazionale di giustizia un parere sulla “occupazione prolungata” israeliana dei territori palestinesi, scatenando una crisi diplomatica.

Al voto plenario finale del 30 dicembre, dopo una telefonata di Netanyahu a Zelens’kyj, l’Ucraina però non si presenta. Poco dopo, in quello che i diplomatici descrissero come “un apparente atto di ritorsione”, Israele si astiene alla risoluzione ONU che chiedeva alla Russia di pagare riparazioni per l’invasione dell’Ucraina.

Con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le posizioni si complicano ulteriormente. L’Ucraina, che chiedeva al mondo di rispettare la propria sovranità e il diritto internazionale, non poteva ignorare le accuse crescenti rivolte a Israele per le stesse ragioni.

Zelens’kyj allora sostiene la soluzione a due Stati, l’Ucraina invia grano a Gaza e condanna l’attacco israeliano a Doha del 2025. Sul fronte militare, nell’estate 2025 Israele trasferisce indirettamente (tramite gli USA) una batteria Patriot. Ma per Kyiv è troppo poco e troppo tardi.

Dall’Ucraina alla Palestina, l’occupazione è un crimine

In questo contesto, la partecipazione di due attivisti ucraini alla Global Sumud Flotilla 2026 assume un significato che va ben oltre la singola vicenda. La sociologa Nina Potarska e l’attivista Andrij Movčan, membro della Rete Europea di Solidarietà con l’Ucraina (ENSU), si imbarcano a Barcellona il 12 aprile a bordo della flottiglia di 58 navi dirette a Gaza.

In un’intervista a Commons, i due attivisti spiegano le loro motivazioni: lottare contro l’ingiustizia e i crimini commessi verso il popolo palestinese, ricordando al mondo che il diritto internazionale e i diritti umani sono principi universali. Il loro messaggio è esplicito: “Dall’Ucraina alla Palestina, l’occupazione è un crimine”.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, la marina israeliana intercetta 22 delle navi della flottiglia in acque internazionali, a circa 965 chilometri dalle coste di Gaza. Centosettantacinque attivisti, tra cui Movčan e Potarska, vengono scortati da una nave da guerra israeliana sull’isola di Creta.

La breve detenzione dei due attivisti non fa notizia in Ucraina, restando ai margini del dibattito pubblico. Le principali testate ucraine non dedicano pezzi di analisi alla questione e il governo Zelens’kyj non si esprime in loro sostegno, nemmeno dopo l’intercettazione israeliana.

Dove la reazione ucraina emerge – sui social media e in alcuni gruppi Telegram legati alla comunità militare e dei rifugiati – assume una forma prevedibile: come possono due attivisti ucraini, che vivono all’estero (Potarska in Canada dal 2024 e Movčan in Spagna), occuparsi di Gaza mentre in Ucraina si muore?

In un Paese dove la tensione tra chi è rimasto e chi è partito, tra chi combatte e chi no, è diventata la nuova linea di frattura sociale, la scelta di rischiare fisicamente non per l’Ucraina ma per la Palestina appare a molti non semplicemente sbagliata, ma offensiva.

Entrambi gli attivisti avevano anticipato la risposta. “Mi colpisce ogni volta che l’Ucraina – il governo, la società – sembri non associarsi con spazi ugualmente oppressi, con persone che soffrono per mano degli occupanti. Nel discorso dominante, l’imperialismo è dannoso solo quando è ‘orientale’. Ma l’esperienza ucraina della guerra può diventare fonte di solidarietà anche con altri popoli oppressi, persino quelli che subiscono una guerra con il sostegno dei ‘nostri alleati’?”, aveva detto Potarska a Commons.

La convergenza temporale di queste due crisi costringe a guardare le relazioni tra Ucraina e Israele nella loro complessità.

La vicenda del grano rivela che Israele non tratta Kyiv come un partner alla pari: un Paese che chiede a un altro di rispettare le proprie ragioni di sicurezza non può ignorare il grano rubato che finanzia la guerra contro di esso. La Flotilla, d’altra parte, pone la stessa domanda, ma all’Ucraina: un Paese che chiede al mondo di riconoscere l’universalità del diritto internazionale non può applicarlo a corrente alternata.

La risposta della società ucraina nel maggio del 2026 sembra essere la stessa di sempre: “non adesso, non mentre si muore”. Legittima e comprensibile come risposta, ma che potrebbe rivelarsi un errore sul lungo periodo perché lascia l’Ucraina nella posizione scomoda di chi chiede solidarietà universale senza offrirla.

E una, sebbene piccola, parte della società civile ucraina – la stessa che affronta ogni giorno l’occupazione, i bombardamenti – decide di porsela comunque, quella domanda, nonostante il silenzio del governo di Zelens’kyj.

Significativo, in questo quadro, è anche ciò che Israele sceglie di non fare. Nel pieno della polemica sul grano, mentre due attivisti ucraini navigano verso Gaza sulla Flotilla, il governo israeliano non sfrutta la loro presenza per fare pressione diplomatica su Kyiv.

Il silenzio sulla componente ucraina suggerisce qualcosa di più: una relazione che nessuna delle due parti vuole rompere del tutto, anche quando entrambe potrebbero.

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